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“Vorrei imparare a credere”-Una riflessione su Matteo 18, 1-6

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Testo: Matteo 18, 1-6

Il titolo di questo sermone viene da una lettera di Dietrich  Bonhoeffer inviata al suo amico Eberhard Bethge dal carcere di Tegel dove era detenuto. 
La lettera è datata 21 luglio 1944, scritta il giorno dopo il fallito tentativo di colpo di stato contro Hitler. Scrive:

“Negli ultimi tempi ho imparato a conoscere e a comprendere sempre più la profondità dell’essere-aldiqua del cristianesimo; il cristiano non è un homo religiosus ma un uomo semplicemente, così come Gesù  era uomo. (…) Il profondo essere-aldiqua (…) nel quale è sempre presente la conoscenza della morte e della risurrezione. Io credo che Lutero sia vissuto in siffatto essere-aldiqua.
Mi ricordo di un colloquio che ho avuto 13 anni fa in America con un giovane pastore francese. C’eravamo posti molto semplicemente la domanda di che cosa volessimo effettivamente fare della nostra vita. Egli disse: vorrei diventare un santo ( - e credo possibile che lo sia diventato - ); la cosa a quel tempo mi fece una forte impressione. Tuttavia lo contrastai, e risposi pressappoco: io vorrei imparare a credere. Per molto tempo non ho capito la profondità di questa contrapposizione. Pensavo di poter imparare a credere tentando di condurre io stesso qualcosa di simile a una vita santa. (…)  Più tardi ho appreso, e continuo ad apprenderlo anche ora, che si impara a credere solo nel pieno aldiqua della vita”.
(da D, Bonhoeffer,  “Resistenza e resa” Ed. San Paolo 1988 pp. 445-446).

Alla fine di questa meditazione leggerò ancora alcune righe di questa lettera. Ci basti per ora questo incipit sul tema scelto per oggi che è: cos’è la fede? Come posso imparare a credere?

Sono stata questa settimana solo per un giorno e mezzo a Napoli per il primo compleanno delle tre figlie gemelline di mio figlio. E’ stata un po’ una pazzia ma non me ne pento. La tenerezza di quei lunghi abbracci me la porterò con me per un bel po’.
Tutte e tre le bimbe riescono a stare in piedi appoggiandosi a qualcosa. Una di loro, Letizia, ha cominciato a prendere coraggio e quella mattina venendo verso di me con un incedere incerto e traballante ha fatto qualche passetto da sola – tre – per poi venirsi a tuffare fra le mie braccia. Appagata. Appagata lei e appagata io. Il gioco è continuato ancora per qualche minuto: si allontanava un po’, poi partiva con le braccia stese cercando le mie mani per non cadere e accoglieva grata il mio abbraccio.

Cos’è la fede? Cosa è “imparare a credere”? E’ avere verso Dio la fiducia che Letizia ha dimostrato verso la sua nonna quella mattina e verso i suoi genitori mille altre volte affidandosi a loro completamente.

Gesù chiamato a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: “In verità vi dico: se non cambiate e non diventate come i bambini, non entrerete nel Regno dei cieli”. Matteo 18, 2.
I bambini sono la parabola vivente che Gesù trovò quel giorno per parlare a degli adulti di cosa significa aver fede nella realtà di Dio. Nei bambini è innata la capacità di fidarsi. Tutti noi da piccoli eravamo così. Incapaci di fare praticamente nulla o quasi, abbiamo dal primo istante accolto la cura, le carezze, il cibo, la guida dei grandi. Ci siamo fidati di loro, ci siamo fidati che loro agissero sempre per il nostro bene. Senza neppure capirlo ci siamo fidati e affidati. E la nostra fiducia è stata premiata. Perché solo fidandoci siamo cresciuti, solo fidandoci abbiamo imparato a camminare, a parlare e a fare tantissime cose.
Accogliere il Regno di Dio come bambini è imparare a fidarci di Dio come Chi sa e ci insegna, come Chi ci vuole bene e ci abbraccia,  come Chi si prende cura di noi ogni giorno, poi come Chi ci consola quando cadiamo e ci rimette in piedi. Accogliere Dio che ci parla e parlandoci ci guida.

Questa fiducia dei bambini potremmo chiamarla “fiducia innata nella vita”, essere predisposti a vivere con gli altri senza paura. Fidandosi appunto.  Solo quella fiducia fa crescere come creature armoniose, aperte alla relazione positiva, costruttiva, con gli occhi spalancati sul mondo, curiosi di conoscere tutto, ponendo interrogativi e credendo nelle risposte che arrivano. Quella fiducia innata verso la vita non è altro che la fiducia in Dio che è datore di ogni vita, che è Via, Verità e Vita, che è Risurrezione e Vita.

