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Il profumo del pane

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Sono certa che se facessi la domanda: a cosa è associato nei tuoi primi ricordi il profumo del pane?  ognuno e ognuna di noi avrebbe una storia diversa da raccontare, un ambientazione da descrivere… Sembra che i ricordi olfattivi siano i più antichi e i più radicati. Sentiamo e riconosciamo i profumi molto prima di quando siamo in grado di decifrare una frase o riconoscere un volto. Quando le panetterie erano sempre anche forni e ce ne erano tante, quasi una per strada, il profumo di pane la mattina presto riempiva l’aria e si spandeva tutto intorno. Ancora oggi accade anche se più raramente, e nei piccoli centri più che in città. Per alcuni il profumo di pane invece è associato naturalmente alla casa e ai ricordi di infanzia quando il pane ancora si impastava e cuoceva a casa e per chi ha vissuto almeno in parte in campagna l’aroma di pane appena sfornato era mescolato con l’odore della legna bruciata e l’uno e l’altro con la buona sensazione del calore del fuoco nelle case accoglienti. Chi poi, come mia madre, ha ricordi di guerra il pensiero associato al pane è quello della mancanza, avere il pane razionato, mettersi in lunghe file già dalle 4 della notte per ritirare la razione di pane che spettava alla famiglia finché non finiva. O il pane fatto di crusca o di farine poco identificabili, pane per modo di dire, mescolato perfino con la segatura.
Si può scrivere la storia del pane e c’è chi ci ha provato anche se non è facile perché nessuno sa per certo quando le prime spighe di grano sono state identificate e quando si sia passati dallo sgranocchiare il grano crudo trovato nei campi, al coltivarlo e poi mangiarlo arrostito, e poi all’intuizione di macinarlo, setacciarlo,  impastarlo e cuocerlo al forno. Ancor più leggendario il passaggio dal pane senza lievito cotto sulle pietre bollenti, al pane lievitato. Qualcuno sostiene che fu per caso che qualcuno rovesciò della birra in un contenitore della farina, impastò con acqua e osservò come un miracolo la crescita della pasta!
Chi ha studiato a fondo l’argomento ipotizza che le prime spighe furono trovate nel corno d’Africa dove oggi è l’Eritrea e che probabilmente il grano fu coltivato per la prima volta nelle pianure della Mesopotamia.
Il pane ha molti nomi in tutte le lingue del mondo e anche l’origine dei diversi nomi si perde nella notte dei tempi. Erri de Luca fa notare che in ebraico il nome del pane lehem ha le stesse lettere della parola guerra facendoci ricordare così che chi affama un popolo togliendogli il pane va incontro a guerre. Successe a Gedeone che divenne condottiero contro i madianiti che volevano affamare Israele razziando i loro raccolti (Giud 6, 2-6). Ma le guerre e le rivolte per l’aumento del prezzo del  pane costellano la storia umana, e a volte come in Francia hanno iniziato delle rivoluzioni.
E’ affascinante seguire per così dire il profumo del pane nella storia e nelle varie culture o anche la tragedia delle carestie e studiarne i significati simbolici, leggere le molte poesie che sono state dedicate al pane ma non possiamo farlo.
Non possiamo neppure seguire il profumo del pane nella storia biblica. Sarebbe troppo lungo. Il  mio intento qui è tracciare un filo ideale fra alcuni racconti della Bibbia e  il momento in cui Gesù decise di condividere il pane con i suoi nell’ultima cena con il significato che volle dare a quel pane.

Prima di tutto vorrei però citare quel salmo, il 104 che al versetto 14 e 15 dice:
“Egli (Dio) fa germogliare l’erba per il  bestiame, le piante per il servizio dell’uomo,
fa uscire dalla terra il nutrimento, il vino che rallegra il cuore dell’uomo, l’olio che gli fa risplendere il volto e il pane che sostiene il cuore dei mortali”.
Perché il pane sostiene il cuore dei mortali ed è Dio che lo fa uscire dalla terra!

