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"Prima le persone"

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Atti: 17:16-31
16 Mentre Paolo li aspettava ad Atene, lo spirito gli s'inacerbiva dentro nel vedere la città piena di idoli. 17 Frattanto discorreva nella sinagoga con i Giudei e con le persone pie; e sulla piazza, ogni giorno, con quelli che vi si trovavano. 18 E anche alcuni filosofi epicurei e stoici conversavano con lui. Alcuni dicevano: «Che cosa dice questo ciarlatano?» E altri: «Egli sembra essere un predicatore di divinità straniere», perché annunciava Gesù e la risurrezione. 19 Presolo con sé, lo condussero su nell'Areòpago, dicendo: «Potremmo sapere quale sia questa nuova dottrina che tu proponi? 20 Poiché tu ci fai sentire cose strane. Noi vorremmo dunque sapere che cosa vogliono dire queste cose».
21 Or tutti gli Ateniesi e i residenti stranieri non passavano il loro tempo in altro modo che a dire o ad ascoltare novità.
22 E Paolo, stando in piedi in mezzo all'Areòpago, disse:
«Ateniesi, vedo che sotto ogni aspetto siete estremamente religiosi. 23 Poiché, passando, e osservando gli oggetti del vostro culto, ho trovato anche un altare sul quale era scritto: Al dio sconosciuto. Orbene, ciò che voi adorate senza conoscerlo, io ve lo annuncio. 24 Il Dio che ha fatto il mondo e tutte le cose che sono in esso, essendo Signore del cielo e della terra, non abita in templi costruiti da mani d'uomo; 25 e non è servito dalle mani dell'uomo, come se avesse bisogno di qualcosa; lui, che dà a tutti la vita, il respiro e ogni cosa. 26 Egli ha tratto da uno solo tutte le nazioni degli uomini perché abitino su tutta la faccia della terra, avendo determinato le epoche loro assegnate, e i confini della loro abitazione, 27 affinché cerchino Dio, se mai giungano a trovarlo, come a tastoni, benché egli non sia lontano da ciascuno di noi. 28 Difatti, in lui viviamo, ci moviamo, e siamo, come anche alcuni vostri poeti hanno detto: "Poiché siamo anche sua discendenza". 29 Essendo dunque discendenza di Dio, non dobbiamo credere che la divinità sia simile a oro, ad argento, o a pietra scolpita dall'arte e dall'immaginazione umana. 30 Dio dunque, passando sopra i tempi dell'ignoranza, ora comanda agli uomini che tutti, in ogni luogo, si ravvedano, 31 perché ha fissato un giorno, nel quale giudicherà il mondo con giustizia per mezzo dell'uomo ch'egli ha stabilito, e ne ha dato sicura prova a tutti, risuscitandolo dai morti».

Tre settimane fa la nostra chiesa, insieme ad altre comunità evangeliche di Milano ha preso parte a una manifestazione; lo slogan di questa manifestazione era “prima le persone”. Insieme a migliaia di altre persone, credenti e non, abbiamo manifestato seguendo questo slogan, seguendo l’idea che quando vogliamo rivolgerci al nostro prossimo, alle donne e agli uomini che vivono insieme a noi in questa città e in questo paese, noi vogliamo guardarle prima di tutto come persone. Noi oggi ci troviamo a vivere in una realtà occupata da persone di razza, religione, cultura diversa, ciascuna delle quali rappresenta una diversa provenienza, una diversa storia umana. Forse siamo persone nate in Italia, forse siamo persone che si sono trasferite qui da un altro paese: quello che è sicuro è che, specialmente in una città internazionale come Milano, siamo molto diversi tra noi. Qui abbiamo una chiesa che riunisce persone di 23 nazionalità differenti, ma questa è soltanto una rappresentanza di una realtà, la città di Milano, abitata da un mosaico di persone che è ancora più colorato e più complesso. E’ inutile negare che tutte queste differenze possano essere una fonte di problemi e d’incomprensioni: non è facile convivere con chi è diverso da noi, perché questo significa avere pazienza di comprendere, significa avere l’umiltà di essere criticati e di essere messi in discussione, significa avere il coraggio di crescere, di correre il rischio di dover abbandonare gli schemi che abbiamo sempre conosciuto per doverne costruire altri.
