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Il ritorno di colui che viene

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Mi svegliai al solito orario e d'istinto come facevo sempre d'inverno mi scoprii per rompere ogni indugio e affrontare la giornata di lavoro.
Poi un rapido flash e compresi che, “No. Era domenica!”
Sarei potuto rimanere qualche altro minuto a godermi un supplemento.
Ma ormai il freddo pungente del pavimento sotto i piedi mi aveva già dato la scossa.
La giornata era cominciata.
Tuttavia il pensiero che i tempi sarebbero stati un po' più distesi, senza troppa fretta, mi fu dolce e contribuì a darmi una certa calma.

Domenica, per me giorno di riposo, ma non certo vuoto di impegni e di cose da fare.
Prima di tutto prepararsi per il culto.
L'opzione tra l'andarci e il rimanere a casa, neppure si presentava.
Meno che mai in questo periodo in cui sapevo che molti, a causa della pandemia, non avrebbero potuto partecipare. Lasciarli in pochi avrebbe potuto scoraggiare alcuni.
In questi casi, più che mai, bisogna essere disciplinati e dare il proprio contributo almeno con la presenza. Questi pensieri, comunque, non mi accompagnavano come imperativi religiosi. Non soffrivo di questo genere di scrupoli. Era piuttosto un senso di gratitudine e di attaccamento alla comunità. Questa non era una chiesa qualsiasi per me, era la mia comunità. Vi ero cresciuto. Molte volte l'avevo sentita vicina più ancora della mia famiglia naturale. Certo ne facevano parte anche persone un po' difficili, ma non è così anche in famiglia? C'erano comunque tante altre persone di cui avevo una stima umana e spirituale immensa. Dunque ci si prepara e si va.

Eppure un retrogusto di amaro accompagnava i miei pensieri mentre mi preparavo il caffè.
Un pensiero triste che si faceva spazio tra gli altri.
Qualcosa che facevo fatica ad ammettere e che pure sostava nella mia mente ormai da parecchio.
Mentre molto spontanea saliva in me la coscienza della vicinanza umana e spirituale di quella piccola famiglia di credenti, sentivo, che, invece, era diventato via via più difficile percepire la presenza e la guida di Dio nella mia vita, compresi i momenti di lode comunitaria della adorazione.
Non che non cantassi gli inni col fervore che avevo sempre ammirato in mia madre. E neppure che fossi distratto durante la lettura dei testi e delle meditazioni.
Ma era come se tutto questo si fermasse negli strati alti del mio essere, avesse preso albergo nel cervello, senza più scendere della hall del cuore, per sciogliersi in una spirituale dolcezza che pervade tutta la persona. Mi capite?
“Mah, - mi dicevo, - in fondo cosa voglio? Aspiro a un sentimento religioso forse un po' infantile... Dopo tutto, a distanza di tanti anni, dovevo essere già ben grato a Dio che la fede in me non sia venuta meno presa nel vortice della routine ecclesiastica. Alcuni della mia generazione, mi davano l'impressione di persone che recitavano, bonariamente, un copione di fede. Non tanto per ipocrisia, ma per una certa inerzia abitudinaria, e spiritualmente pigra. Non più capace di aspettarsi grandi cose dalla fede”.

Cercavo di allontanare da me questi pensieri, non perché li considerassi blasfemi, ma perché sapevo per esperienza, che erano inconcludenti. Non mi avrebbero portato da nessuna parte ma di certo avrebbero contribuito e a mettermi di cattivo umore.
Tuttavia, come sovente capita coi pensieri, essi uscivano da una finestra del cervello per entrare da un'altra e se provavo a serrarle tutte, rientravano dal comignolo o da una piccola fessura del cuore.
Non posso dire che fosse turbamento il mio, ma una morbida tristezza che si era depositata sull'anima come la polvere negli angoli nascosti della casa, o meglio come un fiocco di neve che si posa con leggerezza sul cuore e che al contatto ti produce un leggero brivido come di un gelido bacio.

