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In presenza di Dio la festa continua...

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Testo Giovanni 2:1

Tre giorni dopo, ci fu una festa nuziale in Cana di Galilea, e c' era la madre di Gesù.
 2 E Gesù pure fu invitato con i suoi discepoli alle nozze.
 3 Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino».
 4 Gesù le disse: «Che c' è fra me e te, o donna? L' ora mia non è ancora venuta».
 5 Sua madre disse ai servitori: «Fate tutto quel che vi dirà».
 6 C' erano là sei recipienti di pietra, del tipo adoperato per la purificazione dei Giudei, i quali contenevano ciascuno due o tre misure.
 7 Gesù disse loro: «Riempite d' acqua i recipienti». Ed essi li riempirono fino all' orlo.
 8 Poi disse loro: «Adesso attingete e portatene al maestro di tavola». Ed essi gliene portarono.
 9 Quando il maestro di tavola ebbe assaggiato l' acqua che era diventata vino (egli non ne conosceva la provenienza, ma la sapevano bene i servitori che avevano attinto l' acqua), chiamò lo sposo e gli disse:
 10 «Ognuno serve prima il vino buono; e quando si è bevuto abbondantemente, il meno buono; tu, invece, hai tenuto il vino buono fino ad ora».
 11 Gesù fece questo primo dei suoi segni miracolosi in Cana di Galilea, e manifestò la sua gloria, e i suoi discepoli credettero in lui.
 12 Dopo questo, scese a Capernaum egli con sua madre, con i suoi fratelli e i suoi discepoli, e rimasero là alcuni giorni.
 13 La Pasqua dei Giudei era vicina e Gesù salì a Gerusalemme.
 14 Trovò nel tempio quelli che vendevano buoi, pecore, colombi, e i cambiavalute seduti.
 15 Fatta una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori dal tempio, pecore e buoi; sparpagliò il denaro dei cambiavalute, rovesciò le tavole,
 16 e a quelli che vendevano i colombi disse: «Portate via di qui queste cose; smettete di fare della casa del Padre mio una casa di mercato».
 17 E i suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi consuma».
 18 I Giudei allora presero a dirgli: «Quale segno miracoloso ci mostri per fare queste cose?»
 19 Gesù rispose loro: «Distruggete questo tempio, e in tre giorni lo farò risorgere!»
 20 Allora i Giudei dissero: «Quarantasei anni è durata la costruzione di questo tempio e tu lo faresti risorgere in tre giorni?»
 21 Ma egli parlava del tempio del suo corpo.
 22 Quando dunque fu risorto dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che egli aveva detto questo; e credettero alla Scrittura e alla parola che Gesù aveva detta.
 23 Mentre egli era in Gerusalemme, alla festa di Pasqua, molti credettero nel suo nome, vedendo i segni miracolosi che egli faceva.
 24 Ma Gesù non si fidava di loro, perché conosceva tutti
 25 e perché non aveva bisogno della testimonianza di nessuno sull' uomo, poiché egli stesso conosceva quello che era nell' uomo.
 
L'affresco del Bergognone ci ha trasmesso con la potenza suggestiva dell'immagine artistica, un dato che ci è familiare: l'accostamento del vino col sangue versato e dunque, l'immagine della Cena come momento più alto e cruento del sacrificio che Gesù fa di se stesso per la salvezza del mondo.
Tra l'altro, pregio non di poco conto, il nostro affresco ci trasmette anche una partecipazione trinitaria a questo dono d'amore: il Padre che, compassionevole, volge lo sguardo al Figlio. Il Figlio che "abbraccia la croce", ed è al tempo stesso colui che torchia e colui che è torchiato. E perfino lo Spirito  che, leggero, in forma di colomba, partecipa alla spremitura.
 
I beneficiari sono coloro che si trovano ai piedi della scena e condividono il calice della salvezza.
Una scena che è racconto di un dramma, al centro del quale sta la Croce, simbolo del peccato, che è la pressa che schiaccia inesorabile la vita del Signore.
 
In questa scena c'è molta "pesantezza". Non c'è la gioia della vendemmia, ma il dolore della torchiatura. Gli sguardi sono sofferenti, solenni, dimessi, ma non vi è possibilità di scorgere un posto per la gioia.
 