Di fronte a tutta questa diversità è normale avere paura e disperare, temere che il mondo che conosciamo sia sul punto di essere distrutto e che questa diversità sia una minaccia.
E’ normale anche che ci siano persone che approfittino per i loro fini di questa paura. Purtroppo è anche normale reagire con la violenza, scaricare la nostra impotenza tramite un mitra e un caricatore pieno di proiettili come è successo a Christchurch una decina di giorni fa. Di fronte a tutte queste reazioni dire “prima le persone” vuol dire non guardare alle differenze come un motivo di paura. Queste persone mostrano le differenze e fomentano le paure: dicono “guarda quello che parla una lingua diversa, che ha una diversa religione, che ha un diverso colore della pelle, questa persona è quella che distruggerà la tua lingua, la tua religione, che cancellerà la tua razza dai libri della storia”. Dire “prima le persone” vuol dire guardare al di là delle differenze per ritrovare quello che abbiamo in comune tra di noi e non lasciarci indurire da quello che ci separa.
Qui però si cela un grandissimo pericolo. Il pericolo è che spesso le persone che dicono “prima le persone” immaginano che per poter guardare prima alle persone dobbiamo cancellare le differenze. Queste persone dicono: siccome le differenze possono essere una causa di paura, allora facciamo a meno delle differenze e cerchiamo di essere tutti uguali. Questo però è impossibile, perché non possiamo fare a meno delle differenze e fare finta che esse non esistano, perché le differenze sono le cose che ci rendono quello che siamo. Io sono un cristiano, la mia prima lingua è l’italiano, sono nato e cresciuto nel nord-est dell’Italia: queste sono le cose che mi rendono quello che sono e non si possono semplicemente cancellare; io non esisto senza queste cose e se queste cose si cancellano io non ci sono più. Questo è il motivo per il quale oggi coloro che sostengono l’indurimento stanno vincendo nel nostro paese: davanti alle persone che vorrebbero dimenticare le differenze, le persone che sostengono la paura dicono “ecco le differenze: non è possibile evitarle ed esse sono un problema, quindi bisogna cancellare tutte le differenze per davvero, dobbiamo diventare tutti uguali facendo sparire le persone diverse o costringendole ad essere come noi”. In entrambi i casi non si consente veramente alle persone di essere diverse: infatti da una parte ci viene chiesto di fare a meno di quello che ci distingue, mentre dall’altra troviamo la volontà di eliminare ciò che ci distingue.
Che cosa c’insegna la Bibbia? Come devono agire i cristiani di fronte a queste due opzioni? Sicuramente non possiamo schierarci con chi sostiene la paura e non ripeterò adesso quali possano essere i motivi di questo rifiuto perché nelle ultime settimane ci siamo tornati sopra a lungo, sia nei sermoni che nei nostri studi biblici. Questa non è politica ma è Bibbia, l’ospitalità l’accoglienza del diverso da noi è un dovere sacro, comandato da Dio al quale non possiamo disobbedire in alcun modo. Quindi anche noi come cristiani dobbiamo dire “prima le persone”, ma non possiamo cadere nella trappola d’ignorare le nostre differenze, se non altro perché in fondo anche essere cristiani è una differenza; molte delle persone con cui viviamo non hanno una fede, oppure non sono cristiani e hanno una fede diversa dalla nostra, mentre pochissimi sono evangelici. Però se oggi ci diciamo cristiani ed evangelici vuol dire che c’è un buon motivo per farlo, che c’è un buon motivo di essere diversi anche se non per questo rinunciamo ad essere aperti verso chi è diverso da noi. Come fare quindi? Il passo di oggi ci dà delle indicazioni.
