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Passando per Sarepta: lo strano itinerario del profeta

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Testo: I Re 17, 1-24

Il profeta Elia è considerato un gigante nella storia d’Israele tanto che all’epoca di Gesù, e sulla base della parola di  un altro profeta, si aspettava il suo ritorno (Malachia 3, 5-6) . Per questo Giovanni Battista viene identificato con l’“Elia che deve venire” secondo le parole stesse di Gesù (Mt 17, 12-13).
Nel libro di I Re l’entrata in scena del profeta è improvvisa ed imprevista. Si interrompono i racconti estremamente deprimenti delle vicende che avevano a che fare con i re di Israele e di Giuda, ed Elia il Tisbita viene introdotto come “uno di quelli che si erano stabiliti in Galaad” e soprattutto come colui che osò dire al re Acab con una formula di giuramento che non ci sarebbe più stata pioggia in Israele se non alla sua parola. Questo annuncio fu seguito – come si può ben immaginare – da una fuga e sappiamo dal capitolo successivo che la ricerca del profeta fuggiasco fu assidua e capillare sotto minaccia di morte.
L’itinerario del profeta inseguito ha due momenti.
Il primo quando il profeta viene inviato in un luogo solitario a vivere per la sola grazia di Dio attraverso il soccorso dei corvi che gli danno da mangiare e il torrente che gli dà da bere.
È la stessa antica scuola cui fu sottoposto il popolo degli schiavi fuggiaschi nel deserto. Il deserto  fu per Israele per 40 anni il luogo dell’aridità e della mancanza, ma anche il luogo dove il popolo sperimentò la grazia di Dio che veniva data ogni mattina con il dono della manna.
E fu anche la dura scuola cui sarebbe stato poi sottoposto Gesù che restò 40 giorni messo alla prova  nella mancanza di cibo a comprendere e affermare le priorità del suo essere figlio di Dio.
Elia, colui che aveva prestato a Dio la sua voce, doveva imparare a non avere altra fonte di vita se non in Colui che lo aveva chiamato. Ogni giorno la sua vita era in pericolo, ogni giorno riceveva da Dio il dono della vita. Questo avvenne per qualche tempo – il testo non dice quanto – e cioè fino a quando il torrente non si seccò per la siccità che il profeta stesso aveva annunciato al re.

Ma perché, a proposito, aveva pronunciato una parola così dura contro Acab? Chi era questo re Acab? Era un re di cui si scrive lapidariamente: “Acab fece più di quello che avevano fatto tutti i precedenti re d’Israele per provocare lo sdegno del SIGNORE,  Dio d’Israele” (I Re 16, 33).
Acab aveva tra le altre cose seguito sua moglie, la pagana Izebel, promuovendo i culti di Baal e di Astarte. Baal era considerato il dio della fertilità della terra. Per questo dalla parola di Elia che diceva che il cielo sarebbe stato chiuso e non avrebbe più dato pioggia, era partita una sfida e questa sfida che Dio aveva lanciato Elia stesso la portava nel nome. Il nome Elia infatti significa: “Il SIGNORE è il mio Dio”!

Così la prima tappa dell’itinerario di Elia, il profeta fuggiasco, era stato quello della solitudine e della vita trovata ogni giorno per sola grazia. Ma quando il torrente si seccò la parola di Dio fissò per Elia un’altra tappa. Questa tappa ci interessa molto da vicino dato che il tema del nostro anno ecclesiastico è l’accoglienza. E il tema di questa seconda tappa è l’ospitalità, che è un aspetto importante dell’accoglienza.

Ecco quello che ci dice il nostro testo: “Allora la parola del Signore gli fu rivolta in questi termini: “Alzati, va ad abitare a Sarepta dei Sidoni; io ho ordinato a una vedova di laggiù che ti dia da mangiare” (vv.8-9) E il nostro profeta di nuovo obbedisce anche se la proposta di Dio a prima vista appare molto bizzarra!
Il profeta viene inviato proprio nella patria della regina pagana Izebel che lo sta cercando per ucciderlo, nel paese dove Baal e Astarte venivano adorati da tutti e soprattutto viene inviato nel mezzo di una carestia ad una vedova poverissima che aveva un unico figlio, affamato come lei, una donna pagana rassegnata ormai alla sua sorte, che quando lui gli chiede aiuto gli risponde anche lei con una formula di giuramento dicendo: “Com’è vero che vive il  SIGNORE il tuo Dio, del pane non ne ho; ho solo un pugno di farina in un vaso e un po’ di olio in un vasetto; ed ecco, sto raccogliendo due rami secchi per andare a cuocerla per me e per mio figlio; la mangeremo e poi moriremo” (v. 12).
Cosa viene mandato a fare il profeta? A chiedere aiuto all’ultima persona al mondo che avrebbe potuto aiutarlo? Che tipo di  pedagogia ha Dio per lui?
Il grande e potente profeta alla cui parola Dio ha affidato il compito di aprire e chiudere il cielo, di trattenere la pioggia e la rugiada o di far piovere, deve fare i conti con il suo bisogno di vita una prima volta nella solitudine e qui una seconda volta confrontandosi con la fame e l’estremo bisogno degli ultimi degli ultimi della terra. Per il profeta, infatti, la donna e suo figlio formavano il simbolo vivente delle categorie di esseri umani di cui nessuno si prendeva cura: l’orfano, la vedova.
Ma ora la sua stessa condizione di straniero completava la triade tradizionale: lo straniero (lui!), l’orfano e la vedova. Ora era infatti lui lo straniero senza diritti, l’estraneo che aveva bisogno di ospitalità, soccorso, accoglienza.
Ecco la bizzarra pedagogia di Dio: tu diventi straniero e chiedi aiuto a chi non è in grado di dartelo, a chi è vicino a gettare la spugna di una vita senza futuro.

