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Stupore: il mistero e la rivelazione - La lezione del libro di Giobbe

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Testo: Giobbe 38, 1-12; 38, 39-41; 39, 1-2, 15-19

38,1 Allora il SIGNORE rispose a Giobbe dal seno della tempesta, e disse: 2 «Chi è costui che oscura i miei disegni con parole prive di senno? 3 Cingiti i fianchi come un prode; io ti farò delle domande e tu insegnami! 4 Dov'eri tu quando io fondavo la terra? Dillo, se hai tanta intelligenza. 5 Chi ne fissò le dimensioni, se lo sai, o chi tirò sopra di essa la corda da misurare? 6 Su che furono poggiate le sue fondamenta, o chi ne pose la pietra angolare, 7 quando le stelle del mattino cantavano tutte assieme e tutti i figli di Dio alzavano grida di gioia? 8 Chi chiuse con porte il mare balzante fuori dal grembo materno, 9 quando gli diedi le nubi come rivestimento e per fasce l'oscurità, 10 quando gli tracciai dei confini, gli misi sbarre e porte? 11 Allora gli dissi: "Fin qui tu verrai, e non oltre; qui si fermerà l'orgoglio dei tuoi flutti". 12 Hai tu mai, in vita tua, comandato al mattino, o insegnato il suo luogo all'aurora? (...) 39 «Sei tu che cacci la preda per la leonessa, che sazi la fame dei leoncelli, 40 quando si appiattano nelle tane e si mettono in agguato nella macchia? 41 Chi provvede il pasto al corvo quando i suoi piccini gridano a Dio e vanno peregrinando senza cibo? (...) 39, 1 «Sai quando figliano le capre selvatiche? Hai osservato quando le cerve partoriscono? 2 Conti i mesi della loro gravidanza e sai il momento in cui devono partorire?
15 Guarda l'ippopotamo che ho fatto al pari di te; esso mangia l'erba come il bue. 16 Ecco la sua forza è nei suoi lombi, il suo vigore nei muscoli del ventre. 17 Stende rigida come un cedro la coda; i nervi delle sue cosce sono intrecciati insieme. 18 Le sue ossa sono tubi di bronzo; le sue membra, sbarre di ferro. 19 Esso è il capolavoro di Dio

Che cos'è il libro di Giobbe? E' tante cose. Ma prima di tutto è una grande, profonda riflessione sul grande mistero del dolore e della sua origine. Di conseguenza è anche una riflessione sul rapporto del dolore con Dio. E' una forte contestazione dell'idea retributiva per la quale se c'è dolore, sofferenza è perché la persona che ne è vittima se la sia in qualche modo meritata. Sono gli amici di Giobbe che impersonano e argomentano questa teoria. Lo fanno all'inizio in modo soft, delicato, ma poi incalzano Giobbe, che si ribella a questa idea, e lo accusano sempre più apertamente e duramente. Dio, per gli amici di Giobbe, è supremo giudice e dispensatore di giuste punizioni ai colpevoli. Dio, invece, per Giobbe,è incomprensibile e sfugge ad ogni logica, e per questo si sente da Lui attaccato per il suo dolore e lasciato solo dai suoi amici che lo accusano ingiustamente. Il libro però è anche un libro di altissima carica poetica e il brano che abbiamo letto ne è un esempio. Quello che vi consiglio di fare è di leggere tutto Giobbe con calma ma secondo una lettura continua. Questo aiuta a seguire le argomentazioni ma anche a gustare, se pur in traduzione, la bellezza dei suoi versi. Il testo che abbiamo appena letto è un collage di versetti tratti dalla risposta che giunge a Giobbe da Dio "dal seno della tempesta", cioè dal luogo più terrificante per qualsiasi essere umano.Ma un luogo terrificante che è espressione massima di forza e potenza verso la quale noi umani, ancora oggi, nulla possiamo, può essere anche luogo di parola che svela, e come vedremo, mentre svela, anche nasconde. Questo lungo brano di cui ho letto un estratto prende in realtà 4 capitoli e tutti e 4 i capitoli sono domande.
Dov'eri tu quando fondavo la terra?quando tracciavo i confini al mare? Lo sai come dare da mangiare ai piccoli del leone? Conosci il tempo del parto per le capre selvatiche e le cerve? E oltre le domande rivolte a Giobbe, "Lo sai tu?", c'è anche un invito: "Guarda..." Guarda l'ippopotamo, o il coccodrillo: "Guarda in faccia tutto ciò che è eccelso!" (41, 26).

