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L’elogio dell’umiltà … a partire dal Magnificat di Maria (Luca 1, 46-55)

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Testo: Magnificat di Maria (Luca 1, 46-55)

46 E Maria disse:
«L'anima mia magnifica il Signore,
47 e lo spirito mio esulta in Dio, mio Salvatore,
48 perché egli ha guardato alla bassezza della sua serva.
Da ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata,
49 perché grandi cose mi ha fatte il Potente.
Santo è il suo nome;
50 e la sua misericordia si estende di generazione in generazione
su quelli che lo temono.
51 Egli ha operato potentemente con il suo braccio;
ha disperso quelli che erano superbi nei pensieri del loro cuore;
52 ha detronizzato i potenti,
e ha innalzato gli umili;
53 ha colmato di beni gli affamati,
e ha rimandato a mani vuote i ricchi.
54 Ha soccorso Israele, suo servitore,
ricordandosi della misericordia,
55 di cui aveva parlato ai nostri padri,
verso Abraamo e verso la sua discendenza per sempre».
 

Il tema della nostra comune riflessione di oggi è l’umiltà, tema inusuale, inattuale e per molti aspetti difficile. L’umiltà è più o meno considerata una virtù ma la vera umiltà è rara e difficile da decifrare. Al contrario è molto più usata – mi sembra – l’espressione “falsa umiltà” e quindi si intende che è più facile individuare (o giudicare) il falso che discernere il vero.  Difficilmente nel nostro linguaggio usiamo l’aggettivo “umile” e forse l’unico tempo dell’anno in cui ci soffermiamo un pochino su questa disposizione d’animo  è proprio il tempo natalizio. Ho bene in mente  qualche strofa di vecchi inni oggi spesso un po’ cambiati:
Inno 67: “Umil fra noi discese e visse il Re dei re”
Inno 75 “Nel mondo silente nessuno sa ancor che d’umile gente  è nato il Signor”
Inno 76 “Santa notte di Natal! Qual fulgore trionfal! Tutto tace nell’umile ostel, sola veglia la coppia fedel”.
Altri testi che visitiamo durante l’anno in cui compare il termine “umile” sono l’amato versetto: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo. Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore; e voi troverete riposo alle anime vostre”. (Matteo 11, 28-29)
E l’altro è il brano del libro del profeta Zaccaria richiamato all’entrata di Gesù a Gerusalemme in groppa ad un asino:
 
Esulta grandemente, o figlia di Sion,
manda grida di gioia, o figlia di Gerusalemme;
ecco, il tuo re viene a te;
egli è giusto e vittorioso,
umile, in groppa a un asino,
sopra un puledro, il piccolo dell'asina.
 

L’aggettivo “umile” è  attribuito a Gesù e a nessun altro nei Vangeli.
Ma andiamo un po’ ad esplorare. Nella società antica il termine greco per “umile”(gr. tapeinos) aveva un significato negativo. La società apprezzava gli uomini liberi e di nobili natali e generalmente disprezzava gli “umili”, cioè i sottoposti, i servi e gli schiavi. Umili erano praticamente gli umiliati, i sottomessi, coloro che avevano un comportamento servile, quelli che si dovevano abbassare agli altri, ai potenti, per il loro status sociale.

Se si guarda all’Antico Testamento sia il verbo “umiliare”, sia “umiliarsi” sono molto usati e anche l’aggettivo “umile” appare molte volte col significato di umiliato/a, oppresso/a (dalla violenza o dalla condizione di malattia o di povertà). Un termine usato nella Bibbia anche per donne che subivano violenza sessuale. Ma gli umiliati, le umiliate, o gli umili, non sono disprezzati nella Bibbia. Al contrario, nel cuore della rivelazione di Dio a Mosè, nel testo che prelude la sua chiamata a condurre Israele fuori dall’Egitto verso la libertà, si dice che Dio vide l’oppressione (l’umiliazione) del suo popolo e scese a liberarlo. Dio è Colui che libera  l’oppresso dalla sua condizione servile, dal suo stato di umiliazione.
In questo senso si dice molte volte nella Bibbia che Dio innalza gli umili.
Nei salmi sono tante le espressioni simili a quella che abbiamo trovato qui nel cantico di Maria:

 
Salmi 34:18
Il SIGNORE è vicino a quelli che hanno il cuore afflitto, salva gli umili di spirito.
Salmi 147:6
Il SIGNORE sostiene gli umili,
ma abbassa gli empi fino a terra.

Isaia 57:15
Infatti così parla Colui che è l'Alto, l'eccelso,
che abita l'eternità, e che si chiama il Santo.
«Io dimoro nel luogo eccelso e santo,
ma sto vicino a chi è oppresso e umile di spirito
per ravvivare lo spirito degli umili,
per ravvivare il cuore degli oppressi”.
 