Quando arrivai in chiesa furono gli altri e le altre a distrarmi da questi pensieri. I saluti, i sorrisi immaginati sotto le mascherine e quello strano e contrastato sentimento tra il volersi avvicinare per il saluto e il voler mantenere le distanze per la sicurezza altrui e la propria.
 Come sempre presi posto tra le panche al mio solito posto. Un posto che gli altri fratelli e sorelle della chiesa avrebbero lasciato libero per me, abituati a vedermi seduto proprio lì, come fossi parte dell'arredo.
Ma quella leggera sensazione di tristezza per Dio, mi raggiunse nuovamente quando il culto cominciò. Le parole dei canti affioravano con una certa fatica sulla mia bocca. Le espressioni di lode mi parevano troppo retoriche e altisonanti e i sentimenti di ardore e gioia non si addicevano certo alla condizione del mio cuore.
 Provai a forzarmi ancora un poco: piano piano, sarei riuscito con la mia disciplina spirituale a venire a capo di questa sgradevole sensazione.
La corona d'avvento, posta sul tavolo della Cena ebbe per me l'effetto di un orologio: mi collocò nel tempo, quello liturgico, e chissà forse quello della mia vita. Un tempo di attesa. Era la seconda domenica d'avvento.
 La prima candela il pastore l'aveva accesa ricordando una donna senza nome che, proprio così disse, poteva anche essere una sorella della comunità. Una donna offesa, ferita o abbandonata dalla insensibilità maschile. Chissà a chi si riferiva? Quel pensiero mi aveva comunque commosso.

Che dirà questa mattina?
Forse sarà la pastora quest'oggi ad accenderle? Da tempo i nostri pastori avevano preso a predicare a due voci. Come due strofe di un inno, ad un primo introito seguiva una riflessione successiva, a volte nella forme di progressione logica, altre volte nella modalità di un contrappunto.

 Quest'oggi mi colpirono le parole dei due testi:
Quelle dette dall'angelo nel sogno a Giuseppe nel Vangelo di Matteo:
“Non temere, Giuseppe figlio di Davide, di prendere con te Maria...”
E le parole che un altro angelo, nella versione di Luca, aveva detto a Maria per prepararla al medesimo evento: “Ti saluto, o favorita dalla grazia: Il Signore è con te”.
Ecco pensai saranno questi i due distici dell'inno a due voci che canteranno quest'oggi i nostri predicatori. E come sempre mi disposi con curiosità e attenzione all'ascolto.

Fu a questo punto che accadde qualcosa di strano.
“Non temere Giuseppe”, furono parole che il mio cervello registrò e intese ripetermi più volte quasi con ossessione. Al posto di Giuseppe, però, sentivo pronunciare il mio nome. Quella ripetizione ebbe l'effetto di una risonanza nelle profondità della coscienza, ma come in un sottoscala vuoto della casa. Poi, piano piano, divennero come un balsamo che si stende su un lembo di pelle acceso da irritazione. Portavano refrigerio mentre si spalmavano sull'anima.
“Non temere...”
“Non temere la tua poca fede”. Non temere di risvegliarti dal sonno appesantito dal pensiero insopportabile di non sapere cosa fare e come agire.
Non temere di rimanere prigioniero di quel che potrà dire la gente, né gli sguardi, o i sorrisetti maliziosi.
 “Non temere, una volta desto, di non essere più capace di sentire la mia voce e di percepire la mia presenza”. “Non temere che tutto vada perduto e che le circostanze della vita ti sottraggano l'amore, il futuro, la gioia. Non temere”.

Non saprei come descrivere la sensazione che provai.
 Alcune lacrime rigarono il mio viso, ma non le trattenni come facevo di solito. Ebbero l'effetto di far riemergere in me l'esperienza della tenerezza di Dio che riapriva nella mia vita uno squarcio di speranza come facendosi spazio nella fitta selva delle mie passioni tristi.
Allora mi sembrò di capire: la candela questa mattina illuminava e riscaldava il mio cuore. Era una nuova venuta del Signore nella mia vita. La tristezza di una attesa a lungo frustrata, era diventato desiderio appagato di una nuova visita dall'alto.
Non avevo altro da fare che fargli spazio.
Lasciare che fosse lui a dirmi l'unica parola di cui avevo veramente bisogno: "Non temere. Non temere il risveglio. Io sono stato, sono e continuerò ad essere il tuo compagno di viaggio". Una parola che mi aiutava ad affidarmi al mistero della vita, a ciò che è incomprensibile e che può produrre profondo turbamento. Nelle mani e nel piano di Dio la mia vita e quella delle persone che Lui mi ha affidato può riposare tranquilla. Finalmente pacificata.

“Ti saluto, o favorita dalla grazia: Il Signore è con te”.

