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Il Salvatore d’Israele e delle Nazioni

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Testo: Isaia 49,1-6

Il Salvatore d'Israele e delle nazioni
1 Isole, ascoltatemi!
Popoli lontani, state attenti!
Il SIGNORE mi ha chiamato fin dal seno materno,
ha pronunciato il mio nome fin dal grembo di mia madre.
2 Egli ha reso la mia bocca come una spada tagliente,
mi ha nascosto nell'ombra della sua mano;
ha fatto di me una freccia appuntita,
mi ha riposto nella sua faretra,
3 e mi ha detto: «Tu sei il mio servo, Israele,
per mezzo di te io manifesterò la mia gloria».
4 Ma io dicevo: «Invano ho faticato;
inutilmente e per nulla ho consumato la mia forza;
ma certo, il mio diritto è presso il SIGNORE,
la mia ricompensa è presso il mio Dio».
5 Ora parla il SIGNORE
che mi ha formato fin dal grembo materno per essere suo servo,
per ricondurgli Giacobbe,
per raccogliere intorno a lui Israele;
io sono onorato agli occhi del SIGNORE,
il mio Dio è la mia forza.
6 Egli dice: «È troppo poco che tu sia mio servo
per rialzare le tribù di Giacobbe
e per ricondurre gli scampati d'Israele;
voglio fare di te la luce delle nazioni,
lo strumento della mia salvezza fino alle estremità della terra».

 

Il poema che abbiamo davanti segue un movimento come un respiro: espansione, contrazione, espansione.

Comincia con una chiamata a raccolta. Le isole, e dunque coloro che sono isolati, sono convocati ad una adunanza. I popoli lontani sono chiamati a prestare attenzione. L'esordio ha la forma di un annuncio ad alta voce, una proclamazione i cui echi possano giungere anche a coloro che non sono connessi e quindi isolati. E' molto probabile che l'autore si riferisse a quanti ormai dispersi in Babilonia, dopo la prima generazione di deportati, si erano pian piano integrati, facendo dei compromessi  con la propria religione e quindi con la propria identità.

A questo punto il messaggero presenta le sue credenziali. Egli è un profeta e in quanto tale è stato chiamato da Dio. Anzi la sua vocazione è talmente pregnante e profonda che riguarda ogni sfera della sua vita e dal suo primo vagito. Dio aveva un compito per lui. Il compito è soprattutto fondato su una parola tagliente come una spada. E' la parola profetica, perfino ruvida e sconveniente, a volte,  ma che separa chirurgicamente la verità dalla menzogna, la vera profezia dalla falsa. Una parola che restituisce valore alle parole, perché con una parola si dice una cosa e non anche il suo contrario.

Dio, affidando un compito così rischioso al profeta, anche si prende cura di lui e lo protegge con la sua mano. Chi alza la mano contro il profeta è avvertito, perché si mette contro Dio stesso.

Egli è anche come freccia appuntita custodita nella faretra di Dio. Una freccia che verrà scoccata a tempo debito, per fare centro e raggiungere il bersaglio per cui Dio l'ha scoccata.

La vocazione e la missione del profeta fanno tutt'uno. Egli non è scelto per appartenere ad un elite di religiosi privilegiati. Ma l'elezione è come una freccia, indica un movimento verso gli altri, verso il punto in cui Dio stesso lo condurrà.

Egli infatti è chiamato servo ed la sua funzione è quella di rivelare una gloria non propria, ma di Dio.

A questo punto il poema cambia tono.Dopo la prima espansione, abbiamo una contrazione. Il poema prende la forma della introspezione, della parola sussurrata. La Tilc traduce "ma io dicevo" con "ma io pensavo". E' una traduzione inusuale per l'ebraico AMAR, ma non  impossibile. Ecco allora che dalla parola proclamata ad alta voca, passiamo alla parola sussurrata o pensata, magari nel silenzio della notte.

«Invano ho faticato;
inutilmente e per nulla ho consumato la mia forza;
ma certo, il mio diritto è presso il SIGNORE,
la mia ricompensa è presso il mio Dio».

