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Destinati alla morte, ma predestinati alla vita. Il confronto della Parabola del Figliol Prodigo con la storia di Edipo

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Testo: Luca 15, 11-31

Se lascio cadere un oggetto, questo cade nella direzione perpendicolare al pavimento e secondo una accelerazione costante dovuta alla gravità.
Io ho solo la facoltà di lasciare o trattenere l'oggetto. Tutto il resto è scritto in questa legge della fisica.
L'idea greca del destino è proprio così. Che la vita è determinata e che non vale a nulla cercare di opporvisi. Tutta l'agitazione che uno ci mette, non serve a impedire che accada quello che deve accadere.
 
L'essere umano così è contemporaneamente del tutto innocente e nondimeno del tutto colpevole degli atti che commette.
La tragedia di Sofocle: Edipo re di Tebe,  testimonia in forma narrativa e mirabile questa verità pagana.
Laio e Giocasta hanno un figlio, Edipo, appunto.
 A Laio viene profetizzato che questo figlio lo ucciderà.
Questi per impedire l'avverarsi di questa profezia, consegna Edipo ad un servo perché lo uccida.
La tragedia sta tutta qui: un padre che decreta la uccisione di un figlio, per paura che il figlio uccida il padre.
Il servo a cui Laio ha affidato il compito, si impietosisce e non uccide Edipo. E così lo affida ad una famiglia perché lo adotti. Cresciuto, il ragazzo è determinato a conoscere il suo destino. E così interpellato l'Oracolo di Delfi, viene a sapere che ucciderà suo padre e sposerà sua madre.
Sconvolto, il ragazzo scappa da casa. Lungo il percorso a causa di una questione di precedenza tra carrozze, viene ad un alterco con un uomo e lo uccide. Si trattava di Laio, ma Edipo non lo sa. Ha ucciso il padre, ma non è cosciente.
A questo punto Edipo si reca a Tebe, che è afflitta dalla peste.
Qui finirà per sposarne la regina, che poi è sua madre, Giocasta. Ma anche questo ignorano entrambi
 
Chi è Edipo? Un eroe che combatte per affrancare Tebe dalla peste, oppure l'assassino del padre e colui che intrattiene un rapporto incestuoso con sua madre?
Edipo è giocato dal destino.
La peste di Tebe è ritenuta conseguenza di un grave peccato del popolo o di qualcuno dei suoi capi. E così Edipo è determinato a conoscere la verità, per fermarla. Ancora una volta si affida ad un veggente cieco, Tiresia.
Giocasta che ha intuito come stanno le cose cerca di persuadere Edipo a rinunciare all'accertamento della verità. Egli non potrà reggerla. Ma Edipo insiste e scopre di aver ucciso il padre e di aver sposato la madre e di essere dunque padre dei suoi fratelli.
 
Il male di Tebe, dunque, si annida nella vita stessa di Edipo. La sua condizione è tragica, ed il prezzo della verità è quello di non potersi più accettare.
La tragedia si consuma con un atto di violenza autolesiva con cui Edipo si acceca e se ne va in esilio, perché è proprio lui la causa della peste.
 
Malgrado la riluttanza e la ribellione, il destino è scritto e non c'è alcuna possibilità di sfuggirgli. Perciò l'unica esistenza possibile è vivere nella menzogna, rinunciando a ricercare una verità spesso sconveniente.
La storia non può essere cambiata.
 
Quando incontrai Sasà nel carcere di Nisida, lui aveva 18 anni.
Trattenendomi in mensa con gli educatori del carcere notai che man mano che i ragazzi arrivavano a mensa per la prima colazione, uno a uno andavano a salutare e ad abbracciare con ossequio Sasà. Chiesi ragione di quel comportamento e mi dissero che Sasà era destinato ad essere un boss della camorra. Suo nonno era stato ucciso sotto i suoi occhi, quando era ancora un bambino,  e il padre, anche lui camorrista, era in carcere in altro luogo.
Quando conobbi Sasà più da vicino, riconobbi i tratti di un ragazzo di intelligenza vivace, superiore alla norma. Capiva subito il senso delle storie bibliche e sapeva fare le giuste domande.
Quel che mi colpì fu che Sasà aveva una idea molto forte del destino e della sua tragicità: lui avrebbe fatto la carriera del padre, e forse la fine del nonno.
 
