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Il muto, il dito di Dio, il disperdere e il raccogliere - Una riflessione su Luca 11, 14-23

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Un uomo muto… è questo l’inizio della storia. Non sappiamo molto di lui tranne che non poteva più parlare quando incontrò Gesù sulla sua strada.  Il testo racconta semplicemente che Gesù scacciò il demone che gli aveva tolto la parola, il muto parlò e la folla si stupì.
Si può essere impediti di parlare per molte ragioni. Si può essere sordi, ma non sembra essere questo il caso. Nei Vangeli si ricordano casi di guarigioni di persone sorde e mute. Qui ci viene detto che un demone impediva all’uomo di parlare. Oggi sappiamo che il mutismo può essere conseguenza di traumi, è come se le parole non siano percepite più utili o sufficienti a esprimere ciò che si è vissuto, le parole si bloccano in gola e si tace. I traumi possono essere violenze personali, episodi di guerra, perdite improvvise… In questi casi le immagini e il dolore che si è vissuto si aggirano come demoni nella mente annebbiata di chi li ha subiti e bloccano la persona a volte per brevi periodi, a volte per mesi e anni, a volte per sempre. Altre volte è invece Dio stesso che toglie la parola. Accadde a Zaccaria quando un angelo gli annunciò la gravidanza di Elisabetta e lui stentò a crederci. Fu un mutismo che durò tutto il tempo della gravidanza. Gli fu data una lunga pausa di silenzio, a lui che era un sacerdote. Fu una buona lezione data a un uomo di parola e di preghiera, un sano e utile mutismo per riflettere sulla sua poca fede. Una pausa che a volte farebbe tanto bene anche a noi pastori. A Zaccaria, quando la moglie partorì, fu restituita la parola e fu un parto anche quello, un parto gioioso di parola, se è vero come è vero che quello che disse divenne uno dei più bei cantici del Nuovo Testamento.
Dunque si può perdere la capacità di parlare per cause diverse ma a restituire la parola è Dio e quando questo accade la parola diventa lode, ringraziamento, canto.

Se questo è vero appaiono molto strane alle nostre orecchie le polemiche che seguirono la guarigione dell’uomo muto da parte di Gesù. Le persone non trovarono, a partire dallo stupore, la parola della lode, o almeno ciò non accadde a tutti. Alcuni trovarono invece parole di accusa verso Gesù e delle più gravi. Gesù fu accusato di operare non guidato da Dio ma da Satana e gli venne chiesto di dare prove inconfutabili (un segno dal cielo) della provenienza divina del suo operare.
E Gesù dovette difendersi. E nel farlo parlò di una battaglia fra due regni, due sovranità. Satana non caccia via Satana, spiegò. Sarebbe stupido oltre che assurdo. E’ Dio che lo fa. E lo fa perché è più forte.
Il regnare di Satana è per la distruzione, per la divisione, per la confusione. 
Il regnare di Dio è per la liberazione da tutto ciò che lega e impedisce lo sviluppo, le relazioni, la vita delle persone.
Chiunque prova a prendersi cura, a guarire  un’altra persona toglie terreno a Satana, cioè reagisce al  male, lo combatte. Chi ci prova, dice Gesù – e possono essere anche i vostri figli - lo sa bene. Quindi saranno essi stessi a giudicare la vostra malizia, le vostre insinuazioni, il vostro cinismo.
E qui Gesù lancia una sfida, una sfida alla fede quando dice: “Ma se è con il dito di Dio che io scaccio i demoni, allora è giunto fino a voi il Regno di Dio”. Solo tre volte è usata questa espressione “dito di Dio” nella Bibbia.  La prima è quando i maghi d’Egitto vedendo l’opera di Mosè dissero a faraone: “Questo è il dito di Dio” ma Faraone continuò ad indurire il suo cuore (Esodo 8, 19). La seconda è quando al Sinai il dito di Dio scrisse le Tavole della legge (Esodo 31, 18). Poi la terza volta è nel Salmo 8,3-4 quando il salmista esprime lo stupore del piccolo essere umano davanti alla immensità della creazione di Dio. “Quando io considero i cieli, opera delle tue dita, la luna, le stelle che tu hai disposte, cos’è l’uomo che tu lo ricordi? Il figlio dell’uomo che tu te ne prenda cura”.
