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Elogio dell'errore

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Testo: Matteo 15,21-28

"Errare è umano" recita un adagio, almeno nella sua prima parte.
Nel suo significato etimologico troviamo anche quello di mancare il bersaglio, l'obiettivo. Praticamente lo stesso che AMARTIA, in greco, il termine che solitamente traduciamo nel Nuovo Testamento con peccato.
Non vi è dubbio che, almeno per alcuni aspetti i due termini coprono una stessa area semantica, di significato.
Ma il verbo "errare" non è soltanto laico, cioè non prevede quell'aspetto di ribellione verso Dio e la sua volontà, a cui invece allude in maniera pregnante la parola peccato, ma ha anche a che vedere col mondo della biologia, con le scienze dello sviluppo della personalità, oltre che morale.
L'evoluzione della specie si spiega con l'errore fortuito che introduce una variante biologica che in particolari situazioni si rivela più adatta all'ambiente e perciò alla sopravvivenza.
E così nel metodo scientifico l'errore nella sperimentazione ha l'utilità di indicare una pista ricerca che è inutile battere. La ricerca procede per errori successivi. Enrico Fermi, il grande fisico, nel giorno in cui tenne la sua lectio magistralis per l'attribuzione del premio nobel commise un errore di cui si accorse tempo dopo e che ammise pubblicamente. Questo non diminuì il suo prestigio ma lo rese ancora più onorato.
Tutto quello che come esseri umani apprendiamo viene da una sequenza di errori poi corretti: si impara a camminare prendendo continui capitomboli e si impara a parlare commettendo tanti errori. E bambini non se ne preoccupano, mentre per gli adulti c'è maggiore imbarazzo e questa è una delle ragioni per cui un adulto impiega più tempo a imparare una nuova lingua.
L'errore dunque non è soltanto un accidente che ci vorremmo volentieri evitare, pensate a tutti i bitorzoli che ci siamo fatti quando abbiamo imparato a camminare, ma è anche un passaggio determinante e necessario per la nostra crescita.
La Torre di Pisa sta poi lì come sublime monumento a ricordo che da alcuni errori possono venir fuori della cose di una imprevedibile bellezza!
       Dunque nessuno dovrebbe vergognarsi dei propri errori e nessuno che sbaglia, dovrebbe per questo sentirsi egli/ella stessa sbagliata. E non dovrebbe essere poi così difficile ammetterlo e dire "Sì, in quella circostanza anche io ho commesso un errore", come recitava un felice slogan pubblicitario di tanti anni fa.
 
Per converso diciamo che esiste una ampia schiera di persone che danno, o vogliono dare l'impressione di non sbagliare mai. Talvolta noi stessi, sulla base di una erronea concezione della santificazione, tendiamo a negare i nostri errori.
E così  abbiamo una giustificazione per ogni caso, oppure minimizziamo. In certi casi si arriva ad occultare sistematicamente il proprio errore. Quando ci comportiamo così diventa molto faticoso averci a fianco, sia nella vita familiare che sul posto di lavoro.
Nei soggetti "negazionisti" fa fatica a svilupparsi un aspetto fondamentale del carattere, la responsabilità. Perché la responsabilità è anche ammissione del proprio errore e disponibilità a farsi carico del danno causato. E così per ogni grave errore, individuale e pubblico, specie in questo Paese, ci chiediamo quanto tempo ci vorrà a dimostrare che non c'erano responsabili,  o che "essendo tutti responsabili, allora non lo è nessuno".
 
Ma senza ammissione del proprio errore, senza bitorzoli, non si impara nulla e non si diventa abili a camminare in posizione eretta.
Io credo che questo accada a noi cristiani, per la mancata distinzione teologica tra "errore" e "peccato", dovuta al fatto che i due termini hanno un campo semantico comune, ma non sono affatto sinonimi.
 
L'errore diventa peccato quando ci rifiutiamo di riconoscerlo, quando siamo pronti a fare carte false per occultarlo, quando diventiamo disponibili alla falsa testimonianza, e certe volte perfino a omicidi, pur di discolparci.
 
I nostri errori ammessi, invece,  ci insegnano a diventare pazienti con gli errori degli altri. Chi ammette i propri errori, non è il tipo di persona solitamente pronta a dare voti severi agli altri.
 
"Errare è umano, perseverare è diabolico". E' nell'atto della consapevole e dolosa perseveranza che l'errore diviene peccato e talvolta drammatico peccato.
 
La misericordia di Dio viene a sanarci anche dagli errori involontari, come recita il salmista: "Chi conosce i suoi errori? Purificami da quelli che mi sono occulti. trattieni inoltre il tuo servo dai peccati volontari e fa' che non prendano il sopravvento su di me" Salmo 19,12 
L'errore necessità riparazione. E Dio ce la offre col suo perdono. Ma l'errore può degenerare in una condotta consciamente malvagia e generare grande sofferenza in quelli che ci stanno attorno.
 