Che cosa succede in questo strano incontro? Avviene qualcosa di rivelatorio non soltanto per Elia e la vedova con suo figlio ma anche per noi.

Per comprenderlo facciamo una piccola digressione linguistica. In italiano c’è una particolarità della parola “ospite”, una particolarità che si conserva dal latino, cioè la parola “ospite” ha due significati che appaiono opposti. L’ospite è sia l’ospitante, cioè chi ospita, sia chi viene ospitato. Dall’etimologia latina poi si evince un’altra cosa che la parola hospis-hospitis (ospite) ha origine dalla parola hostis che significa sia straniero, sia estraneo, sia nemico (quest’ultimo significato è ancora nell’italiano “ostile”). Quindi la parola ospite (hospis-hospitis) è formata dalla parola per straniero (o nemico) hostis, più il suffisso “pi” che esprime “potere” (hos-pi-tis). Si esprime in questo modo che colui che viene ospitato è all’inizio estraneo/straniero e potenzialmente nemico e chi ospita è quello che ha “potere” su di lui ospitandolo a casa sua. Ma poi la parola per ospitato (straniero, possibile nemico) diventa uguale alla parola per ospitante e le due parole diventano la stessa parola mantenendo i due significati diversi e per certi versi opposti, appunto “ospite”.

Che cosa significa questa complicata spiegazione? Significa che l’atto dell’ospitalità per cui tu offri la tua casa come luogo di accoglienza verso chi ne ha bisogno può instaurare fra chi ospita e chi è ospitato una relazione che può diventare uno scambio molto fecondo e molto trasformante. In questo scambio l’essere estraneo/straniero può venire a cessare, così come l’esercizio del potere di chi ospita su chi è ospitato e la situazione può trasformarsi in un dare ed avere che arricchisce e cambia entrambi.

Quello che è ancora presente e comprensibile nella lingua italiana (e non solo) che conserva un solo termine per ospite nei due significati di ospitato e ospitante, viene illustrato proprio in questo meraviglioso racconto.
In questo racconto Elia chiede un po’ d’acqua e un po’ di focaccia per poter sopravvivere a una donna che conosce la legge antica dell'ospitalità ma vive una condizione di estrema e disperata necessità. Lei non manda via lo straniero ma fa quanto le viene richiesto sulla base di una parola di promessa che le viene rivolta. Lui le aveva detto “Non temere!  (…) Così dice il SIGNORE, Dio d’Israele: La farina nel vaso non si esaurirà e l’olio nel vasetto non calerà fino al giorno in cui il Signore manderà la pioggia sulla terra” (v.14). Lei non poteva avere alcuna certezza che la parola del profeta si sarebbe avverata ma agì secondo la sua richiesta, fidandosi. Gli prepara la focaccina e gliela dà e l’ospite successivamente mantenne la sua promessa, la farina non si esaurì e l’olio nel vasetto non calò. Qui chi fu l’ospitante e chi l’ospitato? Chi aiutò chi? L’ospitalità è scambio fecondo che apre ad un futuro insperato. E da lì Elia e la vedova con il piccolo avranno passato giorni e serate a raccontarsi le vicende della vita. Lei avrà raccontato di sé, della sua famiglia persa, delle sue speranze infrante e della possibilità ritrovata di immaginare un futuro per sé e per il suo ragazzo, Elia invece avrà raccontato del suo paese, della sua vocazione, della sua esperienza sul torrente, dei corvi che gli portavano da mangiare due volte al giorno, della sua fede nel Dio liberatore di schiavi e protettore degli orfani e delle vedove. Fino a che…