Il Passo che abbiamo letto viene dal libro degli Atti degli Apostoli e riporta il primo sermone tenuto da Paolo agli ateniesi. L’Atene conosciuta da Paolo non era una città molto diversa dalla Milano di oggi, era un centro famoso per la sua cultura e le sue grandi scuole di filosofia, era un grande porto commerciale e quindi come Milano era un centro del denaro e della ricchezza e infine era un luogo dove persone provenienti da molti luoghi diversi si trovavano a vivere. Quindi Paolo si trova davanti a un dilemma: come portare il vangelo a persone di una cultura diversa dalla sua e che a loro volta avevano importanti differenze tra di loro? Come leggiamo nel passo Paolo predicò nella sinagoga e poi agli ateniesi; nel caso degli ebrei che frequentavano la sinagoga le cose erano più semplici perché predicava ad ebrei come a lui, ma con gli ateniesi la cosa era più complicata. Paolo conosceva bene la cultura greca ed ateniese in particolare: ma come poteva comunicare il vangelo a persone che non conoscevano la storia d’Israele, che non avrebbero capito alcuni elementi della vita di Gesù, come per esempio il modo in cui aveva soddisfatto le predizioni dei profeti, etc. . Lo svolgersi della storia che leggiamo nel passo si sviluppa in 4 passi.
1) Paolo si rende conto di quanto sia diffuso il culto degli idoli ad Atene. Questo lo porta alla decisione di predicare l’evangelo e quindi inizia a predicare nella sinagoga e in piazza.
2) Nel momento in cui ha attirato la loro attenzione, Paolo fa riferimento a un altare costruito dagli ateniesi. Tra i tanti templi e luoghi sacri dedicati agli idoli, gli ateniesi ne avevano costruito uno a un dio sconosciuto. Paolo comprende come questo sia il significato di un bisogno profondo degli ateniesi, un bisogno di pace e di libertà che gli idoli non possono concedere: senza saperlo gli ateniesi cercano il vero e unico Dio, l’unico Dio che è capace di donare la vera vita che è sconosciuta agli idoli e che essi non possono donare. Quindi Paolo riconosce come gli ateniesi, per quanto essi venerino gli idoli, in realtà stiano cercando il vero Dio e annuncia loro che quel Dio è venuto loro incontro.
3) Come terzo passaggio, leggiamo come Paolo prosegua citando un poeta e un filosofo greco. Quindi Paolo annuncia che il vero Dio è venuto dagli ateniesi e rinforza il suo messaggio utilizzando alcuni insegnamenti ripresi dalla cultura delle persone che lo stanno ascoltando. Quindi ancora una volta quello che Paolo sta dicendo agli ateniesi è che per quanto essi siano distanti dal vero Dio perché non lo conoscono e non lo adorano, allo stesso tempo essi sono vicini al vero Dio perché Lui è quel Dio che hanno sempre cercato, di cui i loro poeti e filosofi hanno parlato e che è la risposta a tutte le loro domande e tutti i loro bisogni.
4) In conclusione Paolo mette gli ateniesi di fronte all’urgenza della scelta. Gli ateniesi hanno adorato divinità finte e fino a questo momento non hanno vissuto la vera vita: non importa, Dio passa sopra i tempi dell’ignoranza, ma ora il momento dell’incontro tra gli ateniesi e il vero Dio ora è giunto incontro agli ateniesi. Anzi Gesù Cristo è venuto dagli ateniesi: gli ateniesi sono vissuti lontani da Dio ma ora Lui ha aperto loro la strada verso il suo regno e verso una vita migliore e gli ateniesi possono accogliere Dio. Paolo avverte anche gli ateniesi che con Gesù Cristo il mondo è entrato nell’ultima parte della sua storia, oggi, il giorno in cui ascoltano Paolo predicare è anche il giorno in cui per loro si gioca la scelta tra rifiutare Dio oppure ricevere il suo abbraccio d’amore ed essere accolti nel suo popolo.
Paolo ad Atene guardò prima alle persone ma non chiese loro di rinunciare a sé stesse, alle loro differenze e alle loro storie per abbracciare Gesù Cristo. Piuttosto egli mostrò loro come già nella loro cultura, nelle loro tradizioni religiose ci fosse un grande bisogno di Dio: Paolo dice agli ateniesi che quanto vi è di buono in loro e nel loro modo di vivere è il frutto della loro ricerca di Dio, mentre quello che di cattivo c’era in loro – in questo passo ci viene parlato in particolare del culto dei falsi dei – è il frutto della loro incapacità di trovare Dio con le proprie forze. Ma Dio si è fatto avanti e ha trovato gli ateniesi che da soli erano persi nel buio di una notte senza luna e stelle. E’ vero che gli ateniesi sono chiamati a rinunciare ad alcune cose della loro vita, quelle che erano il frutto della loro ignoranza del vero Dio, ma Paolo non sta chiedendo loro di distruggere sé stessi, ma di tenere quanto c’è di buono in loro e di rinunciare a quanto c’è di male in loro: Dio li accoglie nel proprio abbraccio per aiutarli in questo cammino di liberazione e di rinascita. Paolo quindi guarda “prima le persone”: non ha paura delle differenze e le accetta e tramite queste differenze fa conoscere Gesù Cristo a quelli che sono diversi da lui.
