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La grande schiera che fa il tifo per noi

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Testo: Ebrei 12,1-3

1 Anche noi, dunque, poiché siamo circondati da una così grande schiera di testimoni, deponiamo ogni peso e il peccato che così facilmente ci avvolge, e corriamo con perseveranza la gara che ci è proposta, 2 fissando lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta. Per la gioia che gli era posta dinanzi egli sopportò la croce, disprezzando l'infamia, e si è seduto alla destra del trono di Dio. 3 Considerate perciò colui che ha sopportato una simile ostilità contro la sua persona da parte dei peccatori, affinché non vi stanchiate perdendovi d'animo.

La fede ha qualcosa di misterioso.
Essa muove la nostra vita, come nel caso di Abramo, o ci fa uscire da vicoli ciechi, come nel caso della sterilità di Sara, per aprire orizzonti che non avevamo neppure immaginato, e che potevano solamente suscitare in noi un benevolo sorriso, come quello, appunto, di Abramo e Sara: illusione!

La fede si intreccia con la speranza, in modo che l'una dà vigore e sostanza all'altra. La visione di quel che sarà, in virtù di una parola che ci ha convocato, produce in noi una ferma fiducia che quanto promesso si realizzerà. E questo, misteriosamente appunto, diventa il nostro propellente spirituale, per compiere il nostro viaggio, fare le nostre scelte, trovare vigore nelle nostre lotte.

Ma da dove viene la fede?
Da dove venne la fede di Abramo, e quella di Sara, o prima, quella di Noè e così via?
Impossibile dirlo. Possiamo solamente metterci in ascolto della fede, possiamo meditarla, ma non spiegarla.
La fede è un dono di Dio, diciamo. Non è una risorsa umana, perché essa ha il carattere di ciò che irrompe dall'esterno in noi e viene quasi sempre a sovvertire il falso ordine che avevamo dato alla nostra vita e gli obiettivi che ci eravamo prefissati.

La fede si nutre della parola che l'ha suscitata. E' fiducia in chi quella ha parola ha pronunciato sulla nostra vita. E' la nostra risposta alla promessa del Signore. Una promessa che eccede sempre la nostra vita, la comprende ma anche la trascende. Quindi è già una grazia quando vediamo qualche realizzazione anche parziale della nostra fede. Ma siamo avvertiti, fin dall'inizio, che molti di quelli che furono chiamati e si misero in cammino in virtù d'essa, non videro la piena realizzazione delle promesse loro fatte.
La fede è piantare un albero all'ombra del quale siederà qualcun altro/a.
Non c'è inganno nella fede biblica, non c'è seduzione di successi facili. La fede non è un prodotto da piazzare sul mercato, non puoi dire “eccola qua, guarda com'è utile, e come funziona bene!” perché essa è “dimostrazione di realtà che non si vedono”.

Questo carattere misterioso della fede, la rende fonte di attrazione spirituale, interiore motore di ogni cosa, ciò che anima il nostro cuore e lo fa battere, motore pulsante della nostra vita.

In questo senso, la fede ha un carattere primariamente passivo. Non ne siamo gli artefici, ma destinatari sorpresi: da dove viene? Quando ha veramente fatto irruzione nella mia vita? Dove mi sta conducendo? Com'è possibile che non mi abbia abbandonato dopo tutte le mancate realizzazioni delle promesse a cui si è affidata?
Nessuno può quindi veramente vantarsi della propria fede, per il semplice fatto che non gli è “propria”. E quindi potremo sentirci risollevati da ogni giudizio da dare a chi la fede non c'è l'ha ancora, o, caso più difficile, a chi non c'è l'ha più.

Questa passività di fondo non è però la fine della storia.
I versetti 1-3 del capitolo 12 si configurano come una vera e propria “disciplina della fede”.
La Scrittura, lo Spirito Santo ci vengono incontro, per aiutarci a coltivare la fede, a rafforzarla e
rinvigorirla.
Questo è compito nostro.

