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L’albero della Vita

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Testo: Apocalisse, 1,9-2,7

Lo scopo di questo sermone è quello d’iniziare un percorso di sette tappe, ciascuna concentrata su di un diverso estratto dal libro dell’Apocalisse di Giovanni; nello specifico, ciascuno dei prossimi sette sermoni esplorerà una delle cosiddette “Lettere alle Sette chiese dell’Asia”. Queste sono sette brevi testi posti all’inizio del libro dell’Apocalisse, i quali sono indirizzati per l’appunto a sette chiese asiatiche, le quali sono allo stesso tempo individuate come i destinatari del libro nella sua interezza (v.4), il quale è impostato come una lettera da parte dell’apostolo Giovanni a queste sette comunità.
Lo scopo di questa serie di sermoni non è però soltanto quello di tentare di esporre il contenuto di queste lettere: al contrario quello che importa è comprendere quali siano le conseguenze del contenuto di ciascuna di queste lettere per la vita cristiana. Per quanto portino il nome di lettere questi sette brevi testi sono in realtà dei brevi messaggi che Cristo, apparso in visione a Giovanni, affida all’apostolo perché essi vengano consegnati alle chiese. In generale ogni lettera contiene una sorta di diagnosi fatta da Cristo dello stato di salute di ciascuna chiesa, nella quale i meriti e i peccati di ogni comunità vengono brevemente riassunti, insieme a delle esortazioni e degli avvertimenti per far sì che questa rinunci ai propri vizi e rinnovi i propri sforzi. In effetti più che di lettere si tratta di sermoni in miniatura, sette brevi “onesti incoraggiamenti” che fotografano la condizione di un gruppo di credenti del primo secolo.
Nella Scrittura spesso i numeri non sono casuali e il numero sette in particolare ci rimanda con la mente ai sette giorni della creazione, sette giorni, sei di lavoro e uno di riposo, che rappresentano la totalità del lavoro di Dio: in sette giorni Dio ha creato tutto quello che doveva creare e poi si è fermato a contemplare la sua opera, nulla mancava. Come vedremo questo è uno schema che il libro dell’Apocalisse utilizza a più riprese, ovverosia quello di riprendere simboli ed elementi dell’Antico Testamento, questa volta collocati in un’ottica che risente della resurrezione e della crocifissione di Cristo. Non voglio negare che il numero sette semplicemente faccia riferimento al fatto che qui il testo sia indirizzato a sette particolari congregazioni storicamente esistite. Allo stesso tempo non si può resistere alla tentazione di vedervi un richiamo a ben altro. Sette stelle, come sono chiamati i discepoli dall’apostolo Paolo (Fil. 2:15), sette candelabri che sono un simbolo di adorazione e devozione religiosa, sette lettere a sette chiese. Se volessimo seguire la suggestione di trovare un parallelo con i sette giorni della creazione, potremmo dire che Gesù è qui rappresentato come colui che tiene tra le sue mani la totalità dei suoi discepoli, che riceve la totalità dell’adorazione, che si rivolge alla totalità della sua comunità. In questo senso, voglio suggerire che le sette lettere sono in qualche modo una guida esaustiva alle promesse che Dio fa per la nostra vita, se scegliamo di seguire fino in fondo la strada del discepolato e della croce.
In sette giorni Dio ha creato tutto, ma la sua azione non si è esaurita: nel tempo seguente alla creazione – fino ad oggi e fino alla fine dei tempi – Dio lavora affinché la sua creazione rimanga in esistenza, egli la mantiene. Queste sette lettere sono un’espressione del modo in cui anche oggi Dio mantiene la sua Chiesa: non si è limitato a fondarla, né si limita ad accoglierla nel suo regno nel giorno del giudizio finale, ma anche oggi continua a comunicare con il proprio popolo, non facendogli mancare il suo sostegno e la sua guida. Sette lettere per indicare che la guida di Dio è totale: Egli non nasconde nulla alla sua Chiesa di cui essa abbia bisogno. Anche simbolicamente, le sette lettere sono collocate a metà strada tra il passato e il futuro: prima abbiamo la storia del popolo di Dio e di Gesù e tutto il resto del canone biblico (l’Antico Testamento, i Vangeli, gli Atti e le Epistole) e poi troviamo le rivelazioni che chiudono la Bibbia fornendo una visione di cosa attende la Chiesa in futuro. Le sette lettere sono una guida per l’adesso: esse riprendono il passato e ci preparano per il futuro, discutendo i pericoli che la Chiesa corre in questo tempo e le promesse e i doni di cui Dio le farà parte se essa saprà essergli fedele.
