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Cristo, la nostra guida

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Testo: Matteo 5:1-10

Non è mia abitudine riassumere il sermone in poche frasi iniziali.  Ma vorrei provare, con timore e tremore, a dire con la massima chiarezza quale sia la parola di Dio oggi.  E nel medesimo momento, in questo modo un po’ mi metto in una posizione di sicurezza: quel che dovevo dire con chiarezza l’ho detto subito, se poi in seguito non saprò spiegarmi bene, poco importa!
Ed eccoci qui: la Parola di Dio ci incontra sempre come un’estranea.  Una parola che ci lascia senza parole.  Una parola che ci sorprende.  Una parola che non comprendiamo immediatamente.  Una parola affascinante, ma straniera.  Successivamente questa parola straniera deve diventarci familiare.  Una parola di cui possiamo parlare.  Soprattutto una parola che possiamo vivere, incarnare, seguire, obbedire.  Fare nostra.  Con questa duplice esperienza, di una parola estranea e di una parola che diventa familiare; in questo processo noi incontriamo la grazia trasformante di Dio.  Estraneità, familiarità e grazia.  Ecco le tre parole essenziali che potrebbero essere disegnate lungo il perimetro di un cerchio: dalla estraneità si giunge alla grazia per mezzo della familiarità, per poi tornare ad una nuova estraneità e così via.  E questa è anche una formidabile formula di tutto quel che racchiudiamo nell’ormai onnipotente parola: intercultura.  L’intercultura è sempre incontro con chi è estraneo, è sempre un progredire verso la familiarità ed è sempre un esperire la grazia. 
Le beatitudini, questo puro e lucente diamante nel mezzo del Nuovo Testamento, quest’opera d’arte dell’artista Gesù, conosciuto come il Cristo; le beatitudini sono una parola assolutamente straniera.  Chi sono queste persone oggetto delle beatitudini a noi completamente estranee?  Chi sono mai questi poveri afflitti e miti in cerca di giustizia, pieni di misericordia, capaci di pace e puri di cuore?  Chi sono questi extraterrestri?  Questa è la storia non ancora pubblicata dei perdenti e di cui Gesù ci ha fornito l’indice.
La prima cosa necessaria quindi per noi è riconoscere questa distanza, accogliere questa estraneità.  Forse uno dei compiti più difficili.  Noi tendiamo naturalmente a rapportarci con le cose e con gli altri seguendo il principio secondo il quale il simile conosce il simile.  Se sei diverso lo sei a partire da me che sono la chiave di lettura.  Se poi succede di trovarci di fronte ad una estraneità non addomesticabile, del tutto non familiare, proviamo ad incastrarla nelle forme che abbiamo a disposizione, anche se i suoi spigoli ci negano ogni successo.  Se c’e un significato delle beatitudini che precede ogni altro significato è proprio questa esperienza di estraneità radicale.  Chi mai sono questi extraterrestri? Ma questa non è una domanda disperata che attende di essere archiviata sotto il titolo: fallimento.  Né è un testo biblico bello, affascinante, ma che non ci può dir nulla.  Nè è un bel canto, ma non riproducibile.  Nè è un’opera d’arte, ma da relegare nel museo. Nè è una parola senza voce tale che io resti di fronte a tale estraniazione in qualche modo libero di restare quel che sono.  Sono giustificato, nel peggior senso della parola; qui la parola giustificazione si è trasformata in un assolvimento dopo un frettoloso e superficiale verdetto di condanna, senza richiesta di alcun ravvedimento e miglioramento di sé.  Evviva è così radicale questa parola che non può radicarsi in noi: dicono i giustificati  di una grazia a buon mercato.  Siamo salvi.  Così un certo protestantesimo ha interpretato queste parole di Gesù.  In parte aveva ragione, perché ne coglieva l’estraneità.  Ma d’altra parte aveva radicalmente torto. 

Ecco il primo passo da fare quindi di fronte a queste parole di Gesù: lasciarle risuonare estremamente estranee a tal punto da costringerci a restare di fronte a ciò che è estraneo senza né fuggire né addomesticarlo né distruggerlo.  Restare davanti all’estraneo.  Qui inizia già a fare il suo effetto il brano delle beatitudini.  Siamo di fronte all’altro e non siamo in grado di conquistarlo.  Ci arrendiamo di fronte a chi non è noi, né come noi.  Siamo obbligati ad ascoltare senza interrompere coloro che nella storia sono stati interrotti, zittiti, violentati, cancellati, uccisi.

