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La manna e la pietra

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Testo: Apocalisse:La Lettera alla Chiesa di Pergamo
12 «All'angelo della chiesa di Pergamo scrivi:
Queste cose dice colui che ha la spada affilata a due tagli:
13 "Io conosco dove tu abiti, cioè là dov'è il trono di Satana; tuttavia tu rimani fedele al mio nome e non hai rinnegato la fede in me, neppure ai giorni di Antipa, il mio fedele testimone, fu ucciso fra voi, là dove Satana abita. 14 Ma ho qualcosa contro di te: hai alcuni che professano la dottrina di Balaam, il quale insegnava a Balac il modo di far cadere i figli d'Israele, inducendoli a mangiare carni sacrificate agli idoli e a fornicare. 15 Così anche tu hai alcuni che professano similmente la dottrina dei Nicolaiti. 16 Ravvediti dunque, altrimenti fra poco verrò da te e combatterò contro di loro con la spada della mia bocca.
17 Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese.
A chi vince io darò della manna nascosta e una pietruzza bianca, sulla quale è scritto un nome nuovo che nessuno conosce, se non colui che lo riceve".

La lettera alla chiesa di Pergamo si apre con un’espressione che sul momento potrebbe lasciarci sbalorditi: Gesù descrive sé stesso come colui che “ha la spada affilata a due tagli” e si dichiara pronto a muovere guerra contro la sua stessa chiesa. La nostra reazione iniziale di fronte a un simile linguaggio potrebbe essere quella del puro sgomento: come conciliare quest’immagine con i tanti insegnamenti di Gesù che ci parlano di amore e che condannano la violenza? Non è forse Gesù colui che ha detto che chi ferisce di spada morirà di spada? Com’è questa storia che invece adesso è lui quello che impugna un’arma?
Ma a ben vedere sono diversi i luoghi del Nuovo Testamento dove viene utilizzato il linguaggio del combattimento per parlare del cammino della fede. Paolo fa spesso uso di queste metafore per parlare del credente come di un soldato impegnato in una battaglia contro il peccato con le armi della fede e Gesù stesso nel Vangelo secondo Matteo proclama di non essere venuto per portare pace ma di essere venuto con una spada; Gesù è quindi il primo a descrivere sé stesso come un guerriero spirituale e questo linguaggio ritorna con grande potenza in questo passaggio dell’Apocalisse.
Ma perché queste immagini della spada e dello scontro spirituale ricorrono proprio in questo testo? I versetti dal 13 al 15 ci forniscono la risposta a questa domanda. Senza entrare nel dettaglio, possiamo dire che Gesù sta accusando la chiesa di Pergamo di aver accolto alcune pratiche ed alcuni insegnamenti idolatri: forse per paura della persecuzione – ci viene infatti detto che un suo membro aveva subito la morte per martirio – forse per semplice fascino dei culti pagani, alcuni cristiani di Pergamo avevano sviluppato una spiritualità che gli aveva allontanati da Dio.
In linea con tutta la tradizione biblica il versetto 16 contiene una chiara e dura condanna dell’idolatria, al punto in cui Gesù proclama ai suoi discepoli “ravvedetevi e tornate a me, oppure dovrò scendere in battaglia contro di voi”. Ancora una volta non possiamo che rimanere attoniti di fronte al fatto che Gesù usi un tale linguaggio per coloro che altrove chiama fratelli, sorelle e amici. Ovviamente non possiamo cercare di diluire queste affermazioni, facendo finta di non percepire la durezza di cui sono carichi questi versetti. Ciò non di meno se vogliamo capire in modo profondo e spirituale il messaggio che questo versetto cerca di portarci dobbiamo porci in ascolto del testo e scavare oltre la sua superficie. Prima di tutto dobbiamo toglierci dalla testa che il richiamo al ravvedimento e quindi alla rinuncia al peccato sia soltanto qualcosa di moralistico. Gesù non sta semplicemente richiamando il suo popolo affinché esso ricominci a comportarsi bene e a “rigare dritto”. Certo rinunciare al peccato e ritornare a Dio significa senz'altro cambiare abitudini, rinunciare a comportarsi in un certo modo e abbracciare un diverso stile di vita. Ma questo è soltanto quello che succede a un livello più superficiale. In un modo più profondo commettere peccato e allontanarsi da Dio significa allontanarsi dal centro della realtà, significa rinunciare a vivere in comunione con quell’amore infinito che si è donato a noi in Cristo e che non desidera altro che richiamarci a lui cosicché possiamo diventare completi, liberi da ogni male e da ogni illusione. Essere idolatri significa scambiare per Dio qualcosa che non lo è, significa mettere qualcosa che non sia Dio sul trono del nostro cuore e lasciare che questo qualcosa dia forma e guidi la nostra vita, significa avere un’idea offuscata di quella che è la vera natura della realtà e quindi rimanere bloccati in spiritualità che non può portarci veramente al cuore delle cose e a vivere una vita completa.