Ci sono tre elementi che sono condivisi da tutte e sette le lettere: tutte iniziano con una descrizione di Cristo che ogni sottolinea diversi elementi della sua natura, procedono identificando lo stato di salute della chiesa a cui sono indirizzate, indicando i suoi punti di forza e le aree in cui invece deve lavorare; infine tutte terminano con una promessa, la quale consiste in un dono che Dio farà a coloro che accolgano il suo messaggio di esortazione e di pentimento. Ciascuna di queste promesse segue la formula “A chi vince […]”. Passiamo quindi a discutere il contenuto della prima lettera.
La lettera inizia ripetendo che Cristo è colui che tiene le sette stelle nella sua destra e che cammina in mezzo ai sette candelabri: Gesù Cristo è Dio, il Signore indiscusso della chiesa, il maestro di tutti i discepoli, in lui noi abbiamo accesso a Dio al quale eleviamo il nostro culto spirituale.
Quello che Gesù dice sulla chiesa di Efeso, lo confesso, mi ha toccato personalmente. Come vedremo tutte le descrizioni delle sette chiese sono particolarmente significative e si applicano facilmente alla nostra situazione attuale: come sempre accade nelle Scritture sono parole che vanno così in profondità nell’esperienza spirituale, che esse vanno ben al di là delle circostanze particolari in cui sono state scritte, ben descrivendo anche il nostro rapporto con Dio. Ciò detto la descrizione della chiesa di Efeso mi ha ricordato in maniera fortissima della mia esperienza di chiesa in Italia. Vediamola nei particolari:
1) la chiesa di Efeso è costante e non si è mai stancata di spendersi per il nome di Cristo;
2) la chiesa di Efeso ha una tolleranza minima per il male e in particolare per coloro che si spacciano per religiosi ma che in realtà operano per il male. Nei prossimi sermoni avremo occasione per discutere chi siano i nicolaiti. Per ora accontentiamoci di dire che la chiesa di Efeso non si è fatta abbindolare da falsi guru e dai proverbiali lupi vestiti da agnelli Mt. 7:15-20;
3) nonostante questi complimenti, Cristo rivolge alla chiesa di Efeso un’accusa pesantissima: essa ha abbandonato il suo primo amore.
Perché mi ha fatto pensare alla mia esperienza? Io credo che le nostre chiese in qualche modo manifestino tutte e tre queste caratteristiche. Le nostre comunità hanno un senso molto elevato della responsabilità che la Chiesa ha davanti a Dio e al mondo e certo non si può dire che non ci diamo da fare; non saremo perfetti, ma spesso e volentieri facciamo ben più di quanto ci si aspetterebbe da comunità con risorse relativamente limitate quali le nostre. Nella nostra storia abbiamo saputo sopportare molto e sopporteremo molto ancora. Possiamo dircelo: non abbiamo paura di sporcarci le mani. Giuseppe Miglio il mio pastore a Pordenone diceva sempre: “il Vangelo non è una teoria!” e io credo che pur con i nostri limiti questa sia una verità molto sentita dalle nostre chiese. Personalmente sono molto grato di aver potuto assorbire l’importanza di questo punto, della necessità di una testimonianza che sia sempre fatta in prima persona e che non abbia paura di rischiare o di stancarsi.
Un’altra cosa che siamo bravi a fare – e che sono grato di aver potuto imparare – è “fiutare” ciò che non è autentico: in inglese si parlerebbe di “bullshitting.” Siamo persone serie con idee serie e non ci piacciono le persone da poco con idee da poco; in particolare non ci piacciono quando portano il nome di cristiani. Allo stesso tempo siamo ecumenici, pronti ad ascoltare quando qualcuno che viene da un’“altra parrocchia” porti dei contenuti biblici. Insomma anche qui non saremo perfetti ma ce la caviamo abbastanza bene.