Questo uso dell’espressione “dito di Dio” è dunque molto importante, indica grandezza, indica da che parte sta Dio rispetto a Faraone, indica la sua volontà rivelata (al Sinai). Il dito di Dio è quando l’Iddio grande, il Creatore degli estremi confini della terra, ricorda il piccolo umano e se ne prende cura per la sua misericordia. La sfida è a discernere in Gesù e nelle sue opere, lo splendore nascosto della sovranità di Dio, la sua grazia, il suo amore immeritato, “il dito di Dio”! Un uomo ritrova la parola, è guarito dal suo blocco, il suo trauma è superato. Alleluia! Gloria  a Dio! Questo doveva essere l’unico grido e invece polemica, accuse, richieste, insinuazioni….
Ma dove c’è amore, c’è Dio! Queste sono le parole, le semplici parole di una canto della comunità ecumenica di Taizè. Potremmo aggiungere: dove c’è liberazione, c’è Dio. Dove c’è riscatto, Dio è all’opera. Dove l’essere umano è liberato da dipendenze, da schiavitù di vario genere lì Dio è misteriosamente presente. Nulla da aggiungere, il resto è confusione!
Non so se dopo duemila anni di fede cristiana noi siamo al chiaro su questo. Non è forse vero che a volte invece di andare al cuore della nostra fede e imparare a riconoscere il dito di Dio, il trionfo del suo regnare in ciò che di bello e di buono accade intorno a noi, noi sprofondiamo in polemiche sterili e senza fine. Invece di accogliere l’amore e la misericordia con gratitudine, discettiamo; invece di combattere concretamente il male col bene come faceva Gesù senza sosta, ci attardiamo a discutere sul nulla senza combinare niente. 
E i protagonisti di questo episodio non si accorgevano che mentre gettavano discredito sull’operare di Gesù attribuendone l’origine a Satana, divenivano essi stessi strumenti di quest’ultimo nel creare divisione e confusione.
Ed ecco che arriviamo alla frase di Gesù che invece chiede finalmente chiarezza: “Chi non è con me è contro di me. Chi non raccoglie con me, disperde”.
E’ un invito esplicito, il più esplicito che ci sia nei Vangeli sinottici a prendere posizione rispetto a Gesù e all’opera di Dio attraverso e in Gesù. Gesù con ogni parabola invita a prendere posizione ma qui non usa parabole o giri di parole. Nell’atmosfera che si è creata intorno a lui, nella confusione che è stata gettata, nelle parole indegne che sono state pronunciate tese a gettare discredito e a dividere, Gesù chiede chiarezza. Questo invito alla chiarezza è espressa da due verbi: raccogliere o disperdere.
Esprimono due azioni opposte. “Disperdere” è dividere, cacciare in varie direzioni così da togliere forza e annullare l’insieme, frantumare la compattezza, dissipare, sprecare, rendere inutile. Disperdere è un composto di perdere. Chi disperde vuole che la gente prenda strade diverse o nessuna strada e si perda. Chi disperde lo fa di proposito perché dalla dispersione spesso ne ricava nascostamente vantaggio.
Poi all’opposto c’è “raccogliere” che è un derivato di cogliere ed è una variante di ac-cogliere. Chi raccoglie coglie, accoglie, ri-accoglie. Raccogliere è un gesto di accoglienza ripetuto. Chi raccoglie prende o riprende da terra una persona o una cosa e, se serve, lo fa ripetutamente. Chi raccoglie prende e riunisce i prodotti della terra. Si colgono i frutti ma si raccolgono le verdure. Quindi il “raccogliere” ha a che fare con l’intervenire dal basso in una situazione di prostrazione o di pericolo. Si raccoglie un ferito che sta a terra, si raccoglie chi è in pericolo a mare. Si raccolgono insieme coloro che sono altrimenti disuniti e perduti e quando si raccoglie si crea un legame fra chi raccoglie e chi è raccolto. Raccogliere è un verbo che implica coesione, unità.
Quando preghi – insegna Gesù – va’ nella tua cameretta, chiudi la porta e rivolgi la tua preghiera a Dio che vede nel segreto. In questo caso chi prega si raccoglie in preghiera. Cosa c’è in questo verbo? C’è l’idea che noi spesso siamo  in noi stessi disuniti, pieni di pensieri e preoccupazioni, siamo frammentati e confusi e abbiamo perciò bisogno di raccoglierci in noi stessi per presentarci così come siamo davanti a Dio. La preghiera personale davanti a Dio ci aiuta a ristabilire a volte anche con la postura quell’unità interiore che ci rende uno e unici davanti al nostro Dio.