Ma la vita è complicata. Perché il mondo degli adulti è complicato. Forse qualcuno di noi si ricorda  la sensazione di smarrimento che da bambini abbiamo provato per la prima volta in alcune situazioni difficili in famiglia. Non capivamo cosa stesse succedendo. I grandi sembravano diversi da quelli che conoscevamo, dicevano cose diverse che non capivamo, in modi che non conoscevamo. E così giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno abbiamo cominciato a capire che “i grandi” non sono perfetti affatto, che non sono onnipotenti, che sbagliano, cadono anche loro, si arrabbiano, in alcuni momenti sono troppo occupati per i fatti loro e ci lasciano soli… e a volte ci deludono. E così noi bambini abbiamo cominciato molto presto a fare come loro. La vita è complicata e crescendo anche noi siamo diventati complicati. A volte siamo diventati diffidenti, abbiamo cominciato a non fidarci più e piano piano è potuto accadere di aver perso quella fiducia innata nella vita che avevamo quando eravamo piccoli.

E rispetto a questo c’è un avvertimento molto molto severo che Gesù ci consegna alla fine di questo brano a nostro eterno monito quando aggiunge:
“Ma chi avrà scandalizzato (cioè “chi avrà posto ostacolo a”)  uno di questi piccoli che credono in me, meglio per lui sarebbe che gli fosse appesa al collo una macina da mulino e fosse gettato in fondo al mare” (v. 6)

Una macina da mulino… La responsabilità degli adulti rispetto ai bambini è grandissima, pesante come una macina  di mulino. Chi pone inciampo alla fiducia innata dei bambini che è se pur inconsciamente fede in Dio, e li trasforma in persone diffidenti, impaurite e sospettose è sotto il giudizio di Dio. Si può certo discutere su cosa volesse dire Gesù. Immaginiamo che si riferisse a comportamenti violenti e mortificanti verso i bambini. La pedofilia per esempio è un crimine odioso perché è tradimento della fiducia, perché crea confusione nei sentimenti dei bambini, perché strumentalizza e trasforma il corpo dei bambino, della bambina in oggetto, violandone la sacralità. Ma poi al di là della pedofilia i comportamenti abusivi sono tanti. Gesù giudica severamente i comportamenti che ostacolano e distruggono la fiducia innata dei bambini. Una macina di mulino al collo… Se ci ricordassimo di queste parole…

Perché poi è difficilissimo ricostruire quanto è stato distrutto. E’ un processo lunghissimo e doloroso come una nuova lunga gravidanza e un nuovo parto per far rinascere un nuovo noi stessi.
E il programma  proposto da Gesù è proprio questo:

“Se non cambiate e non diventate come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli.. (v. 3)

Qui è presupposto che come persone adulte noi perdiamo almeno in parte la capacità di fidarci con cui siamo nati. L’invito a diventare come i bambini non è a diventare infantili ma è l’invito a ritrovare in Dio la fiducia innata nella vita che abbiamo perso, “diventare” come i  bambini che si affidano perché si fidano. Solo che ora da adulti questo processo a ritrovare  la capacità di fidarsi e di affidarsi è consapevole ed è difficile. Perché è difficile? Perché nel processo della perdita della capacità di fidarci degli altri abbiamo cominciato a fidarci soltanto di noi stessi e ora è difficile aprire i pugni tendere le mani ed affidarsi, non viene più naturale. Il fatto è che da grandi non ci può affidare a qualcuno senza conoscere la persona a cui ci si affida. Non possiamo affidarci a Dio senza conoscere Dio. E non possiamo conoscere Dio senza fidarci della sua parola.
Sembra un gatto che si morde la coda, un circolo vizioso. Come si spezza questo circolo vizioso?
C’è un solo modo, fare come Letizia: vai, fai i primi passi della tua fede, lanciati. All’inizio sarai timoroso, incerta, traballante ma c’è chi ti prende, chi ti abbraccia, chi non vuole farti cadere.
E lo stesso che ti accoglie sarà quello che ti parla per guidarti, per consolarti, per dare direzione al tuo procedere.