Tutto scritto, insomma, e la mia predicazione dell'Evangelo a lui, poteva solo generare una nostalgia per una vita che non si sarebbe mai realizzata.
 
Eppure il confronto tra le due storie, quella di Edipo e quella dei due figli della parabola di Luca, indica una prospettiva nuova nel racconto evangelico, tutta fondata sull'amore e sulla misericordia del Padre.
 
Il primo figlio è quello della libertà assoluta. E' il figlio che pensa di non aver alcun bisogno del Padre, che vuole essere il solo artefice del suo destino. Egli pensa di poterne fare a meno. Lo uccide simbolicamente, chiedendogli l'eredità e parte per la sua vita. E' l'uomo che si fa da sé (linguaggio del tossico).
 
Il secondo fratello è il figlio del destino. Egli pur essendo in  tutto sottomesso al Padre, mostra di odiarlo ancor di più dell'altro. Resta nella casa del Padre, ma come un estraneo. Entrambi i figli sono lontani dal Padre, ed entrambi si manifestano destinati alla perdizione. C'è chi si perde lontano e chi si perde vicino. C'è chi si perde in una velleitaria libertà e chi in un rigido conformismo. Ma la sostanza non cambia.
Quello che cambia, in questa storia evangelica è il Padre.
E' a motivo del Padre che succede l'imprevedibile, quel che non era scritto nel copione.
 
Se voi guardate le gocce di pioggia che ci posano sui vetri di una finestra, in un giorno di maltempo, potete notare che le gocce scivolano verso  il basso, segnando il vetro, rispondendo perciò alla stessa legge di gravità di cui parlavo prima.
Ma poi succede una cosa strana. Ad un certo punto, per una ragione che non ci aspetteremmo, la goccia devia la sua direzione, e si sposta in  maniera obliqua, andando a intercettare altre gocce che hanno deviato il loro corso, e formando nuova aggregazioni.
 
Ecco cosa succede nella nostra parabola. Quello che cambia la condizioni di entrambi i figli da destinati a vivere senza il padre, a predestinati dal Padre, è l'amore di Dio-Padre.
 
Ci son delle piccole ma decisive deviazioni nel corso degli eventi. La storia non è senza condizionamenti, talvolta anche molto forti, ma non è neppure una storia chiusa, tragicamente predeterminata.
 
Il Padre da' al figlio la sua eredità. Non lo fa partire contro la sua volontà, magari accompagnandolo con un giudizio o una minaccia, ma gli concede la possibilità di sperimentarsi.
Il Padre non si nega al figlio, quando questo torna, più per opportunismo che per pentimento. Anzi gli corre incontro e lo abbraccia e lo bacia, come non avrebbe fatto un padre di quei tempi e forse come non farebbe un padre neppure nei nostri. Ecco un'altra deviazione, inattesa.
 
Il Padre esce di casa e va incontro all'altro fratello il maggiore e  egli chiede di smettere di essere obbediente alla legge del padre, come uno schiavo, ma di amarlo, come un figlio. Un'altra goccia procede in maniera obliqua rispetto a ciò che ci si potrebbe aspettare.
 
Cosa spezza la linea dritta del destino?
Il perdono, la misericordia del Padre!
Fuori dall'amore di Dio il destino esiste. Ha le sue nuove forme e i suoi nuovi oracoli, ma fondamentalmente è già scritto. Noi rispondiamo a leggi di prevedibilità sociali che si ripetono ciclicamente.
 
Il destino di tante persone che fuggono dalla guerra, dai disastri ambientali e dalla povertà, è già scritto. Per alcuni sarà  morte durante il viaggio. Per altri marginalità, miseria, alcol,  disperazione.

Chi pensa che con comportamenti severi fino al limite delle crudeltà potrà cambiare il corso delle cose, ne resterà presto deluso. Il destino si compie  e porta morte per tanti immigrati e svilimento della democrazia per i residenti. Agitarsi non serve a nulla. Il destino è già scritto nelle stelle.
 
C'è solo una cosa in grado di spezzare questo malefico incantesimo, è la misericordia di Dio-Padre, divenuta carne e sangue in Cristo e ora anche compito in coloro che credono in lui.
Restare umani, per evitare che la storia ripeta se stessa.
Provare a non perdere la capacità di chiedere perdono e di concederlo, per lasciare che la Storia vada al suo compimento di vita.