Invano, inutilmente, per nulla: abbiamo qui una progressione di termini che dicono dubbio, esitazione e infine, possibile scoraggiamento. Confrontandosi, evidentemente con la freddezza non solo dei lontani ma anche di quelli a lui più vicini, il profeta-servo, è attraversato dal dubbio della vacuità dei suoi sforzi. E' il tempo in cui, anche nella forma di una tentazione, la nostra fierezza è attaccata dal bilancio che appare negativo o comunque non commisurato agli sforzi profusi.

Così lo stesso uomo che aveva gridato a pieni polmoni adesso è senza fiato, col respiro corto.

Questo stato d'animo non prende la forma di una perdita della fede. Non ancora. Ma suggerisce una ritirata. Lasciare a Dio il compito di dargli una ricompensa, perché almeno Lui sa quanto energia il suo servo ha messo nella missione affidatagli.

Vedete come questo passaggio ha la forma di una contrazione. Da un bisogno di connettersi con i lontani e gli isolati, ad una accettazione del proprio isolamento, accontentandosi di rimanere connessi almeno con Dio.

Mi ritorna in mente quella forte esperienza di scoraggiamento di King che viene narrata nelle sue biografie. L'episodio occorre dopo una delle ennesime telefonate di minacce, una sera, durante il boicottaggio di Montogomery:

"Teso all'estremo, torturato, privo di tempo per selezionare , analizzare ed organizzare le nuove esperienze che andava facendo, King una sera del gennaio 1956 giunse al limite della sua resistenza. L'atmosfera era densa di dubbi e di pericoli molto reali e King seduto, sfinito nella cucina della sua casa, disse a Dio di non essere in grado di continuare da solo. "Sono qui e prendo posizione per ciò che ritengo essere giusto -disse- ma ora ho paura. La gente mi chiede di guidarla e se io mi presento ad essa senza forza e senza coraggio, anche essa vacillerà. Sono alla fine delle mie forze. Non mi rimane nulla. Sono al punto di non poter affrontare la situazione da solo" Nella cucina di King, egli percepì la "presenza del Divino", e gli parve di udire una voce interiore che gli diceva: Prendi la difesa della giustizia, prendi le difese della verità e Dio sarà con te per sempre" (Bennet pg 79)

Il profeta ha annunciato pubblicamente. Ha parlato. Poi successivamente si è ripiegato nei suoi pensieri sommessi, per, infine ha abbassato lo sguardo dal mondo a cui era stato mandato a se stesso e alla sua propria insufficienza.

Ma che fa Dio?
A questo punto Dio prende la parola.
 
Il momento in cui Dio prende la Parola, che si tratti di Giobbe o di Giona, che si tratti di Martin Luther King o anche solo di me o di te, nel momento in cui Dio prende la parola, Egli alza l'asticella:
«È troppo poco che tu sia mio servo
per rialzare le tribù di Giacobbe
e per ricondurre gli scampati d'Israele;
voglio fare di te la luce delle nazioni,
lo strumento della mia salvezza fino alle estremità della terra».

Dio parla e noi ritroviamo le energie e la pace interiore per continuare il nostro cammino.

E nel nostro testo la missione del profeta, viene addirittura allargata a tutti i popoli, fino alle estremità della terra.

Talmente questo "respiro poetico" è profondo perché attraversato da esperienze reali di vita, che esso viene applicato, quasi spontaneamente a Gesù. Proprio quel Gesù che dapprima pensava di essere mandato soltanto alle "pecore perdute della casa d'Israele" e che invece vede pian piano allargarsi a ogni creatura l'orizzonte del suo messaggio di accoglienza.

Lui è il servo di Dio. Lui è colui che avrebbe potuto ben dire sulla croce che "a nulla era valso tutto quanto aveva fatto nel suo ministero terreno".

Gesù è la spada affilata per coloro che dominavano i poveri col potere delle chiacchiere. E' lui la freccia appuntita che colpisce al cuore la tracotanza del potere imperiale e delle classi sacerdotali egemoni.

Ma questo poema parla anche di noi.
Ci dice quanto la nostra identità sia plasmata dalla grazia preveniente di Dio, che ci ha scelto, prima ancora che noi potessimo rispondere.
Parla di una fede che non è semplicemente data per la nostra consolazione ma a beneficio del mondo.
 
E parla dei nostri momenti difficili, in cui anche noi abbiamo dovuto guardare in faccia ai nostri fallimenti e insuccessi, aspettando che per fede Dio facesse delle nostre miserie un  filo del suo magnifico arazzo di redenzione (cit. King)