Il testo biblico che ho scelto, invece ci restituisce questa dimensione fondamentale della celebrazione della Cena.
Il contesto della vicenda è la gioia e la svolta della storia è che la festa non può essere fermata dalla mancanza.
Anche questa vicenda parla, come sappiamo, di un convito, di eucarestia e mette al centro la persona di Cristo.
 
Gesù va a un banchetto di nozze.
Ci va assieme ai suoi discepoli.
La festa nuziale era al tempo stesso semplice e solenne. Ma sopratutto aveva una lunga durata, di diversi giorni. Nelle pause, nelle notti, gli sposi celebravano il loro amore da soli nella loro tenda e gli invitati, di giorno, si rallegravano con loro.
Dunque dobbiamo immaginare un contesto fatto di canti, di danze e di cibo abbondante e gustoso secondo gli standard del tempo.
Il tutto era accompagnato dal vino, la bevanda che per eccellenza, allora come oggi, esaltava la bontà del cibo e serviva a celebrare la festa.
 
Normalmente il vino era sufficiente per tutto il tempo. Se finiva anzitempo era un problema. Alcuni, onde evitare che la fine improvvisa divenisse annuncio della fine stessa della festa, usavano allungare il rimanente con acqua. Peraltro alcuni, avendone bevuto già tanto, forse non ci facevano più tanto caso.
 
Gesù, presente al banchetto anche con sua madre, viene avvertito proprio da lei della fine del vino. Il testo ci dice che Maria informa Gesù, non che gli faccia una richiesta. Per questa ragione la frase che appare di rimprovero è di non facile interpretazione.
La festa volge dunque al termine?
Ma a mio avviso l'evangelista suggerisce una versione un po' più teologica della domanda: può forse finire la festa, per qualsiasi motivo, se Gesù è presente?
 
Le indicazioni del maestro sono poche ma precise: chiede agli inservienti di riempire sei vasi di acqua. Si tratta di vasi usati normalmente per abluzioni purificatorie dei giudei. Il lavaggio di mani e viso, nell'approssimarsi ai momenti cultuali era ricorrente e necessario per liberarsi dalle "impurità".
Poi Gesù chiede all'inserviente di portare il calice di acqua al maestro di tavola. E' lui che constata l'avvenuta trasformazione: da acqua a vino; non solo, ma da acqua a ottimo vino!
 
La festa minacciata dalla penuria, può continuare. Possono continuare i canti e le danze, perché gli sposi si amano ma soprattutto perché Gesù è presente.
 
Ora l'allusione eucaristica della storia è ammessa da quasi tutti i commentatori. Giovanni l'evangelista, che come sappiamo, non conserva una tradizione della istituzione della Cena, perché al suo posto ha il racconto della lavanda dei piedi, vi allude a più riprese. La ragione non è mai espressa esplicitamente. E' come se Giovanni volesse lasciarla al lettore, è come se volesse coinvolgerlo in maniera interattiva. E così il genere letterario scelto è quello allusivo-poetico.
Gesù non è solo colui che trasforma l'acqua in vino, ma è lui stesso il vino. La sua presenza è la ragione di una festa che non finisce, perché con Lui l'amore "resta"!
 
Cari fratelli e sorelle, ammirate dunque quanto questa storia biblica faccia da contraltare a tutta questa solenne, ma ammettiamolo, talvolta pesante atmosfera "sacrificale", che ci rimanda l'affresco del Cristo torchiato.
Il "peso" della torchiatura lascia spazio alla celebrazione gioiosa della Cena e per estensione della vita stessa.
 
Questo è chiamato il primo miracolo dell'evangelo di Giovanni. Ma il termine usato in greco è "segno". Il segno è più di un miracolo perché esso non è importante in sé  ma in ciò che indica.
Il Cristo risorto è la ragione per cui la vita può e deve essere celebrata nella gioia, come un banchetto nuziale senza fine, dove col passare del tempo il vino diventa più buono!
 
La religione delle abluzioni, dello scrupolo religioso, della purità rituale, delle mille regole "sacrificali", lasciano il campo alla gioia di una vita "laica", che ha valore in se stessa.
Infatti, diversamente che negli altri evangeli, appena dopo questa vicenda, segue in Giovanni, la purificazione del tempio. La ragione della festa è anche legata all'affrancamento da una religione dei riti sacrificali, perché il nuovo tempio, quello non costruito da mano d'uomo, è il corpo risorto del Cristo: questa è la vera ragione della gioia.