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Una vita, una vocazione - pensando a Marisa Inguanti

Era il 17 novembre del 2016, eravamo in chiesa per uno studio biblico e ciascuno di noi era confrontato con il tema della propria morte. Può apparire una stranezza essere invitati a riflettere su questo tema nel bel mezzo della vita ma esternare le nostre ansie, i nostri pensieri, le nostre paure è invece esercizio molto utile in un contesto come quello attuale in cui la realtà della morte viene sempre allontanata come qualcosa di estraneo e innaturale. Riflettere sulla morte è utile perché ci sveste di ogni ipocrisia e di ogni orpello e ci restituisce all’essenziale. Marisa quel giorno era presente. Lei allo studio biblico non mancava mai e quella volta prese molto sul serio l’argomento mettendosi in discussione e scrivendo le sue riflessioni. Qualche giorno dopo ha consegnato a noi pastori questo foglietto che noi abbiamo conservato con cura.


 Mi restano solo 15 giorni di vita:

- gran brutta botta, superata la quale penso: "è giunta la mia ora,il Signore ha deciso così.

- Lo ringrazio per la vita lunga e benedetta che mi ha donato e, prima che le forze vengano meno, preparo le lasagne ai miei nipoti.

- La comunità e soprattutto il gruppo di preghiera pregherà per me e insieme a me: saremo una forza!

- Chiedo ai medici di alleviarmi il più possibile le sofferenze e condurmi alla morte serenamente e dignitosamente.

- Voglio essere circondata dall'amore dei miei familiari, parenti, amici, Pastori, fratelli e sorelle di Chiesa perchè anche io ho sempre dato amore.

- bilancio della mia vita: sicuramente avrei potuto fare di più e meglio ma penso, comunque, di lasciare un buon esempio come persona e come credente.

- ogni giorno la lettura dei salmi e alcune letture della Bibbia mi daranno grande conforto

- chiederò di fare la Santa Cena; spero a casa, se possbile

- Voglio gioia intorno a me e canti, tanti bei canti del nostro innario

- L'incontro con il mio Signore sarà una gran festa!

Ecco, in queste poche righe, frutto di profonda e sofferta riflessione, c’era tutta Marisa.
C’era la “lotta”, c’era il ringraziamento per una “vita lunga e benedetta”, c’era la “forza della preghiera” condivisa, c’era la sua famiglia e in particolare il servizio, “le lasagne”, per  i suoi nipoti; c’era il desiderio di morire “serenamente e dignitosamente” “circondata dall’amore di familiari, parenti, amici, pastori, fratelli e sorelle di chiesa”, c’era l’esame di se stessa, “il bilancio”, e la dichiarazione del primato dell’amore: “ho sempre dato amore”; c’era il senso profondo della sua vocazione: “lasciare un buon esempio come persona e come credente”; c’era la passione per la Bibbia, soprattutto i salmi come fonte di conforto, c’era la condivisione della Cena del Signore come segno di comunione con Dio e con i fratelli e le sorelle, se possibile,  c’era la gioia e c’erano i canti, “tanti canti”, perché l’incontro con il Signore fosse avvertito da tutti come una grande festa. Nel pensare alla propria morte Marisa aveva messo a fuoco il senso profondo della propria vita, una vita concepita, compresa alla luce della fede e della celebrazione dell’amore. Aveva riconosciuto i doni che aveva ricevuto.


Testo biblico: Esodo 3, 1-12a

1 Mosè pascolava il gregge di Ietro suo suocero, sacerdote di Madian, e, guidando il gregge oltre il deserto, giunse alla montagna di Dio, a Oreb. 2 L'angelo del SIGNORE gli apparve in una fiamma di fuoco, in mezzo a un pruno. Mosè guardò, ed ecco il pruno era tutto in fiamme, ma non si consumava.
3 Mosè disse: «Ora voglio andare da quella parte a vedere questa grande visione e come mai il pruno non si consuma!» 4 Il SIGNORE vide che egli si era mosso per andare a vedere. Allora Dio lo chiamò di mezzo al pruno e disse: «Mosè! Mosè!» Ed egli rispose: «Eccomi». 5 Dio disse: «Non ti avvicinare qua; togliti i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo sacro». 6 Poi aggiunse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio d'Abraamo, il Dio d'Isacco e il Dio di Giacobbe». Mosè allora si nascose la faccia, perché aveva paura di guardare Dio.
7 Il SIGNORE disse: «Ho visto, ho visto l'afflizione del mio popolo che è in Egitto e ho udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; infatti conosco i suoi affanni. 8 Sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani e per farlo salire da quel paese in un paese buono e spazioso, in un paese nel quale scorre il latte e il miele, nel luogo dove sono i Cananei, gli Ittiti, gli Amorei, i Ferezei, gli Ivvei e i Gebusei. 9 E ora, ecco, le grida dei figli d'Israele sono giunte a me; e ho anche visto l'oppressione con cui gli Egiziani li fanno soffrire. 10 Or dunque va'; io ti mando dal faraone perché tu faccia uscire dall'Egitto il mio popolo, i figli d'Israele».
11 Mosè disse a Dio: «Chi sono io per andare dal faraone e far uscire dall'Egitto i figli d'Israele?» 12 E Dio disse: «Va', perché io sarò con te».