Il pane è stato cruciale nella storia di Dio col suo popolo. Possiamo dire che tutto partì  dal sogno di un bambino. Il suo nome era Giuseppe e lui sognò dei covoni di grano, uno, il suo, restò dritto nel sogno, mentre quelli dei suoi fratelli gli si inchinarono davanti. Il giovane sognatore non durò molto in quella famiglia, i suoi sogni di gloria furono la sua rovina. La gelosia e l’invidia sono sentimenti tremendamente distruttivi e il giovane fu venduto schiavo e finì in Egitto. Là ancora un sogno, questa volta da decifrare. Il sogno del re d’Egitto, granaio del mondo. Sette vacche grasse e sette vacche magre, sette spighe piene e sette spighe vuote.  Giuseppe interpretò bene e previde i sette anni di abbondanza e i sette anni di raccolti andati a vuoto, così Giuseppe divenne viceré. Accadde che un giorno i suoi fratelli andarono da lui per chiedergli aiuto ma non lo riconobbero, la storia la sapete. Una storia lunga dai sentimenti complessi e contraddittori, come siamo noi umani, sempre in bilico fra desiderio di rivalsa e spinta a ritrovare famiglia e radici perse nel doloroso passato. La storia finì bene quella volta  ma la famiglia si trasferì in Egitto e molti anni dopo quella terra del pane buono divenne la terra dal pane amaro della schiavitù. Ancora tante vicende che sorvolo. Il braccio di ferro fra Mosè e faraone durò molto tempo ma Dio era dalla parte degli oppressi e inventò una libertà impossibile. Al di là delle sponde del mare le schiave liberate danzarono la liberazione e tutti insieme mangiarono il pane della libertà. Si chiamava manna, era un pane che non si poteva né vendere né comprare, era gratis, veniva dal cielo, era per tutti nella giusta razione, né troppo, né troppo poco, la farina si raccoglieva ogni giorno, si poteva impastare e cuocere ma non si poteva conservare, nessuno soffriva la fame. Il pane della giustizia.
Alle famiglie degli ebrei da allora Dio chiese di ricordare ogni anno il sapore del pane della libertà dopo aver assaporato quello amaro della servitù.

Anche Gesù ha avuto la sua storia di pane e di mancanza di pane. Accadde che subito dopo la dichiarazione di Dio che lui era suo figlio nel momento del suo battesimo  per mani di Giovanni il battezzatore, Gesù fece come il popolo dei suoi antenati l’esperienza del deserto. Era il figlio di Dio, proprio come il popolo era libero ma nel deserto fu spinto dallo Spirito per decidere come vivere quella figliolanza e quella libertà. Non mangiò nulla per 40 giorni e in questo bisogno estremo le pietre del deserto gli apparvero come pezzi di pane. “Su, gli diceva una voce invitante, prendi quelle pietre, diventeranno pane. Tu figlio di Dio puoi farlo”. “No, non di pane soltanto vive l’uomo, ma di ogni parola che proviene dalla bocca di Dio”, rispose citando la Bibbia.  Sul suo cammino incontrò gente che aveva fame e moltiplicò il pane dopo averlo benedetto e sfamò tutti ma non volle diventare il re del pane, anche se la gente era pronto a incoronarlo.

Il mondo ha bisogno di pane e di benedizione e questo bisogno va messo al primo posto nell’agenda politica mondiale,  ma il mondo ha anche molto bisogno di gente che non prende per sé vantaggi e potere  per aver distribuito il pane.
Gesù diede pane non accumulato, aiutò a condividere  quello che c’era e così moltiplicare il pane per cento, per mille, benedicendolo. Mangiò con gli altri seduto a terra, non buttò via l’avanzo e per sé non volle nulla di più.

A lunghe falcate arriviamo a quella sera, l’ultima della sua vita terrena. Era la cena in cui tutti in Israele assaporavano la  gioia della festa, dando lode a Dio creatore e salvatore, spezzando e mangiando il pane della libertà non senza ricordare anche l’amaro della schiavitù.

Fu in quel contesto che Gesù aggiunse a quel pane un nuovo significato, un significato capovolto possiamo dire.
Per spiegarlo faccio una piccola digressione se me lo consentite. Nell’antichità il fatto che il pane concorresse a formare il corpo era considerato il vero miracolo. Leggo un brano  di Anassagora di Lampsaco filosofo greco vissuto 450 anni prima di Cristo. Scrive:

“Consideriamo il pane. Esso è fatto di materia vegetale e offre nutrimento al nostro corpo. Ma il corpo dell’uomo e dell’animale è formato da elementi multipli: pelle, carne, vene, tendini, cartilagini, ossa, peli. Come è mai possibile che una sì grande molteplicità di cose derivi da un pane costituito da parti uniformi? Poiché non è credibile che si produca un cambiamento di proprietà, non ci resta che ammettere che le numerose forme di materia contenute nel corpo umano sono già presenti senza eccezioni nel pane che mangiamo”.
(Tratto da “Pane nostro” di Predrag Matvejević, Garzanti 2009, p.20).
Ora non capendo niente di microbiologia e chimica organica, dopo 2500 anni io sono più o meno allo stesso livello di questo antico filosofo greco. Ma non sono i processi biochimici che mi interessano ma il rapporto fra pane e corpo. Quello che vorrei rimarcare da questo brano è che il normale processo che si osserva è quello che va dal pane al corpo, il pane che forma il corpo. Gesù invece quella sera con i suoi discepoli allude simbolicamente e spiritualmente al processo inverso, non il pane che va nel corpo, ma il corpo che va nel pane. “Questo è il mio corpo” disse, e poi mangiarono ma probabilmente allora nessuno ci capì niente.
Forse non ci capiamo molto neanche noi oggi e infatti sul significato di queste parole i cristiani sono ancora molto divisi. Si discute tanto. Ancora.
Ma io oggi è solo questo processo inverso che vorrei sottolineare. Non il pane nel corpo ma il corpo di Gesù nel pane. E perché? Perché noi tutti – ci viene in soccorso Paolo – noi tutti mangiando del pane che è Cristo diventiamo un corpo unico che si nutre di Cristo come di pane sceso dal Cielo. Un pane che come la manna non si può comprare e non si può vendere ma si riceve per pura grazia da Dio, Gesù, pane disceso dal cielo.
Dunque ecco cosa avviene, dal corpo di Cristo al pane, poi da quel pane che è Cristo, di nuovo al corpo di Cristo, cioè noi, nutriti, rafforzati, rinnovati, uniti.
Agente di questo movimento “dal corpo al pane, dal pane al corpo” è lo Spirito del Signore. “E’ lo Spirito che vivifica, dice Gesù ai discepoli turbati e disorientati, la carne non giova a nulla. Le parole che vi ho detto sono spirito e vita” (Giov 6, 63).

Vorrei concludere questa piccola incompleta riflessione sul pane che Dio ci dà, quello fisico e quello spirituale che è Cristo, dicendo una cosa che ci interpella personalmente e come comunità.
La nostra vita da cittadini del primo mondo ci porta a non considerare il pane con rispetto. Il pane è un alimento come un altro, neanche il più importante. Quando eravamo piccoli in alcune nostre famiglie quando cadeva a terra un pezzo di pane, le nostre mamme ci avevano insegnato che il pane andava raccolto con cura e poi baciato. Oggi il pane avanzato si butta via, non ci si pensa due volte. Tutto questo contesto da mondo ricco non ci fa bene. Non ci aiuta a comprendere cosa Gesù voleva dire parlando di sé come di pane da mangiare. Riflettiamoci sopra in questa settimana.
La seconda cosa è che il mondo non ha soltanto bisogno di pane fisico, ha anche bisogno di pane spirituale. Fuor di metafora, il mondo ha bisogno di Cristo. E se Cristo si è fatto pane per nutrire la sua Chiesa trasformandoci nel suo corpo, lo ha fatto anche perché noi, suo corpo portassimo al mondo questo pane buono e fragrante agli affamati del mondo. Forse non molte persone si rendono conto di aver bisogno di pane spirituale oltre che fisico, noi, nutriti dal pane disceso dal cielo lo sappiamo che è così e dovremmo portarglielo comunque. Non ci comportiamo con egoismo con il pane ricevuto, serve a noi e basta. Il pane disceso dal cielo è stato dato per nutrire il mondo e noi siamo chiamati ad offrirlo. Riflettiamo anche su questo questa settimana. 
Sarà una settimana speciale. Domani inizia la settimana che abbiamo chiamato della condivisione della fede. Offriamo dunque  a qualcuno il pane disceso dal cielo, la parola di Cristo, parliamo e testimoniamo di Lui  e poi sabato prossimo faremo una piccola ma importante attività collettiva. Andremo nel Parco Sempione a partire alle 16.30 e proveremo a portare quel buon pane da condividere. L’abbiamo chiamata la “passeggiata evangelistica”. Siamo forti e convinti quando siamo in chiesa, siamo timidi ed introversi quando siamo fuori, io per prima. Sabato tuttavia ci proviamo a farlo. Magari poi ci prendiamo gusto a condividere il pane di vita ancora tante altre volte. Chi lo sa.
Forse è venuto il momento di uscire e farlo insieme. Portiamo noi in giro il profumo del pane!