Dunque vorrei meditare con voi stamattina a partire dalla domanda di Dio e dal suo invito. La domanda è: Che ne sai tu? e l'invito: Guarda! Che ne sai tu? Una domanda breve che prende molti esempi. Tu, Giobbe, che ne sai di tante, tantissime cose che pure avvengono sotto i tuoi occhi ma ne ignori l'origine, o di cose che non vedi e non vedrai mai, come il parto di una capra selvatica in luoghi impervi e solitari? Tu che ne sai? La meditazione teologica del poeta che scrive questo libro ha uno dei centri in questa domanda. Che cosa è questa domanda che Dio pone a Giobbe? E' un modo per rinfacciargli la sua ignoranza? Un'accusa che si aggiunge pesantissima a quelle dei suoi amici? e perché? Che forse Giobbe non ha gridato a Dio le sue domande fino a quel punto? i suoi strazianti perché? In questo modo non ha confessato implicitamente il suo limite, la sua ignoranza? Cosa c'è in questa domanda di Dio? Una volontà di annichilire Giobbe e tutta l'umanità con lui rinfacciandogli di essere un nulla al suo cospetto? Non ne era abbastanza consapevole Giobbe della sua miseria, del suo essere poco più che un mucchietto di polvere? Forse in queste righe, in queste parole di poesia, in queste domande c'è un appello a noi esseri umani a riconoscere il mistero che ci circonda ma che anche va molto oltre il microcosmo intorno a noi. Le immagini spaziano in alto, in lungo, in largo, e viaggiano nel tempo, dal tempo sconoscito delle origini dei mondi, allo sviluppo successivo, si soffermano sui caratteri degli animali, ci parlano della provvidenza di Dio per le piccole creature animali appena nate. Dio sembra dire a Giobbe e anche ai suoi amici, i lettori del libro compresi, che è necessario per la nostra stessa salute mentale e spirituale riconoscere la misura di mistero che ci circonda e imparare a convivere con il nostro riconoscimento di ignoranza.

Mentre l'autore dice questo, viene implicitamente in parte sconfessato lo stesso libro nella sua prima parte quando è raccontato che Dio e Satana si accordano per mettere alla prova la fedeltà di Giobbe. Che ne sai tu uomo, che ne sai tu donna, cosa avviene nei cieli, simbolica dimora di Dio? E questo l'autore del libro lo dice anche a Giobbe che si arrabbia con Dio e maledice il giorno della sua nascita e lo dice ai suoi lettori, se, come gli amici di Giobbe, tentano di imprigionare Dio in caselle di senso, in ragionamenti umani e solo umani, che fanno acqua da tutte le parti! Sì Dio è e resta mistero e riconoscerlo ci aiuta tanto, ci fa bene alla salute mentale e a quella spirituale. Qualcosa di simile emerge dal racconto di Adamo ed Eva nel giardino primordiale. Essi non vollero rispettare il mistero, vollero conoscere bene e male e scelsero di farne esperienza a loro rischio e pericolo. Fu la loro scelta. Dio invece aveva chiesto loro di rispettare il mistero. Forse è nella nostra natura cercare di penetrare i misteri della vita ma qui il libro ci dice: se sei sincero, è bene per te riconoscere di non conoscere quasi nulla di quello che ti avviene intorno, che tu ne sia coinvolto oppure no. Potremmo aggungere un corollario che può non piacerci ma è la realtà: il mondo va avanti con o senza di te. Riconoscere questo ci ridimensiona, certo, ma ci fa del bene. Non incaselliamo Dio nei nostri parametri mentali come facevano gli amici di Giobbe e non pretendiamo di avere da Dio tutte le risposte come forse pretendeva Giobbe. Con le domande dobbiamo imparare a convivere e con l'apostolo Paolo dobbiamo riconoscere che "noi conosciamo in parte", vediamo la realtà che ci circonda "come in un antico specchio in modo oscuro". Dunque Dio è e resta un mistero insondabile, ma anche tante cose e realtà visibili e invisibili conservano la loro parte di mistero.

La seconda affermazione contenuta in questo testo è : "Guarda!". Guarda l'ippopotamo, chiamato "il capolavoro di Dio", guarda il coccodrillo: "Guarda in faccia - dice Dio a Giobbe - tutto ciò che è eccelso!". Guarda in faccia tutto ciò che è eccelso e che non hai fatto tu, aggiungo io! Gli amici di Giobbe intenti a convincere l'amico del suo peccato e a difendere Dio e la sua giustizia, e Giobbe, intento a commiserarsi, come a volte facciamo anche noi che leggiamo di loro, sono (siamo) chiamati a fermarsi e a guardare con occhi nuovi "tutto ciò che è eccelso". E magari è proprio davanti ai nostri occhi ma non ce ne accorgiamo.