Perché questo accostamento delle scelte di vita di Marisa e questo antico passo dell’Antico Testamento che racconta la chiamata di Mosè? Cosa hanno in comune l’esperienza antichissima di un pastore, un anziano profugo che pascolava un gregge in un luogo lontano e arido del Medio oriente con la vita di una bella, gentile ed elegante signora dei nostri tempi, come era Marisa? Apparentemente nulla. In realtà moltissimo. Entrambi avevano risposto ed accolto una vocazione loro rivolta da Dio ed entrambi di questa vocazione avevano fatto il fulcro, la bussola della loro intera esistenza.
Cosa ci dice questo testo antichissimo di Mosè? Che era una persona curiosa. Aveva visto un cespuglio in fiamme che però il fuoco non riusciva a consumare e si avvicinò per capire quello che stava succedendo. Anche Marisa era una persona curiosa, una persona che non smetteva mai di porsi domande e cercare risposte, una persona appassionata della ricerca della verità. Come Mosè anche Marisa sentiva di essere stata chiamata per nome da Dio e come lui, aveva risposto ad una vocazione. La sua vocazione era stata compresa come una chiamata a servire in famiglia, in comunità e nella scuola come maestra di tanti bambini e bambine ai quali aveva dedicato passione ed energia per oltre 40 anni della sua vita. Questa vocazione è stata come una bussola nella sua lunga vita. Una vita in cui non sono mancati duri momenti di smarrimento e di oscurità dei quali non si vergognava, anzi ne parlava come momenti importanti per la sua crescita spirituale e umana. Come Mosè infatti ha lottato con Dio quando non ne comprendeva le vie, quando ebbe ad affrontare sofferenze e menomazioni, come accadde alla morte di sua sorella Irene e dei suoi genitori tutto nell’arco di un anno e mezzo, o come nell’ultimo anno quando ha dovuto convivere con la dura realtà della perdita parziale della sua memoria. Come Mosè anche Marisa è stata una donna di preghiera, una preghiera personale e comunitaria, una preghiera appassionata e condivisa, spesso di intercessione per le persone più fragili della comunità. Infatti come Mosè, anche Marisa con grandi capacità pastorali si è presa cura dei più deboli. Per anni e anni con costanza, con telefonate, con visite, con aiuti di vario genere, Marisa ha fatto sentire alle persone anziane, malate o in difficoltà la vicinanza e la presenza non solo sua personale ma della comunità con la quale si identificava. Il suo sorriso e la sua gentilezza erano il miglior biglietto da visita di questa comunità e tutti noi ne abbiamo fatto esperienza. Perché Marisa rispondeva alla sua vocazione mettendo a frutto tutti i suoi doni per creare legami, per tessere pazientemente con costanza e discrezione il tessuto comunitario.
Dalla vocazione di Dio aveva tratto la convinzione profondamente incisa nel suo cuore sin dai primissimi anni della sua vita, la stessa di Mosè, che “Dio era con lei”. Sempre, anche quando non riusciva ad avvertirne la presenza, Egli misteriosamente c’era, c’era sempre stato e ci sarebbe stato sempre. E a Dio Marisa si è donata fino alla fine, a Dio che aveva riempito tutta la sua vita, a Dio si è abbandonata quando ha sentito che il suo percorso era ormai completato. Ed eccoci qua.
La vita di Marisa voleva essere di “buon esempio come persona e come credente”. Questa vita era dunque orientata ad avere senso per gli altri, per noi che restiamo, in primo luogo per i suoi nipoti, ma poi per i tanti che l’hanno conosciuta, amata, ascoltata, per coloro per i quali Marisa ha pregato, per i tanti che l’hanno conosciuta. Un esempio per noi tutti e quindi una chiamata a seguire le sue orme, a spendersi per gli altri con i doni che abbiamo ricevuto, con la costanza che Marisa ha dimostrato, con la sua curiosità, con le sue lotte, con la sua gentilezza e generosità. Cercando Dio anche nel buio ed emergendo dal buio ogni volta come per risurrezione, come avvenne a Marisa quando a dieci anni per tre giorni rimase seppellita nel ricovero di un palazzo bombardato da cui uscì, abbagliata, dalla luce della vita ritrovata.
L’incontro col mio Signore sarà una gran festa” ha scritto Marisa nei suoi appunti e così è stato, cara Marisa. Nel tempo eterno di Dio tu ci hai preceduti ed ora la presenza di Cristo risorto ti ha inondato di luce.
Noi invece qui affrontiamo ancora delle lotte, combattiamo con le nostre domande, viviamo ancora il tempo del “non ancora” ma preghiamo che il tuo Dio sia anche il nostro Dio e la tua passione bruci anche nel nostro cuore come fuoco d’amore che brucia senza consumare. Amen