Noi oggi che viviamo nella città di Milano non ci troviamo di fronte a una situazione molto diversa da quella di Paolo quando arrivò per la prima volta ad Atene. Potremmo credere che Milano sia diversa da Atene perché Milano è una città dove il Vangelo è già arrivato secoli fa: non abbiamo forse il duomo, le tombe dei santi, un’Università Cattolica? Eppure se ci guardiamo attorno possiamo vedere facilmente come Milano sia una città che perlopiù non conosce Gesù Cristo: è chiaro e sotto gli occhi di tutti che quello che fa funzionare Milano è il culto dei soldi, il culto della ricchezza, il culto della vanità e di tutto ciò che è superficiale e appariscente. In altre parole anche Milano come Atene tanti secoli fa è schiava degli idoli, non più delle divinità della Grecia come Zeus, Atena, Poseidone ma di altri falsi dei dai quali si spera di ricevere pace, felicità e salvezza dalle proprie paure. Come Paolo ad Atene noi siamo qui per testimoniare attraverso le nostre azioni e le nostre parole che Gesù Cristo è il vero Dio e che la vera vita umana è un dono che solo Lui può concedere.
Ma allora cosa faremo? Come fare a portare Cristo a chi a Milano ancora non lo conosce? L’errore che Paolo ci porta ad evitare è quello di non considerare le persone per quello che sono, non capire come esse tramite le proprie vite stiano già cercando Cristo. La ricerca della ricchezza materiale non è altro che la ricerca della ricchezza spirituale rivolta verso l’oggetto sbagliato; il culto della vanità non è altro che ricerca della vita eterna; la ricerca della popolarità non è altro che la ricerca della gloria che Dio concede ai suoi santi. Tutta Milano sta già cercando Cristo ma non lo sa. Come Paolo usò i poeti e i filosofi greci per parlare agli ateniesi di Cristo noi dobbiamo sempre cercare di parlare la lingua di Milano o di ogni altra città in cui ci troviamo a parlare di Cristo per capire qual è il modo più efficace per portare l’Evangelo a chi ancora non lo conosce. Come Paolo ha trovato Cristo negli ateniesi, così noi dobbiamo chiedere allo Spirito Santo di riuscire a cogliere Cristo nei milanesi, dobbiamo vedere Cristo nella faccia di chi ancora non Gli assomiglia, sentire la voce di Cristo in chi ancora non ha mai sentito parlare di Lui. Infine come Paolo dobbiamo farlo con urgenza, un’urgenza che nasce dalla consapevolezza che da quando Dio si è fatto uomo noi viviamo negli ultimi tempi e che ad ogni essere umano s’impone di dover fare una scelta – se accogliere Cristo e quindi trovare sé stesso e la vera vita, oppure non accoglierlo, perdendo sé stesso, perdendo la vera vita.
Noi poi come Chiesa di Cristo abbiamo un compito immenso: dice Cristo “da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri” (Gv.: 13,35); in altre parole saremo capaci di vedere Cristo prima di tutto nel nostro fratello e nella nostra sorella di chiesa? In particolare in un chiesa internazionale come la nostra, saremo capaci d’imparare a cogliere attraverso le nostre differenze – e non malgrado le nostre differenze!!! – Gesù Cristo nel volto di chi si siede accanto a noi la domenica mattina, a uno studio biblico, o mentre facciamo evangelizzazione? Questo è un grande compito nel quale dobbiamo crescere settimana dopo settimana, perché se non sappiamo vedere Cristo nelle nostre chiese non lo troveremo nemmeno fuori nelle strade delle nostre città. Per questo dobbiamo pregare a lungo e con forza il nostro Padre Celeste perché ci dia la pazienza, la sensibilità e il coraggio di cui abbiamo bisogno.