Vivo male questo periodo. Lo devo riconoscere. E' quasi un anno, dai... Stretta a casa con marito pensionato e figlia disoccupata non ho neppure lo svago del mio piccolo lavoro di sempre. Stare con gli anziani e soprattutto le anziane è una cosa che mi ha sempre gratificato e mi ha riempito la vita. So che ogni mattina mi aspettano per fare colazione. E io non le deludo, porto loro un po' di vita, qualcosa del mio carattere gioviale, il mio innato buon umore. Sì perché con loro sono spontanea e so che qualche mia battuta di spirito offre loro quella ventata di allegria di cui hanno bisogno. Sono così anche a casa quando invito qualche amica. Preparo qualcosa di buono e di dolce quando si annunciano per tempo e il nostro the e le nostre chiacchiere riempiono la cucina di complicità mentre parliamo con leggerezza anche di cose molto serie.
Poi è festa quando vengono i bambini degli altri miei due figli. Sono ben 4. Nonna mi hai preparato i biscotti che mi piacciono? No, non ho avuto tempo, scherzo. Ma daiiii non è vero... e comincia la caccia al tesoro ma ora i posti li hanno imparati tutti e in un batter d'occhio trovano la scatola di latta con il suo prezioso contenuto.

Ora no. I bimbi non possono venire e mi devo accontentare di qualche video chiamata. Meglio di niente, certo ma proprio non mi basta. Alla casa di riposo hanno ridotto il personale cominciando con quello delle cooperative e dei miei anziani solo qualcuno ha imparato a usare bene il telefono... Mi chiamano, dicono che mi aspettano... Stanno bene e questo è già importante. Poi con le video chiamate anch'io sono una frana. Non mi resta che stare a casa, niente amiche, niente vicine. Cucinare è sempre la mia passione ma non ricevo neppure un grazie, mi sembra che tutto sia dato per scontato, io stessa sono data per scontata, non merito alcun apprezzamento. A volte mi sembra di essere diventata invisibile.

Aspetto la domenica, ah come l'aspetto. Forse perché mi sento ancora un po' utile. Faccio un po' di accoglienza, e mentre sanifico gli ambienti parlo con le sorelle e fratelli di turno. Non faccio molto di più. Ci vediamo per ora solo la domenica. Ma è la mia chiesa. Mi faccio prendere dalla bellezza della musica, dalle parole dei canti, dalla predicazione dei pastori e ora ci stiamo preparando al Natale. Ma quante incertezze! Oggi abbiamo acceso la seconda candela di avvento, sono arrivati i calendari e i libri ma per il resto mi manca tutto. Non ci saranno tavolate, ormai gli abbracci fra noi così preziosi da sempre sono un lontano ricordo. Forse mi è venuta un po' di depressione, non so, ma il pensare al mio piccolissimo nucleo familiare di sole tre persone mi mette tristezza.

Eppure rifletto un po' su una parola sentita stamattina al culto radio: Il saluto dell'angelo a Maria: "Ti saluto favorita dalla grazia". La giovanissima Maria stava per affrontare un periodo pericolosissimo - essere incinta fuori del matrimonio non era cosa da nulla, si rischiava molto e poi avrebbe dovuto affrontare una vita difficilissima: Una spada ti trafiggerà l'anima - gli profetizzerà il vecchio Simeone. Eppure l'angelo le dice che era stata favorita dalla grazia. Strano no?

Favorita dalla grazia perché Dio l'aveva scelta fra tante per il compito immenso di partorire al mondo il Figlio di Dio e costi quel che costi la sua anima era colma di gioia. E in ogni dolore la promessa dell'angelo era stata la stessa che fu fatta a Mosè: il Signore è con te!

Ma anche io - rifletto - sono stata favorita dalla grazia. Io lo so bene. E anche tanto! Lo Spirito mi ha parlato vari decenni fa e non ha mai smesso di farlo e mi ha trasformata da come ero, donandomi la fede, l'amore di Cristo, una comunità che amo e che mi ama. Ho tutto quello che avrei potuto immaginare e molto di più. E' vero, ho nella vita affrontato momenti molto difficili e quello che sto passasndo ora è forse uno di quelli ma Dio mi è stato accanto. Sempre, sempre, sempre. L'angelo ha detto oggi anche a me: Il Signore è con te. Sei favorita dalla grazia e lo sono quando ricevo i sorrisi delle mie anziane, è il loro modo di ringraziarmi. E io sono appagata.

Non so se sono davvero depressa, ma questa parola mi aiuterà, perché mi è ormai entrata nella testa e nel cuore: Sei favorita dalla grazia, cara, e il Signore è con te.

E se il Signore è con me, chi mai potrà essere contro di me? Questo lo so.