Perché se nessuno trova la fede per suo merito, nessuno o nessuna la perde o la vede avvizzire, se non per la propria incuria.
Dunque questi versetti sono una ricetta di cura, accudimento della fede.

1. La prima cosa che coltiva la nostra fede è il suo carattere comunitario.
La fede non viene da un processo speculativo, come possono essere, ad esempio, le prove dell'esistenza di Dio. Tentativo con quale si vorrebbe approdare logicamente alla fede.
Su questa strada, per ogni indizio che ci dice che c'è un giardiniere dietro al giardino, ce n'è un altro che suggerisce che un certo grado di disordine è possibile solo se il giardiniere non c'è, o ha abbandonato il suo lavoro.
Quello che alimenta la nostra fede è la grande schiera di testimoni.
Una schiera che si allarga intorno a noi in cerchi sempre più larghi, come gli anelli di uno stadio. Essi comprendono lo spazio e il tempo. Ci sono i grandi uomini e donne del passato, testimoniati dalle Scritture e dalla storia plurisecolare della chiesa, che sono stati fedeli e che hanno scommesso la loro vita su quella promessa ricevuta.
Il capitolo 11 richiama alcune di queste mirabili storie bibliche. Ma non ci sono solo costoro. Ci sono anche i grandi eroi ed eroine della fede della nostra storia, della Riforma, o che appartengono alle tradizioni della nostra denominazione cristiana, o della nostra comunità locale. Testimonianze che si tengono le une con le altre, perché sono parte di un medesimo tessuto, di uno stesso arazzo.
Per chi come me ha molti anni di vita comunitaria vissuta, ci sono anche persone, uomini e donne, che abbiamo avuto la grazia di conoscere, personaggi che non saranno ricordati dai libri di storia. Sovente persone semplici in cui però abbiamo osservato con stupore, una forza, una vitalità e una luce che ci ha parlato di Dio in modo efficace, determinante.
Chi di noi può dire di non essere a questo punto del proprio viaggio, anche a motivo di qualcuno o qualcuna di queste persone?
I testimoni della fede sono stati la prova dell'esistenza di Dio offerta a noi.
Ecco dunque il primo consiglio, fondamentale: declinare la fede in un “noi” che non ha timore di includere uomini e donne, perfino di altra religione, che ci hanno ispirato.
La maggior parte di queste persone hanno compiuto la loro corsa, hanno saltato i loro ostacoli, hanno resistito alla prova di lunga durata della maratona. La gara però era singolare: sono stati tutti vincitori! Perché la fede è una competizione solo con se stessi.
Prova ne è che tutti costoro, non hanno lasciato lo stadio, ma sono lì a circondarci, per incoraggiare la nostra gara, per sostenerci nell'ultimo, e spesso più faticoso giro di pista.
Perciò il primo consiglio per coltivare la fede, è quello di coltivare il nostro legame con i testimoni che ci hanno preceduto.

2. Il secondo consiglio è quello di deporre ogni peso. Ogni atleta sa che il segreto della gara sta nell'aver alleggerito il proprio corpo dal grasso superfluo. O semplicemente liberandoci dell'inutile carico.
Il testo lascia a noi il compito di entrare nel merito. Ma una fede allenata ha bisogno di leggerezza, agilità, flessibilità. Intendiamoci, a volte questi pesi aggiuntivi, non ce li siamo scelti noi e quindi non dobbiamo colpevolizzarci. Penso a chi deve correre la propria gara appesantito da una malattia, fisica o psicologica che sia, o da un dispiacere, o semplicemente da tante responsabilità che devono sopperire ad atti di irresponsabilità di altri. Ma ci sono poi dei pesi ulteriori che aggiungiamo noi stessi. Spesso si tratta di cose “buone”, ma in quantità eccessiva, che rendono la nostra vita spirituale un po' goffa. Potremmo provare a indicarne qualcuno...
La nostra vita è piena, ingolfata di cose, molte delle quali non necessarie. E noi siamo come quegli aerostati da cui si è avuto paura di alleggerirli della zavorra