Umile ha un’accezione quindi positiva nella Bibbia, prima di tutto perché si afferma che Dio vede gli umili (gli “’anawim” in ebraico), sta loro vicini e sta dalla loro parte.
Ma questo è vero anche in un altro senso: si è chiamati ad essere umili davanti a Dio. I credenti sono esortati ad essere umili, cioè obbedienti, sottomessi alla sua parola, a lasciarsi guidare da Dio. Quindi la Bibbia capovolge la visione negativa che prevaleva fra i non ebrei e i non cristiani e “umile” prende un’accezione positiva. Un esempio:

Isaia 66:2
Dice il SIGNORE.
«Ecco su chi io poserò lo sguardo:
su colui che è umile, che ha lo spirito afflitto
e trema alla mia parola.

Quindi, gli umili(ati) sanno che Dio è dalla loro parte.
E’ umile di cuore chi è docile e sottomesso a Dio e alla sua parola e abbassa se stesso.

Ma c’è un terzo aspetto che vorrei sottolineare oggi, l’esortazione all’umiltà nei riguardi degli altri.
Il brano più celebre in questo senso è il testo di Filippesi 2. Ecco i primi versetti:
 
1 Se dunque v'è qualche incoraggiamento in Cristo, se vi è qualche conforto d'amore, se vi è qualche comunione di Spirito, se vi è qualche tenerezza di affetto e qualche compassione, 2 rendete perfetta la mia gioia, avendo un medesimo pensare, un medesimo amore, essendo di un animo solo e di un unico sentimento. 3 Non fate nulla per spirito di parte o per vanagloria, ma ciascuno, con umiltà, stimi gli altri superiori a se stesso, 4 cercando ciascuno non il proprio interesse, ma anche quello degli altri.

Qui abbiamo l’umiltà al fondamento della comunità. L’unità, la comunione, la tenerezza d’affetto che uniscono i credenti nella comunità è nutrita dall’umiltà dei suoi membri. Umiltà è non fare nulla per spirito di parte o per vantarsi, è non cercare il proprio interesse, è stimare l’altro più di se stesso. Qui si richiama l’umiltà non come una condizione subita (dalle circostanze, da oppressori) e neanche come umiltà nei confronti di Dio, ma si richiede disponibilità a relazionarsi nei confronti degli altri in umiltà, “stimando gli altri da più di se stesso”.

A questo proposito facciamo una digressione, un approfondimento sull’opposto dell’umiltà, che è l’orgoglio (o superbia). Per questo faccio riferimento a un testo del grande apologeta cristiano contemporaneo che era C. S. Lewis (si trova facilmente anche su internet digitando “orgoglio umiltà C. S. Lewis”). Lui sostiene che l’orgoglio è per i cristiani il vizio peggiore, il male supremo. Afferma: “fu per orgoglio che il diavolo diventò diavolo”! E’ una condizione contraria a Dio ed è difficile che la riconosciamo in noi stessi, siamo inclini invece a riconoscerla negli altri e ad odiarla… negli altri.

C. S. Lewis afferma che nessuno è completamente esente da orgoglio.
Se volete misurare il vostro orgoglio – dice -  il modo più facile è domandare a voi stessi: “Mi dispiace, e quanto, che gli altri mi snobbino, non mi prestino attenzione, mi trattino con degnazione, si mettano in mostra?”. E aggiunge: “Il punto è che l’orgoglio di ciascuno è in competizione con quello degli altri”. Sì, l’orgoglio è competitivo. Si dice che uno si inorgoglisca per essere ricco, intelligente, di bell’aspetto, ma non è così. Si inorgoglisce per essere più ricco, più intelligente o più bello degli altri. E’ il confronto che rende orgogliosi: il piacere di essere superiori agli altri”.

E io aggiungo, è anche la convinzione di avere ragione più degli altri, di essere nel giusto rispetto agli altri. E questo è un atteggiamento che mina le relazioni profondamente. Se uno è orgoglioso e convinto di avere ragione, questa convinzione può  portare alla divisione, al disprezzo. L’orgoglio  è un sentimento molto forte. Per l’orgoglio  di aver ragione ho visto padri perdere la relazione con i figli, ho visto famiglie dividersi, ho visto comunità spaccarsi. E’ per questo che Paolo scrive quello che scrive alla chiesa di Filippi: Non fate nulla per spirito di parte o per vanagloria, ma ciascuno, con umiltà, stimi gli altri superiori a se stesso. Ma con altre parole accorate, ragionate, dice la stessa cosa alla chiesa di Corinto che era divisa e ogni gruppetto la voleva vinta ritenendo di aver ragione e di essere superiore agli altri. L’orgoglio è talmente forte a volte che arriva a voler fare a meno degli altri. Per questo Paolo scrive, paragonando la chiesa a un corpo: “l’occhio non può dire alla mano: Non ho bisogno di te, né il capo può dire ai piedi: non ho bisogno di voi!”. (I Cor 12, 21). Lo dice perché a Corinto, ma anche a Roma, Milano, Napoli, dovunque, questo è quello che succede: uno che dice all’altro: “Io in fondo non ho bisogno di te”. L’orgoglio crea solitudine, perché la persona orgogliosa dice di non aver bisogno di nessuno. E’ pronto a chiudere con tutti. La persona orgogliosa non si abbassa davanti a nessuno!