Abraham Heschel scrive che possiamo guardare al mondo con due facoltà: la ragione e la meraviglia. Con la prima cerchiamo di spiegare il mondo, con la seconda cerchiamo di adattare la nostra mente al mondo. E' la meraviglia la fonte della conoscenza. La meraviglia è un modo di guardare l'esistente che non si basa sulla conoscenza accumulata e memorizzata. Nella meraviglia nulla è dato per scontato. Nella meraviglia facciamo l'esperienza che ci mancano le parole. "L'essenza è al di là dei confini del linguaggio". "Guarda" dice Dio, è un guardare non analitico ma un guardare che si apre alla meraviglia e questa meraviglia apre all' intuizione di Qualcosa di reale che trascende pensiero e sentimento.

Quando ero giovane, ero credente da poco e cantavo con slancio gli inni del vecchio innario del 1922 che nella mia chiesa di Napoli si cantavano ancora. Li imparai alla svelta perché amavo pregare cantando, facevo caso a ogni parola, nutrivano quelle parole e quelle melodie la mia giovane fede. C'era un canto, che il nuovo innario Celebriamo il Risorto ha ripreso nell'antica versione, - è il 297 - che parla del Regno di Dio e dell'impegno dei credenti per esso e contro ogni male. Mi piaceva tanto, però non condividevo al 100% il ritornello che diceva: Contro ogni mal che l'uom travaglia, all'opra,/o voi che amate il Vero, il Bello, il Ben" Io capivo e amavo il Vero e il Bene (tutti a lettera maiuscola) ma non capivo perché dovevo amare il Bello. Il Bello mi sembrava un lusso che solo i ricchi potevano permettersi, rispetto ai poveri che spesso vivono in case piccole, scure, a volte in baracche brutte, e dunque, al contrario dovevo amare il brutto, non il bello. Poi negli anni ho cominciato a comprendere perché potevo amare il Bello senza sentirmi in colpa. Non era il bello dei ricchi, le belle case, i bei vestiti, le belle barche, ma era ed è il Bello con lettera maiuscola, il Bello che è racchiuso nella creazione di Dio, ma era anche il Bello da scoprire in ciò che può apparire brutto ma che in realtà contiene meraviglie nascoste, come una perla nascosta nel ruvido e imperfetto guscio di un'ostrica. Il Bello è negli occhi di chi guarda, il Bello rimanda al suo Creatore, il Bello è porta che apre al senso di ineffabile che viene da Dio e parla di Dio. Senza parole. "Guarda" dice Dio a Giobbe e a noi, fermati, sta zitto/a e guarda. E' esperienza che tutti noi possiamo fare. Questo "guardare" apre al senso dell'ineffabile, prima fra tutte, apre all'intuizione per lo Spirito del nostro essere piccoli, senza che questa piccolezza ci annienti, perché l'ineffabile produce in noi anche l'esperienza del sentirci parte di un tutto che è stabilmente nelle mani di Dio. In quelle mani ci siamo anche noi, il nostro presente e il nostro futuro. Per questo il sentirci piccoli non ci deprime e non ci sminuisce.

La domanda: Che ne sai tu? L'invito: Guarda! sono la risposta di Dio a Giobbe. Sono la meditazione dell'autore di questo capolavoro dello Spirito, offerta ai credenti e alle credenti di ogni tempo.
Certo, non finisce qua. Il Signore non ci ha lasciati soli a contemplare il mistero. Dio ci ha donato Gesù, uomo che ci ha rivelato l'umanità nel suo progetto originario, ma anche Figlio di Dio, che è Dio che ha preso su di sè il dolore di Giobbe e tutte le domande rimaste allora senza risposta.

Lo stupore che apre al mistero è anche quello che ci porta a Gesù, al Dio che si fa uomo, piccolo come noi, al Dio che viene a conoscerci diventando umano.

Dio è mistero ma è anche rivelazione nella Parola diventata umana in Gesù. Convivere con queste due realtà, entrambe vere, è la sfida che riceviamo. Paolo dice: Poiché ora vediamo come in un antico specchio, in modo oscuro; ma allora vedremo faccia a faccia; ora conosco in parte; ma allora conoscerò pienamente, come anche sono stato perfettamente conosciuto.(I Cor 13, 12)

Accogliamo con meraviglia il mistero di Dio, Lodiamo Dio per averci svelato il suo amore in Gesù Cristo. Attendiamo con pazienza la manifestazione di ciò che è ancora ci è nascosto. Guardiamo il mondo con nuovi occhi come imparò da quel giorno a fare Giobbe che dopo aver ascoltato la voce di Dio disse:

2 «Io riconosco che tu puoi tutto e che nulla può impedirti di eseguire un tuo disegno. 3 Chi è colui che senza intelligenza offusca il tuo disegno? Sì, ne ho parlato; ma non lo capivo; sono cose per me troppo meravigliose e io non le conosco. 4 Ti prego, ascoltami, e io parlerò; ti farò delle domande e tu insegnami! 5 Il mio orecchio aveva sentito parlare di te ma ora l'occhio mio ti ha visto. 6 Perciò mi ravvedo, mi pento sulla polvere e sulla cenere». (Giobbe 42, 1-6)