In questo passo dell’Apocalisse Gesù afferma che la città di Pergamo è il luogo dove si erge il trono di Satana. Questo non dipende esclusivamente dal fatto che gli abitanti di Pergamo non conoscevano Cristo, perché in più di un luogo le scritture c’insegnano che anche nell’ignoranza di Dio noi possiamo essergli vicini senza per questo accorgercene, per cui il non avere una conoscenza esplicita del vangelo non ci rende per forza odiosi agli occhi di Dio. Gesù però chiama Pergamo il trono di Satana perché i suoi abitanti avevano aperto la porta a forze spirituali malvagie che gli avevano corrotti e separati da Dio, che non solo gli avevano distolti dall’ascoltare la predicazione dell’Evangelo ma che anzi gli avevano portati a perseguitare la chiesa e allo stesso tempo trasmetterle pratiche idolatriche.
Gesù quindi si sta appellando alla chiesa di Pergamo perché essa rifiuti la corruzione e ritorni a vivere una vita spiritualmente libera, una vita di sacrificio per il prossimo che sia vissuta ad imitazione di Dio. Il fatto poi che questo appello alla libertà da parte di Cristo sia accompagnato dalla minaccia di scendere in battaglia contro la chiesa di Pergamo non è in contraddizione con il fatto che la natura di Dio e quindi di Cristo sia quella di essere puro amore. Spesso non cogliamo come l’amore di Dio possa esistere insieme alla sua rabbia e quindi a volte finiamo per privilegiare uno dei due aspetti a scapito dell’altro. Ma quello che dobbiamo comprendere è che la rabbia e l’amore di Dio sono due facce della stessa medaglia. Proprio perché Dio ci ama senza alcun riposo e senza risparmiarsi egli è anche colui che porta la spada, pronto ad usarla nel suo odio del peccato per separarci da ogni schiavitù agli idoli. Il testo dell’Apocalisse ci dice che la spada di Gesù esce dalla sua bocca e questo significa che la sua spada è allo stesso tempo la sua parola. Incrociando il prologo al Vangelo di Giovanni e il racconto della creazione in Genesi noi sappiamo che la parola di Dio che si è incarnata in Cristo è anche la parola che ha creato i cieli e la terra e proprio in virtù del fatto che questa parola è una parola creatrice essa è anche capace di distruggere e di lacerare qualunque illusione, di abbattere gli idoli che ci siamo costruiti e che oscurano la nostra vista, impedendoci di vedere il vero volto di Dio e la reale natura delle cose.
