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Giona inghiottito dalla sua coscienza

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Testo: Giona 2: 1-11

Uno sguardo al capitolo precedente: Giona si imbarca in direzione Tarsis, opposta a quella indicata da Dio. Dio manda una tempesta, al ché il capitano della nave chiese anche a Giona di pregare il suo dio sperando che potesse funzionare per poter placare la tempesta. Il profeta invece di pregare dice loro di tirare a sorte per vedere di chi fosse la colpa della tempesta, e la sorte cadde proprio su di lui. I marinai non volevano, ma dovettero gettarlo in mare, e il mare si calmò. Ma….il Signore fece venire un gran pesce per inghiottire Giona.
C’è ancora una tempesta nel nostro testo; c’è ancora una tempesta nel cuore di Giona. Dio non abbandona Giona nelle profondità del mare ma lo libera attraverso un grande pesce. Il profeta rimane 3 giorni e 3 notti nel ventre del pesce, in questo luogo del tutto bizzarro e assurdo dal punto di vista della realtà, ma del tutto significativo da quello poetico, se lo intendiamo in termini di “coscienza”.
Giona impiega 3 giorni e 3 notti per prendere coscienza della sua testardaggine, si rende conto di aver sbagliato; si sente in colpa per aver reagito di testa sua, tentando di defilarsi dalla volontà di Dio e soprattutto di essersi dimenticato di Lui. Ed è proprio in questo momento, nell’oscurità del ventre del pesce, faccia a faccia con la sua coscienza, che Giona si mette a pregare. Di fronte alla sua coscienza Giona riscopre la fede, la vera fede.
Giona eleva una preghiera a Dio, riflette e guarda indietro a tutto ciò che Dio gli ha insegnato, descrivendolo in forma poetica. Giona mescola i suoi sentimenti e pensieri con quelli di vari Salmi già scritti e li fa propri. Giona eleva la sua preghiera dallo Sheol, il luogo più lontano dalla presenza di Dio, il più desolato, il luogo in cui la disperazione raggiunge il culmine; il luogo in cui finalmente ci (ri)troviamo faccia a faccia con la nostra coscienza.
Anche a noi sarà capitato nella vita di ritrovarci in quel punto dove la disperazione giunge all’apice. Dio lascia che i marinai gettino Giona nel mare, nelle sue profondità. Dio sa che quello sarà per il profeta un gesto non che lo condurrà alla morte ma alla salvezza; sarà per il profeta un gesto che lo condurrà a interrogare la propria coscienza. Dio ci lascia liberi di vagare, di fare di testa nostra, di essere testardi e arroganti nei suoi confronti e nella Sua volontà, ma sempre con un occhio vigile su di noi; arriverà anche per noi il momento in cui ci troveremo nel ventre del pesce, quando la disperazione giunge al culmine, quando la razionalità umana non trova più risposte. Solo allora, deposte tutte le nostre limitazioni umane, di fronte alla nostra coscienza, Dio può ristabilire una giusta relazione con Lui.
Giona ricorda Dio in una situazione estrema. Il paradosso di questo libro è che da una parte l’essere umano ricorda Dio in situazioni estreme; dall’altra un Dio che non dimentica mai! Da una parte la condizione umana debole, limitata e arrogante; dall’altra la bontà e la misericordia di Dio di fronte ad esse. Giona si ricorda del Signore proprio quando è giunto il momento più critico. Dice: “Quando la vita veniva meno in me, mi sono ricordato del Signore.” Proprio Giona dimentica Dio? Un profeta di Israele che dimentica Dio? Assurdo diremmo noi oggi! E’ come se una madre dimenticasse i suoi figli! E’ assurdo anche quando la tempesta si era placata, sono i marinai a riconoscere per primi il miracolo; Giona che doveva essere l’interprete della presenza di Dio aspetta di essere nel ventre del pesce per riconoscerlo e offrire sacrifici e voti. 
Cosa ci insegna questo testo? In primo luogo ci dice che la fede non è limitata solo al popolo di Israele, ma anche agli stranieri. Sono proprio gli stranieri a precedere il profeta nella lode di Dio. Giona in un certo senso rappresenterebbe quello che oggi chiameremmo credenti tiepido, il credente culturale che non ha bisogno di lottare per far riconoscere la sua fede e il suo Dio. Per i credenti tiepidi Dio diventa utile solo nelle situazioni di emergenza e bisogno; un Dio disincarnato.
In secondo luogo il concetto di distanza tra Dio e il credente cambia; una distanza incarnata, ridotta, per non dire cancellata del tutto. Cosa vuol dire questo? Giona è salvo, ora si trova faccia a faccia con la sua coscienza, alla presenza di Dio. Cosa fa allora Giona? Ringrazia Dio e promette sacrifici e voti. L’ordine per il profeta è: prima la salvezza e poi i sacrifici. Niente di più sbagliato! Dio si avvicina a Giona e a noi oggi prima di ricevere qualsiasi nostro gesto o riconoscenza; i marinai stranieri lo avevano capito benissimo: hanno visto il miracolo, hanno creduto e solo dopo hanno offerto i loro sacrifici.
Il libro di Giona capovolge quello che era la tradizione di Israele, quello che si credeva fosse il giusto ordine per avvicinarsi a Dio. La nuova fede non si ottiene tramite l’osservanza di riti e precetti ma viene ad afferrare il credente. La distanza diminuisce. Dio si avvicina, si incarna in una grande pesce, si incarna nella nostra coscienza. Fratelli, sorelle, in ogni momento delle nostre giornate, non solo quando ci dimentichiamo di Dio o persino quando volgiamo le spalle a Lui, facciamo inghiottire dalla nostra coscienza, lasciamo che essa ci interroghi, lasciamo che essa ci indirizzi sulla strada giusta; nella frenesia delle nostre giornate, lasciamoci inghiottire dalla nostra coscienza, ritagliamoci degli spazi per incontrare Dio. Di fronte alle nostre arroganze umane nei confronti di Dio, prendiamoci del tempo per noi, in un luogo che ci conduce a rilassarci. Prendiamoci il tempo necessario affinché Dio possa ristabilire una nuova e giusta relazione con noi. Ognuno di noi conosce il tempo necessario. Per Giona 3 giorni e 3 notti. Dio vuole incontrarti quest’oggi, deponi ogni pseudo certezza e incontra il nostro  e tuo Dio e Salvatore! Dio sta bussando alla tua coscienza! Aprigli! Ascoltalo! E una volta che hai ascoltato la tua coscienza e quindi Dio, svegliati, ritorna sulla terraferma e prosegui il tuo viaggio con Lui.
Amen.