3. La seconda cosa di cui alleggerirci per tenere tonica la nostra fede, è il peso del peccato.
Anche qui, la vera svolta sta nel passare dall'espressione generica allo specifico.
Un pensiero sbagliato viene reiterato. Poi diventa un chiodo fisso, fissazione appunto, poi ossessione, e infine compulsione. A quel punto esso sequestra la nostra vita, perché assorbe gran parte delle nostre energie, ci logora, ci fa girare a vuoto, ci lascia estenuati. Alleggerirci del peccato, può quindi significare, smettere di rimuginare, liberare e liberarci mediante il perdono, superare dipendenze da sostanze o da abitudini negative.
A ben vedere questo esercizio non finisce mai, vista la nostra inclinazione al peccato. Ma vale la pena provarci, ed è importante ottenere qualche successo, che ci renda più leggeri, uomini e donne che assaporano la liberazione almeno da qualcuna delle nostre “dipendenze”. I risultati positivi possono esserci di incoraggiamento per altre battaglie e per conseguire altre vittorie.

4. “Corriamo con perseveranza” è un consiglio positivo per coltivare la nostra fede. Si tratta di “rompere il fiato”, come si dice in gergo sportivo. Trovare cioè un ritmo adatto al nostro corpo che ci renda capaci di resistere per tutta la gara. Acquisire cioè alcune buone abitudini, può aiutarci a guadagnare punti. Infatti la disciplina è soprattutto autodisciplina spirituale.

5. Ma si sa che l'atleta deve avere chiarezza circa la meta, deve focalizzare le sue energie in vista del conseguimento del traguardo. Altrimenti il correre è vano. Altrimenti il pugile batte l'aria senza costrutto, dice Paolo in 1 Corinzi.
Quindi il consiglio positivo più efficace è guardare a Gesù. La sua fede è perfetta e lui, origine della nostra fede, la rende perfetta, compiuta. Quando Pietro, nel racconto di Matteo 14, mette i piedi fuori dalla barca per andare incontro a Gesù, ciò che lo fa galleggiare è il filo invisibile che lega il suo sguardo a quello di Cristo. Puntiamo a Cristo, contempliamo il suo volto, meditiamo la sua parola e proviamo a mettere in pratica i suoi insegnamenti. Questo rende fluida e spedita l'azione della fede che non si fa distrarre dalle acque mosse che battono il naviglio.

6. La meditazione di Cristo, ci porta a riflettere in maggior misura sulla sua fede. Egli ebbe di mira la gioia (la gioia del fare la volontà del Padre), e per mezzo di essa affrontò anche i momenti più cupi e perciò più tristi. La gioia cristiana, non è una circumvallazione per evitare le pene, le sofferenze e la croce, ma per poter vivere ogni cosa senza essere sopraffatti dalla disperazione e dunque dalla perdita stessa della fede. Coltivare la letizia interiore dell'essere uniti a Dio, del fare del suo desiderio di pace e giustizia, il nostro, è la maniera per essere resilienti verso chi ci sarà ostile. E tutto questo per non perderci d'animo.

Conclusione
Se in una chiesa i credenti partecipano all'agone della vita spirituale, avendo chiaro l'obiettivo di guardare a Cristo e vivere come lui, non c'è spazio per la chiacchiera e per il pettegolezzo e la vita comunitaria diviene un reciproco incoraggiamento a compiere la propria corsa verso il compimento della vita. Non è facile. Non accade spesso. Ma quando accade, dentro di noi abbiamo una letizia che nessuno può toglierci, neppure le fatiche e le pene inevitabili del nostro percorso.

Proviamo ad essere questo stadio, questo laboratorio, di vita rinnovata, per il beneficio spirituale nostro e di quelli che il Signore ha affidato alla nostra cura.
Amen