Il racconto continua, racconto fin dall’inizio caratterizzato dalla minaccia di morte. Qui la morte nemica miete la sua vittima. Il figlio della donna muore e tutto va in pezzi. La vedova con un’espressione che a noi stupisce identifica Elia con un emissario di un Dio punitivo che non dimentica le colpe. Elia, l’ospite, era dunque in realtà il suo nemico? Era lo straniero venuto da fuori per aprirla alla speranza per poi farla piombare di nuovo nel baratro della morte? Chi era veramente quel SIGNORE “straniero” di cui gli aveva parlato?
Ed Elia stesso è confuso e disorientato quando parla con Dio e gli dice: “SIGNORE mio Dio, colpisci di sventura anche questa vedova della quale io sono ospite facendole morire il figlio?” (v. 20)
Lo strano itinerario attraverso il quale Dio conduce il suo profeta passa anche di qua, nella strada stretta della morte e dell’incomprensione, nella strada impervia del Dio incomprensibile che sembra contraddirsi, che appare silenzioso e assente.
Ma ancora una volta c’è un atto anzi due di scambio e di fiducia, proprio come la prima volta. Elia chiede di prendere il ragazzo senza vita nella sue braccia e la donna glielo affida, e dopo la sua preghiera stranita e interrogativa, Dio risponde facendo tornare la vita e il respiro nel piccolo. Ed ecco che Elia lo prende e lo restituisce vivo alla madre. E in questo doppio affidamento, in questo scambio di  doni preziosi la vita torna a trionfare sulle insidie della morte e gli orizzonti si riaprono insperatamente.
Lo scambio fecondo possibile nell’ospitalità trasforma, non lascia né la donna, né Elia, né il bambino nella stessa condizione di prima. La donna fa un’affermazione alla fine del capitolo che suona così: “Ora riconosco che sei un uomo di Dio, e la parola del SIGNORE che è nella tua bocca è verità!”. Elia anche non è più lo stesso profeta che era all’inizio. Egli sa che Dio che lo ha chiamato per sfidare il potente tiranno con una parola di giudizio è lo stesso che lo ha anche incaricato di portare salvezza e vita, protezione e cura per coloro che il mondo abbandona ma che restano i prediletti di Dio.
E il ragazzo? Beh il ragazzo che non parla nel testo, certamente avrebbe ricordato per sempre quello che gli era avvenuto, la mamma glielo avrebbe raccontato tante volte e lui avrebbe compreso che la sua vita era stata un dono, un dono prezioso di un Dio che non si è dimenticato di lui nel momento più buio della loro storia. Mamma e figlio sarebbero diventati i primi due credenti nel Dio unico in terra pagana.
Cosa dire a conclusione? La storia che abbiamo letto parla da sé al nostro cuore.
In un mondo di chiusure, fili spinati e porte blindate, in un mondo sottoposto ai capricci e ai calcoli politici di gente cinica e senza scrupolo che ha il potere e i soldi come loro dèi, non dimentichiamo queste storie della nostra fede e da esse facciamoci ispirare.

Chi viene da lontano e bussa alle nostre porte può essere sperimentato come un estraneo, uno straniero. Ricordiamoci allora che se apriamo la porta e offriamo quello che abbiamo, vincendo i timori, i pregiudizi, le paure, i nostri orizzonti possono aprirsi a nuovi paesaggi, a ricchezze che non conoscevamo, a storie di fede viva, ospitanti e ospitati possono scambiarsi i ruoli e noi tutti ricevere tanto di più di quanto pensavamo possibile.
E anche l’opposto è vero. Quando abbiamo bisogno di aiuto non esitiamo a bussare alla porta di qualcuno. Per molti di noi chiedere aiuto è molto più difficile di aiutare. Ma è necessario farlo a volte e riconoscere che anche noi abbiamo bisogno di aiuto e di accoglienza. E’ difficile bussare alla porta di qualcuno perché sappiamo che quella porta può non aprirsi e noi rischiamo di restare fuori umiliati. Ma anche questa può essere la pedagogia di Dio e può farci del bene essere nella condizione di chi è rifiutato, di chi è ultimo, nella condizione dell’orfano, dello straniero, della vedova. Anche questo chiedere può aprire orizzonti nuovi. Ma poi nella vita possiamo anche scoprire un’altra cosa: possiamo comprendere che le porte che si aprono più facilmente sono le porte non blindate dei poveri. E che i poveri spesso sono più ricchi degli altri in umanità, più capaci di aprirsi alla speranza.
Qui potremmo forse aprire fra noi un forum in cui scambiarci le esperienze e lo faremo. Sono certa che ognuno avrà da raccontare il proprio episodio in cui il dare e il ricevere sono diventati scambi inattesi che ci hanno formato e di cui serbiamo gelosamente il ricordo.

Attenzione, l’ospitalità è solo il primo passo ma molto molto importante. Dice la parola di Dio:
“Così dunque ora non siete più né stranieri, né ospiti, ma siete concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio” (Efesini 2, 19) … ma su questo parleremo un’altra volta!