D'altra parte l'errore, se ammesso e corretto, può lasciarci un insegnamento fondamentale.
Gli insegnanti sanno bene quanto sia importante il processo di correzione dei compiti. Non tanto per dare un giudizio sulla preparazione dell'allievo, ma per intervenire e correggere errori che altrimenti si trascineranno per sempre.
La riprensione fraterna è antica pratica comunitaria nella chiesa, piuttosto caduta in disuso oggi, che serviva proprio a fare in modo che l'errore non acquisisse il valore tragico di peccato.
 
Gesù è stato uomo. E perciò, è mia convinzione, che anche lui avrà sbagliato qualche tabellina.
Nel racconto di Matteo 15, 21-28 ci troviamo, a mio avviso, proprio in una di queste circostanze.
Gesù commette un errore. Egli si sente chiamato alle pecore perdute della casa di Israele, e in questa ottica la richiesta della donna pagana si presentò come una distrazione dal suo compito, dal suo mandato.
Dinanzi alla insistenza della mamma preoccupata della condizione della figlia, egli rincarò la dose, usando parole in pericolo di generare dolore (tu non sei figlia, ma un cagnolino).
La mia impressione è che l'errore rischiò di diventare peccato,  facendo scendere un velo per cui non si potesse più riconoscere l'umanità della donna. Ma Gesù riuscì a manifestare il volto amorevole di Dio, non perché non fosse sottoposto ai condizionamenti culturali del proprio tempo e della propria religione, ma per il fatto che si mostrò capace di riconoscere il volto della donna.
Gesù le disse, e glielo disse pubblicamente, "Donna, grande è la tua fede, ti sia fatto come vuoi". Si noti che nel capitolo precedente, Gesù,  aveva rimproverato Pietro per la sua poca fede, mentre qui loda una donna pagana per la sua "grande fede".
Noi forse non ce ne rendiamo conto, ma in questa correzione dell'errore, c'è una "Provvidenza divina" che ci coinvolge. Qui, infatti,  siamo tutti "cagnolini". E la comunità di Matteo era formata da cristiani giudei e da cristiani gentili, entrambi sono ora accolti come parte del corpo di Cristo a pari titolo, proprio sulla base di questo "errore" corretto dall'amore. L'errore corretto rene possibile una metamorfosi, anche spirituale.
Negli Atti degli Apostoli questo movimento universale della chiesa, si manifesterà attraverso successive aperture e Paolo arriverà a tirare le somme teologiche del fatto che in Cristo, non c'è né Giudeo, né Greco, né schiavo né libero, né maschio, né femmina... 
Altro che "Torre di Pisa", in questo insegnamento è in gioco l'universalità dell'evangelo, la giustificazione per grazia mediante la fede.
 
Non temiamo i nostri errori.
Non trinceriamoci dietro l'erronea idea che la santificazione ci renda perfetti.
Non cerchiamo  di difenderci ad ogni costo.
L'ammissione di una colpa può essere un atto di altissima nobiltà d'animo.
Lasciamo che mediante i nostri errori, Dio ci impartisca un insegnamento, cioè che lasci un segno indelebile nella vostra vita, dandole forma. Impariamo alla scuola degli errori riconosciuti e corretti qualcosa che non conoscevamo prima.
Quando sbagliamo, non cerchiamo scuse. Non mentiamo.
Impariamo a dubitare, non di Dio, ma di noi stessi. Compiamo le nostre scelte, affermiamo le nostre convinzioni, ma senza diventare ciechi, e se le circostanze ci rivelano un nostro errato pregiudizio, un nostro errore di valutazione,  ammettiamolo e cerchiamo di porvi rimedio, nei limiti del possibile..
Questo testimonierà davanti al mondo, della nostra fede, più di un qualsiasi atto eroico, a cui non siamo chiamati.


 

21 Partito di là, Gesù si ritirò nel territorio di Tiro e di Sidone. 22 Ed ecco una donna cananea di quei luoghi venne fuori e si mise a gridare: «Abbi pietà di me, Signore, Figlio di Davide. Mia figlia è gravemente tormentata da un demonio». 23 Ma egli non le rispose parola. E i suoi discepoli si avvicinarono e lo pregavano dicendo: «Mandala via, perché ci grida dietro». 24 Ma egli rispose: «Io non sono stato mandato che alle pecore perdute della casa d'Israele». 25 Ella però venne e gli si prostrò davanti, dicendo: «Signore, aiutami!» 26 Gesù rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli per buttarlo ai cagnolini». 27 Ma ella disse: «Dici bene, Signore, eppure anche i cagnolini mangiano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». 28 Allora Gesù le disse: «Donna, grande è la tua fede; ti sia fatto come vuoi». E da quel momento sua figlia fu guarita.