E rispetto a Dio? Si può essere cristiani e orgogliosi?
“Di fronte a Dio – è sempre Lewis che scrive -  siamo di fronte a qualcosa che è, sotto ogni riguardo, incommensurabilmente superiore a noi. Chi non riconosce Dio come tale – e quindi non riconosce se stesso come un niente al Suo confronto - non conosce affatto Dio. Finché sei orgoglioso non puoi conoscere Dio. Un uomo orgoglioso guarda tutto e tutti dall’alto in basso, e se guardi in basso non puoi vedere qualcosa che sta sopra di te.
Sorge qui un grave quesito. Come mai persone palesemente divorate dalla superbia e dall’orgoglio possono dire di credere in Dio e considerarsi religiosissime? Il fatto è, temo, che costoro adorano un Dio immaginario. Ammettono teoricamente di essere niente al cospetto di questo Dio fantomatico, ma in realtà sono convinte che Egli le approvi e le ritenga molto migliori della gente comune: pagano a Dio, cioè, un soldo di umiltà immaginaria, e ne ricavano mille di orgoglio verso i loro simili”.

Come combattere questa comune tendenza all’orgoglio? Per noi cristiani c’è un solo modo: guardare a Cristo. Paolo che era preoccupato delle sue comunità supplica quasi di imparare l’umiltà da Cristo: Ascoltiamo, sempre da Filippesi 2 come procede questa accorata esortazione:

 3 Non fate nulla per spirito di parte o per vanagloria, ma ciascuno, con umiltà, stimi gli altri superiori a se stesso, 4 cercando ciascuno non il proprio interesse, ma anche quello degli altri. 5 Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù, 6 il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l'essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, 7 ma svuotò se stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; 8 trovato esteriormente come un uomo, umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce. 9 Perciò Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome, 10 affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra, e sotto terra, 11 e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre.

C’è un solo modo di guarire dalla malattia dell’orgoglio che divide e uccide le nostre relazioni anche le più sacre, dice Paolo: “Imparare l’umiltà guardando a Cristo”. Se noi non vogliamo abbassarci, guardiamo a lui che si è abbassato fino a morire come un delinquente, se non vogliamo cedere il punto, guardiamo a lui che ha ceduto tutto anche la comunione con il suo Dio per amore nostro, se non vogliamo piegarci, pensiamo a lui che si è piegato sotto il peso della croce. Se non vogliamo diventare piccoli ai nostri occhi o agli occhi degli altri, pensiamo a Dio che per venirci incontro si è fatto piccolo come un bambino senza niente in Gesù.
Se abbiamo ancora conti da saldare e per questo siamo orgogliosi e non vorremmo piegarci, se è tempo che non visitiamo una persona per qualcosa che ci ha fatto tempo fa, settimane, mesi, anni…,  pensiamoci.
Fra qualche giorno è Natale, Gesù il Figlio è nato in una stalla, è vissuto come un senza fissa dimora, è stato ucciso come un delinquente ma è risorto come un Re, anzi il Re dei re.  Maria lo profetizzò ma poi lo disse Gesù in altro modo: “
Chi si innalza sarà umiliato, chi si umilia sarà innalzato”.(Luca 14, 11)

C’è cioè una grandissima promessa per chi rinuncia al suo orgoglio: Dio stesso ti innalzerà. Sarai piccolo forse sulla terra, ma che ti importa! Sarai grande per Dio.
Forse questo è il Natale da rendere grande e luminoso, forse questo è il Natale del miracolo, il miracolo dei figli e delle figlie di Dio che ritrovano il fratello, la sorella, che si incontrano, che si abbassano l’uno davanti all’altra. Sembra molto difficile ma è facile in fondo, basta deciderlo! E nessuno mai si è pentito di questo coraggio!
Ecco il miracolo del Natale che viene: imparare la lezione di Cristo per non dimenticarla più. Perché il Natale vuole trasformare la nostra vita, inondarla di lui, renderla migliore!