Ora però arriva la nota dolente: abbiamo abbandonato il nostro primo amore. Ma cosa significa? E come è possibile che una chiesa che se la cava così bene possa esser caduta così in fallo che Cristo dica “ho questo contro di te”? Io la interpreto in questo modo: io credo che ci manchi un po’ di passione, una passione nata da una piena consapevolezza di chi siamo e di cosa ci è stato donato. Devo dirlo francamente: a volte ho l’impressione che non diamo sufficiente valore alla nostra fede e al nostro essere chiesa. “In nessun altro è la salvezza; perché non vi è sotto il cielo nessun altro nome che sia stato dato agli uomini, per mezzo del quale noi dobbiamo essere salvati” (Atti 4:12). Questa è la verità sulla quale si regge la missione della Chiesa e per la quale Dio ha deciso di farne il suo strumento speciale per rinnovare il mondo. “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Giov. 3:16-18): questo è il primo amore di cui io ho il timore che un po' ci siamo dimenticati, ossia l’amore che è all’origine della vita vera, quella eterna, per il quale è nata la chiesa e per il quale noi ci siamo sentiti chiamati a fare parte della Chiesa, accogliendo la vita eterna nel momento in cui abbiamo scelto Cristo.
Attenzione: la vita eterna non è soltanto una promessa per il futuro, ma è una pienezza di vita nuova già qui e adesso; essa è l’acqua promessa da Gesù alla samaritana di cui egli dice «Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna» (Giov. 4:13-14). Dal momento in cui abbiamo scelto Cristo la nostra vita spirituale ha smesso di nutrirsi di alimenti umani ma è ora nutrita dell’acqua spirituale di Dio che è una fonte di vita eterna. Continuare a bere quest’acqua giorno dopo giorno significa mantenere viva la memoria del nostro primo amore che ci ha dato una nuova vita, significa mantenere viva la passione per lui e per i suoi insegnamenti, ma soprattutto significa continuare a vivere la nuova vita che lui ci ha donato.
Senza questa passione possiamo continuare a svolgere il compito della chiesa, compiendo opere di amore e difendendo la verità – e infatti la chiesa di Efeso agisce e non si è ancora stancata – ma per farlo utilizzeremo un’acqua che non è quella divina. Alla fine saremo destinati a soccombere alla fatica e a non riusciremo più ad andare avanti. Agire senza passione per Dio significa agire per una mancanza: cioè noi vediamo il dolore del mondo e cerchiamo di fare qualcosa per ridurre questo dolore. Benissimo, lodevole, ma questa è una battaglia senza speranza che si può solo perdere. Essere chiesa in questo modo significa portare la croce senza essere sostenuti dalla promessa e dalla realtà della vita eterna e cioè dalla speranza che dopo la croce ci sia la resurrezione, una realtà di cui partecipiamo e da cui veniamo trasformati già ora. Se noi invece attingiamo alla fonte di vita eterna che Dio ha posto in noi allora noi non agiamo per mancanza ma agiamo a partire dalla nostra pienezza: noi siamo creature rinnovate, piene di vita nuova; traendo vita da quest’acqua che zampilla per la vita eterna viviamo la stessa vita di Cristo, una vita in comunione con Dio e alimentata direttamente da lui; così come Dio viviamo di un amore così pieno e traboccante che è per esso naturale guardare con amore il mondo e scegliere di abbracciarlo e prendersene cura.
Dobbiamo fare attenzione a non sottovalutare lo spegnersi della nostra passione: questo significa che ci stiamo dimenticando di un dono che Dio ci ha fatto perché ne condividessimo i frutti. Se decidiamo di farne a meno le conseguenze saranno severe: il nostro candelabro verrà rimosso, dice Cristo. Se è corretto leggere il candelabro come un simbolo della nostra adorazione di Dio, questo significa niente meno che il nostro rapporto con Dio verrà reciso; spenta la passione per il nostro primo amore non abbiamo più diritto ad essere considerati suoi discepoli.
Ma il messaggio della lettera ad Efeso è ottimista: la passione spenta o che si sta addormentando si può risvegliare! Quello che era può tornare ad essere! Dobbiamo solo pentirci e ritornare a quello che eravamo – e se abbiamo fatto una scelta per Cristo, almeno una volta nella vita abbiamo provato il brivido sublime di questa passione. Questo però non è un compito che si può svolgere una volta per tutte: il filosofo e teologo cristiano Kierkegaard diceva che la vita spirituale è una battaglia dove ci sono continue avanzate e ritirate; se la nostra passione per Dio è viva o meno non è una questione di tutto o niente, ma è invece una questione di gradi, di una maggiore o minore intensità (anche se in un certo senso il niente c’è, perché può giungere a spegnersi e noi possiamo allontanarci da Dio). Dobbiamo ritornare alla fonte di vita eterna che Dio ci ha donati, che è la grazia, ossia la bellezza e l’autorità che riceviamo tramite Cristo, il dono che Dio Padre ci dona in risposta alla nostra fede; a questa grazia dobbiamo ritornare giorno dopo giorno attraverso la pratica della preghiera, della lettura delle Scritture, del discepolato secondo i doni che ci ha donato. Nessuno può fare queste cose per noi, ma se noi ci dedichiamo ad esse con intensità non saremo mai lontani da Dio. Rinunciare a fare ciò significa rinunciare a vivere pienamente la chiesa, significa rinunciare a vivere la vera vita umana e non la caricatura che il mondo vorrebbe imporci.