Tuttavia questo momento deve durare solo un momento.  Non basta, anche se è essenziale, fare la radicale esperienza di ciò che appare radicalmente estraneo.  Non basta l’esperienza di chi può dire: io non sono quello e tra noi non c’è somiglianza.  Ora si mette in moto un secondo atto.  Poiché io ho un debito verso questo estraneo, quel che io non sono è ciò che io devo diventare.  Io devo diventare l’altro.  Le beatitudini sono essenzialmente dei comandamenti.  Ci dicono cosa non siamo e cosa dobbiamo essere.  Ci sfuggirebbe il senso etico di queste parole di Gesù se ci limitassimo al lato estetico.  Lo stupore che suscita il lato estetico, questa visione di un altro totalmente estraneo, attende un salto etico.  Ed ecco i comandamenti del nuovo Mosè, la legge di Gesù.  Anche su questo punto ci sarebbe tanto da raccontare su un protestantesimo che ci ha lasciati orfani di comandamenti.  Ha disfatto la legge, l’ha contrapposta alla grazia, come se potesse sopravvivere una parola d’amore che non si strutturasse in un codice etico, in legge morale, in obbligo, in dovere.  In qualcosa che formasse il carattere profondo di una persona credente. 
È un periodo il nostro molto basso culturalmente.  Il cervello di molti italiani sembra ormai essersi consegnato in leasing a ragionamenti per slogan, luoghi comuni, frasi fatte.  Senza un minimo di coerenza.  Basta prendere in mano un qualsiasi libro antico e si resta sorpresi di quanto gli antichi si preoccupassero di formare un buon cittadino.  Sto pensando ai primi capitoli dell’etica nicomachea di Aristotele che apre usando parole come: bene, felicità, fini, virtù.  E poi riguardo queste beatitudini di Gesù e anche qui emergono con forza una visione del bene, della felicità; uno sguardo sui fini della vita; indicazioni chiare su quali siano le virtù di un cristiano.

Eccoci quindi davanti ai comandamenti di Gesù che propongo di riscrivere in questo modo:
Non siate gonfi nello spirito e ragionate secondo la logica della misericordia.
Non trattenete le lacrime e non fuggite il dolore, disintossicate il vostro cuore dalla miopia dell’egoismo.
Non abbiate paura di essere miti, costruite la pace scartando i mattoni dell’astio, del rancore e del risentimento.
Non temete di essere perseguitati mentre cercate una vita migliore,  difendete la vostra fame e la vostra sete per la giustizia.
È così che il Regno di Dio diventa vostro e conoscerete la beatitudine, sarete consolati, abitando la terra, senza più fame e sete, nutriti dalla misericordia di Dio e lo vedrete e vi chiamerà suoi figli.

E ora finalmente giunge la grazia.  Giunge la croce come luogo del dono della vita.  Giunge la giustificazione del peccatore. Non per riempire i vuoti delle nostre manchevolezze.  Non per tappare i buchi delle nostre inadempienze. La grazia non è un deus ex machina.  Non c’e una grazia vuota e astratta, disincarnata e teorica.  La grazia si manifesta in quella parola che nelle beatitudini noi traduciamo con: beati.  Ma che non può giungere alle nostre orecchie se non come imperativo, come comandamento, come legge: questo è quel che tu sei capace di essere per mezzo della grazia incarnata.  Quindi cosa aspetti!  Dai! Forza!
La grazia avviene e si manifesta già dentro l’obbedienza del discepolato.  La grazia è solo dentro una sequela.  La grazia è una parola riservata a chi vive la fede.  La grazia non è una strana formula magica pronunciata nel vuoto cosmico.  Vi prego lasciate stare la grazia di Dio senza carne e senza ossa e preparatevi ad accogliere la vera grazia che ha inizio dentro la vita reale di lotta.  È dentro la quotidiana obbedienza di un comandamento che si manifesta la grazia di Dio.  Dobbiamo convincere le persone a fare le cose non a giustificarle perché non le fanno.  È nel fare che incontreranno la grazia e capiranno.  Abbiamo bisogno di donne e uomini virtuosi che comprenderanno vivendo che non c’e virtù maggiore che arrendersi alla grazia di Dio nel quotidiano obbedire ai suoi comandamenti.  L’evangelo deve tornare ad essere parola imperativa, comandamento, legge.  Annunciare l’evangelo è fare l’evangelo.  L’evangelo è comando.  L’evangelo evangelizza.  È una parola azione. Un potere trasformante.  È la grazia operante.  La giustificazione santificante.  È un invito forte e pungente a divenire una nuova creatura.    La grazia è il soffio della vita da parte dell’apparato respiratorio dello Spirito di Dio.  Nell’atto in cui si manifesta: agisce e trasforma.  Sia la luce è l’inizio della grazia di Dio come potere creativo, ma cos’è però questa frase se non un comandamento?  Cosa è se non un dire alla luce creata dalla parola di Dio: Forza, trova il coraggio di venire alla luce, di splendere.  Tutti gli indicativi della Bibbia sono comandamenti: siete sale è siate sale, siete luce è siate luce.  Beati diventa quindi il comando di Dio: siate capaci di beatitudine.  Ed è la grazia questa grande forza di Dio che ci fa uomini e donne capaci di vivere una vita migliore.  Una vita nell’orizzonte dell’obbedienza.  É questa estranea bellezza che ci lascia dapprima perplessi e poi ci accompagna per mano nella familarietà dell’obbedienza; è questa estranea grazia che dà alla nostra vita la gioia della beatitudine.  Che Dio sia con tutti noi.  Amen