Davanti a un peccatore che non conosce la vera realtà delle cose Dio non si fa scrupoli a usare la sua spada per squarciare il velo delle illusioni e le catene del peccato che lo avvolgono. Come ci dice l’apostolo Paolo nel discorso dell’Aeropago Dio non incolpa mai nessuno della sua ignoranza, mettendosi in cerca di coloro che ancora non lo conoscono, non smettendo mai di cercare fino a quando anche la centesima pecora sarà riportata a casa. Ma a maggior ragione Dio non abbandona nemmeno chi lo rifiuta o chi lo ha conosciuto per poi abbandonarlo e ancora una volta giunge in soccorso del suo figlio smarrito armato di spada. Ma dobbiamo stare attenti: chi non è ignorante di Dio ma preferisce rivolgersi agli idoli rischia grosso, perché affidando la sua vita a un’illusione rischia di vedere la propria vita sconvolta dall’intervento della spada di Dio. L’amore di Dio accoglie tutti, ma brucia qualunque cosa che non possa essere accolta nella santità di Dio; se non siamo pronti ad abbandonare la nostra idolatria e le nostre illusioni, se non siamo pronti ad affidarci completamente a Dio lasciando che egli guidi e dia senso e direzione alle nostre vite, se restiamo aggrappati alle finzioni che noi stessi ci siamo creati allora rischiamo di rimanere scottati dal suo amore.
Il cammino della fede è duro. Anche noi come i credenti di Pergamo siamo oggi esposti come comunità e come singoli credenti a molte influenze negative, a forze che vorrebbero impedirci di vedere la gloria di Dio riempire l’universo, al di là di ogni idolo e di ogni illusione. Dio promette: a chi vince, a chi abbandonerà sé stesso e le proprie illusioni per affidarsi al mio amore, io donerò una manna nascosta. Come Dio sostenne gli ebrei nel deserto del Sinai con la manna, un cibo fisico ma miracoloso che cadeva dal cielo ogni giorno, Dio sosterrà i suoi guerrieri spirituali con un cibo spirituale che ci verrà in soccorso ogni giorno della nostra vita per sostenerci nella lotta contro le illusioni. A chi vince dice Dio donerà un nome nuovo: in altre parole egli trasformerà la nostra identità – come Simone divenne Pietro quando approdò alla fede – in un modo che solo noi e lui conosciamo del tutto, perché questa identità sarà il frutto della nostra intima e personale connessione con Dio, che attraverso il volto di Cristo conosceremo al di là di ogni velo, al di là di ogni distorsione, al di là di ogni separazione.
Le parole che Gesù rivolse ai credenti di Pergamo risuonano oggi per noi. Dov’è che nella nostra vita di credenti ci siamo stancati e abbiamo smesso di combattere il nostro peccato e la nostra idolatria? E questa non è solo una domanda che riguarda il singolo. Questa è una domanda per tutta la nostra comunità: Gesù infatti non dice che scenderà in battaglia soltanto contro i nicolaiti e cioè contro coloro che adorano apertamente gli idoli, ma dice che combatterà contro tutta la chiesa di Pergamo. Gesù quindi predica l’interconnessione e la relazione: le catene di uno di noi sono le catene di tutti noi e non possiamo sperare di considerarci più puri del nostro prossimo fino a che anche lui non come noi non sia completamente libero dal peccato. Noi infatti come Chiesa e corpo di Cristo siamo una famiglia spirituale dove tutti siamo profondamente e intimamente connessi e dove la stanchezza e l’idolatria di uno diventa agli occhi di Dio la stanchezza e l’idolatria di tutta la comunità. Dov’è che dobbiamo affrontare dei nemici spirituali nella nostra vita di tutti i giorni? Quali influenze cercano di allontanarci da Dio sul nostro luogo di lavoro, nelle nostre relazioni familiari, o anche all’interno della chiesa stessa? In che modo possiamo far fronte a queste influenze con uno spirito di preghiera e di sacrificio che sia veramente in sintonia con il cuore di Dio per come lui lo ha manifestato in Cristo e sulla croce?
Sperando che esse siano giunte al vostro cuore, v’invito a portare queste domande con voi nei prossimi 6 giorni. In particolare consiglio per la nostra meditazione Matteo 10:34-39, Efesini 6:10-20 e 1 Timoteo 6:11-16. Fratelli e sorelle, pronunciamo il nostro amen all’amore di Dio, che il Signore possa donarci saggezza e giungere presto con la sua spada ad abbattere i nostri idoli.