Torniamo al testo di Apocalisse che stiamo analizzando: ora possiamo capire cosa significa “vincere.” Vincere è vincere tutto ciò che in noi stessi e nel mondo ci allontana da Dio, giorno dopo giorno, mantenendo vivo il nostro rapporto con Dio; vincere non è una vittoria definitiva, perché quella avverrà solo nella prossima vita, ma è vincere giorno dopo giorno la vittoria sulla morte e sulla disperazione, scegliendo la pienezza dell’Amore di Dio. Vincere significa arrendersi, significa mettere noi stessi da parte e ammettere che non possiamo salvare il mondo, ma che invece scegliamo di affidarci alla pienezza di vita di cui Dio ci ha fatto dono. Vincere significa fare lo stesso cammino di Gesù: significa partecipare del suo sacrificio obbedendo a Dio ogni giorno, ma significa anche partecipare alla sua vita, una vita piena dello Spirito di Dio, di amore, di fiducia e sostenuta dalla speranza dataci dalla promessa di accompagnare Cristo nella resurrezione.
Ai vincitori Cristo promette il cibo che proviene dall’albero della vita: ancora una volta ci troviamo di fronte a un immaginario che proviene dall’Antico Testamento. Nel libro della Genesi leggiamo che Dio caccia Adamo ed Eva dal giardino dell’Eden perché non mangino dall’albero della vita e rendano il disastro della Caduta un fatto ancora peggiore (Gen. 22:3). Quello che Dio vuole evitare è che Adamo ed Eva e quindi l’umanità corrotta dal peccato mangi dell’albero della vita e viva per sempre: essi sono immaturi, distanti da Dio e la vita eterna sarebbe solo un danno, dando ancora più forza a un’umanità incapace di camminare con Dio. Quindi qual’è il messaggio di Apocalisse? Ora noi siamo pronti a fare quello che Adamo ed Eva non poterono fare. Noi che abbiamo avuto fede in Cristo, noi che siamo stati chiamati a partecipare del suo sacrificio per tutto il creato, noi che siamo stati chiamati a partecipare per primi alla sua resurrezione e al rinnovamento di ogni cosa, noi possiamo infine mangiare dall’albero della vita che significa per l’appunto ricevere l’acqua spirituale e la vita eterna di cui Gesù parlò alla samaritana. Il nostro testo dice che l’albero della vita è nel paradiso di Dio: noi siamo già a casa, siamo già nella Gerusalemme Celeste e ci muoviamo in questo mondo avvolti dalla sua aura; noi viviamo già una vita nuova abitando in un luogo nuovo. Quanto però saremo capaci di assorbire questa realtà e di trasmetterla, quanto saremo in grado di agire a partire dalla pienezza che Dio ci ha donato ed essere così una benedizione per tutti, dipende da noi, da quanto sapremo vincere giorno dopo giorno arrendendoci a Dio, da quanto sapremo essere fedeli al dono che Dio ci ha fatto.
In conclusione, vorrei lasciarci con un compito per casa, perché leggere ed ascoltare sermoni è inutile se non li si applica. Vorrei che ciascuno di noi in questa settimana faccia, in obbedienza a Dio, un gesto “nuovo.” Facciamo un gesto di riconciliazione, di amore, un gesto concreto della nuova vita che avanza in noi. Ma dev’essere qualcosa di costoso, qualcosa che è giusto fare ma che ci mette in difficoltà. Io in chiesa ho detto cosa avrei fatto, non lo scrivo qui per una questione di privacy – niente da nascondere, ma ci sono cose che discuto volentieri a quattr’occhi o di fronte alla congregazione, ma che non mi piace che finiscano su Facebook. Comunque incoraggio tutti noi a prendere questa cosa sul serio: possa questo gesto essere un momento in cui la nostra passione per il nostro primo amore si risveglia o, se già era sveglia, si rinforzi ancora di più.