Ma anche come gruppo o come comunità noi ci raccogliamo in preghiera o ci raccogliamo nel momento del culto. Siamo insieme raccolti per lodare Dio insieme. Ciascuno proviene da luoghi e condizioni diverse ma ci raccogliamo in un luogo e in un’ora convenuta per rendere a Dio l’onore che gli è dovuto. E possiamo raccoglierci, e di questo siamo più o meno consapevoli, perché prima Dio stesso ci ha raccolti, Dio attraverso Cristo, la sua parola, il suo Spirito in modi diversi, in tempi diversi ci ha raccolti da terra dove eravamo e ci ha condotti  per mano fino ad oggi,  fino a qui.
Chi non è con me è contro di me. Chi non raccoglie con me, disperde.
Gesù definisce in questa frase il compito messianico che lui ha ricevuto. “io raccolgo”, dice. E infatti in questo episodio si è preso cura di una persona che aveva perso la meravigliosa capacità di parlare, aveva raccolto quest’uomo dal luogo della sua solitudine, lo aveva restituito a vita abbondante, lo aveva aiutato a riannodare relazioni spezzate, lo aveva liberato dal groppo in gola che lo opprimeva.
Anche in un altro brano evangelico l’Evangelista Giovanni definisce lo scopo principale di Gesù il Cristo in questi termini. Quando con cinico calcolo politico il sommo sacerdote condannando Gesù a morte  dice: «Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera», l’evangelista Giovanni commenta: “Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi”. La parola è la stessa: raccogliere, riunire (sunago, in greco).Gesù dunque visse ma anche morì per raccogliere i figli di Dio dispersi.
Gesù quel giorno pose ai presenti una sfida, quella a riconoscere, a discernere nel suo operare  “il dito di Dio” che si prende cura dei dimenticati, di quelli che non hanno voce e non possono difendersi. Il “dito di Dio” è Dio che agisce per liberare, restituire la parola, liberare dalla violenza subita, dal male che isola. A chi non volle gioire per la dignità restituita e gettò parole di accusa, Gesù rispose argomentando, ma poi rivolse a tutti l’invito ad uscire dall’ambiguità, uscire dal circolo di chi ama confondere le acque, far fumo con le chiacchiere, gettare discredito, creare il sospetto, seminare cinismo, produrre indifferenza. Gesù disse: Chi non è con me è contro di me. Chi non raccoglie con me, disperde.
Noi viviamo in un mondo in cui tanti sono emuli di chi ama intorpidire le acque per trarne vantaggio personale. Chi ama gettare discredito su chi agisce per salvare vite umane. Chi sospetta il male sempre e comunque. Qui Gesù chiede: ma tu da che parte stai? C’è un momento nella vita in cui dobbiamo decidere, non possiamo più nasconderci dietro qualcun altro. La parola di Gesù ci stana. Ma tu cosa decidi? Raccogli con Gesù o disperdi? Doni a Dio lode per quello che in Cristo ha fatto e ti rimbocchi le maniche per raccogliere con lui o preferisci lasciar perdere, mandare la vita degli altri alla malora nascondendoti dietro le chiacchiere e il cinismo di quelli che non fanno altro che criticare? Non è una parola per gli altri, è una parola per noi, per ognuno e ognuna di noi. Fai chiarezza dentro di te, esci allo scoperto, scegli. Gesù ti dice: Chi non è con me è contro di me. Chi non raccoglie con me, disperde. Tu che fai? Io che faccio?
Non ci illudiamo, non c’è una via di mezzo su questa cosa, o raccogliamo o disperdiamo. Se raccogliamo siamo certi di una cosa, siamo insieme a Gesù, se non facciamo niente in realtà disperdiamo e Gesù non è con noi.
Gesù - e questa è una buona notizia in un mondo pieno di confusione -  ci affida il compito messianico del raccogliere, ci prende con sé per  metterci in ascolto del grido soffocato dei muti, ci prende con sé per prenderci cura dei dispersi, per prenderci cura gli uni delle altre, per aiutare qualcuno a rialzarsi, per farci prossimi di chi ha bisogno di noi, per amare. Dove c’è amore, lì c’è Dio. Non è una vocazione a fare confusione, a fare polemica religiosa ma ad amare concretamente e, come dice il saggio Qoelet: “Quello che la tua  mano trova da fare fallo con tutte le tue forze”. Perché Cristo è con te! Anzi perché tu sei con lui!