Prendete la storia di Paolo. Quando incontrò il Signore sulla via di Damasco era una persona molto devota, molto religiosa. A suo modo. Ma aveva abbracciato una maniera di vivere la religione molto intollerante e violenta. Pensava di credere in Dio ma credeva in realtà in se stesso e nella sua ideologia religiosa. Fino a che Dio l’aveva fermato, l’aveva abbagliato con la sua luce, gli aveva parlato. Ascoltiamo la storia raccontata da lui stesso in Atti 22:
«Io sono un Giudeo, nato a Tarso di Cilicia, ma allevato in questa città, educato ai piedi di Gamaliele nella rigida osservanza della legge dei padri; sono stato zelante per la causa di Dio, come voi tutti siete oggi; 4 perseguitai a morte questa Via, legando e mettendo in prigione uomini e donne, 5 come me ne sono testimoni il sommo sacerdote e tutto il collegio degli anziani; avute da loro delle lettere per i fratelli, mi recavo a Damasco per condurre legati a Gerusalemme anche quelli che erano là, perché fossero puniti.
6 Mentre ero per strada e mi avvicinavo a Damasco, verso mezzogiorno, improvvisamente dal cielo mi sfolgorò intorno una gran luce. 7 Caddi a terra e udii una voce che mi disse: "Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?" 8 Io risposi: "Chi sei, Signore?" Ed egli mi disse: "Io sono Gesù il Nazareno, che tu perseguiti". 9 Coloro che erano con me videro sì la luce, ma non intesero la voce di colui che mi parlava. 10 Allora dissi: "Signore, che devo fare?" E il Signore mi disse: "Àlzati, va' a Damasco, e là ti saranno dette tutte le cose che ti è ordinato di fare". 11 E siccome non ci vedevo più a causa del fulgore di quella luce, fui condotto per mano da quelli che erano con me; e, così, giunsi a Damasco”.

La storia continua ma noi ci fermiamo qua. L’uomo religioso pieno di sé, forte e determinato deve tornare bambino. Non sa cosa deve fare, non ci vede nemmeno, qualcuno lo deve prendere per mano e guidarlo. Come un bambino, deve ricominciare tutto da capo, aprire i pugni e tendere le braccia, fidandosi di chi lo guida. Una trasformazione operata da Dio che ha cambiato il corso della sua vita e anche il corso della storia universale.

Questo per dire che se intendiamo intraprendere questa strada di ridiventare bambini e riprendere a fidarci ed affidarci, non facciamo tutto da soli. Dio ci accoglie, ci dà compagni di viaggio che ci incoraggiano e ci dà la sua Parola che ci guida. “Perché la fede viene  da ciò che si ascolta e ciò che si ascolta viene dalla parola di Cristo” (Rom 9, 17).

Abbiamo letto all’inizio il proposito di Dietrich Bonhoeffer quando come programma di vita si prefigge una cosa: “Vorrei imparare a credere”. Lui era già un credente in quel momento ma intuisce che imparare a credere era l’unico programma di vita possibile per lui. Imparare a credere in un mondo difficile che ti distrugge ogni certezza, ogni fiducia. Per lui imparare a credere nel bel mezzo della tragedia storica più grande, più triste: il nazismo e la II guerra mondiale. Imparare a credere in prigione fino alla fine, fino alla morte avvenuta meno di un anno dopo per strangolamento. Imparare a credere vivendo nell’aldiqua l’agonia delle scelte di vita.
Ecco come continua la sua lettera:

“Più tardi ho appreso, e continuo ad apprenderlo anche ora, che si impara a credere solo nel pieno essere-aldiqua della vita. Quando si è completamente rinunciato a fare qualcosa di noi stessi – un santo, un peccatore pentito, o un uomo di chiesa, un giusto o un ingiusto, un malato o un sano (…) allora ci si getta completamente nelle braccia di Dio, allora non si prendono più sul serio le proprie sofferenze, ma le sofferenze di Dio nel mondo, allora si veglia con Cristo nel Getsemani e, io credo, questa è fede, questa è metanoia, così si diventa cristiani (cf Geremia 45). Perché dovremmo diventare spavaldi per i successi, o perdere la testa per gli insuccessi, quando nell’aldiqua della vita partecipiamo alla sofferenza di Dio? Tu capisci cosa intendo dire, anche se lo dico così in poche parole. Sono riconoscente di avere avuto la possibilità di capire questo, e so che l’ho potuto capire solo percorrendo la strada che a suo tempo ho imboccato. Per questo penso con riconoscenza e in pace alle cose passate e a quelle presenti”.

“Allora ci si getta completamente nelle braccia di Dio!”. Quale Dio? Il Dio che Cristo ci ha fatto conoscere, che non è estraneo alle questioni difficili dell’“aldiqua”, che soffre con noi, che muore per noi, che risuscita per noi e ci fa risuscitare con Lui. Amen