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Lamentazioni 3

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Lamentazioni 3

Io ho detto: «È sparita la mia fiducia, non ho più speranza nel SIGNORE!»

 19 Ricòrdati della mia afflizione, della mia vita raminga, dell' assenzio e del veleno!

 20 Io me ne ricordo sempre, e ne sono intimamente prostrato.

 21 Ecco ciò che voglio richiamare alla mente, ciò che mi fa sperare:

 22 è una grazia del SIGNORE che non siamo stati completamente distrutti; le sue compassioni infatti non sono esaurite;

 23 si rinnovano ogni mattina. Grande è la tua fedeltà!

 24 «Il SIGNORE è la mia parte», io dico, «perciò spererò in lui».

 25 Il SIGNORE è buono con quelli che sperano in lui, con chi lo cerca.

 26 È bene aspettare in silenzio la salvezza del SIGNORE.

 27 È bene per l' uomo portare il giogo della sua giovinezza.

 28 Si sieda solitario e stia in silenzio quando il SIGNORE glielo impone!

 29 Metta la sua bocca nella polvere! forse c' è ancora speranza.

 30 Porga la guancia a chi lo percuote, si sazi pure di offese! 

 31 Il Signore infatti non respinge per sempre;

 32 ma, se affligge, ha pure compassione, secondo la sua immensa bontà;

 33 poiché non è volentieri che egli umilia e affligge i figli dell' uomo.

Che effetto fa sentire una persona pronunciare una frase come quella che apre questa pericope?

"Non ho più fede. Ho smesso di sperare in Dio".

E' una frase che in molti susciterebbe imbarazzo e perfino scandalo.

Immaginate di sentirla sulla bocca di una persona gravemente ammalata alla quale andate a far visita per portare conforto, oppure Immaginatela pronunciata da una persona che avete sempre considerata devota e perfino un buon esempio nella per gli altri. Come reagireste?

 Proviamo a dare un contesto a questa frase.

Essa è pronunciata da una persona tra quelle che sono rimaste a Gerusalemme, dopo la ingloriosa caduta del Regno di Giuda nel 586 a.C. per mano dei Babilonesi.

Come conseguenza di questa caduta il tempio fu distrutto, la città devastata, le mura abbattute, e l'intera classe dirigente e gli artigiani furono uccisi o deportati.

Alcuni, probabilmente i più poveri, furono lasciati perire nel paese in uno stato di desolazione, fatto di stenti e morte per malattie e per fame.

Però l'autore di questo libro così "oscuro" e forse proprio per questo, così poco frequentato, doveva essere una persona raffinata, capace di scrivere bene e di comporre poesia. La lingua, infatti, è forbita e benché vi sia una rinuncia a dare uno sviluppo narrativo o sequenziale ai cinque poemi, essi sono organizzati stilisticamente con grande accuratezza. Una maniera usata è quella dell'acrostico, cioè gruppi di versetti che cominciano con una lettera dell'alfabeto ebraico: nel caos del dolore, un ordine stilistico e pignolo dello scrittore.

 Chi era questo misterioso autore? Non lo sappiamo. Sappiamo però che egli/ella ha raccolto con cura il "lamento" di dolore di tante persone che vivevano tra stenti in mezzo alle rovine. Siamo davanti a un reportage della sofferenza.  Un dolore ormai cronico, di persone che sono confrontate ogni giorno con la disfatta, con la perdita dei loro cari tra cui tanti bambini, con la mancanza assoluta di organizzazione sociale.

 La frase esprime questo sconforto.

E' singolare che nel poema non ci siano tante parole contro i Babilonesi, che pure furono storicamente gli esecutori di quella distruzione.

 L'autore, infatti, indica due cause.

La prima è senz'altro il peccato del popolo. La corruzione, la disobbedienza, l'idolatria, sono all'origine di quella condizione, percepita quindi come una punizione, una retribuzione al male compiuto.

La seconda è che la sofferenza inflitta supera però il peccato. Il popolo si sente abbandonato, come se ogni sguardo si fosse distolto da lui. Israele cerca compassione e non la trova.

E qui arriviamo all'aspetto più acuto di questo dolore che è anche morale e spirituale: Dio stesso è l'artefice di tutto ciò! Egli, a questo punto, è riconosciuto come il vero artefice e dunque come il vero nemico di Israele. Tutto il lamento è espresso verso Dio, nella speranza che Egli si volga a guardare la pena in cui versa il suo popolo.

C'è dunque, senz'altro un elemento di contestazione "teologica" in questo poema che non è una novità assoluta. Anche nel libro di Giobbe troviamo, nella protestata innocenza di Giobbe davanti ai suoi amici, la reazione a questo incomprensibile agire di Dio.

In "Lamentazioni" il popolo ammette le sue colpe.  Giobbe invece protesta la sua innocenza. Ma la differenza fondamentale è che nel libro di Giobbe finalmente Dio prende la parola e, non importa che lo faccia per fare un solenne rimprovero a Giobbe, questi si placa perché ascolta e riconosce la voce del suo Signore. Il mistero del perché le cose siano andate in quel modo, resta, ma resta anche la fede.

In "lamentazioni", invece Dio non parla, resta in silenzio.

 Il dolore è talmente acuto da mettere in forse che sia un Dio amorevole.

 Dinanzi a questa situazione il nostro poeta non commenta, non redarguisce, non tira fuori la teologia della retribuzione come fanno gli amici di Giobbe, per giustificare Dio. Egli ascolta, annota e ordina nel suo poema.

In realtà è esattamente in questo prender nota del lamento di ogni creatura ferita che c'è la sola speranza possibile nella circostanza.

Se chi scrive e registra questo indicibile dolore è sopravvissuto, non è per una somma ingiustizia, ma perché la pena di chi è rimasto sommerso dalla furia degli eventi, sia ricordata.

La meditazione, nei versetti che seguono, resta aperta all'attesa che Dio mostri finalmente il suo lato benigno e nel farlo dia un senso a tanta pena. Dunque non è finita del tutto la fede, non si è estinta la speranza definitivamente. Resta una possibilità, ma non può essere richiamata con troppa leggerezza come fanno certi religiosi un po' romantici che hanno una risposta devota per tutto o che sono sempre prodighi di risposte "teologiche".

La rabbia, come la desolazione delle persone, non va nascosta, non va giudicata, né contrastata con la "ortodossia". Quando essa è frutto di un dolore reale, e di una esperienza forte di desolazione,  deve poter criticare la fede in  vista di una sua radicale ristrutturazione.

Dopo certe situazioni vissute, come una guerra, un genocidio, un crudele attentato terroristico, non si può più credere e sperare come prima. E' possibile solamente se il grido di dolore e disperazione è stato ascoltato senza biasimo, senza la fretta di rispondere, senza girare la faccia da un'altra parte.

 Il grande poeta biblico ci insegna, tra l'altro una cosa fondamentale anche per ciò che chiamiamo la "cura d'anime": sapremo essere di aiuto alle situazioni di estremo dolore, se avremo il coraggio di non fuggire e se smetteremo di giudicare le vittime, cercando in tutti i modi una giusta ragione per tanto dolore.

Inutile cercare di dare risposte che riguardano Dio, perché se la persona non le trova da sé, proprio per il divino soccorso, tutte le altre saranno percepite, al di là delle intenzioni, come moleste.

 Cosa ha a che fare questo libro che più o meno inconsciamente evitiamo di leggere, con la nostra fede cristiana? Non è la nostra fede un annuncio, una proclamazione che Dio è misericordioso e che in Cristo sconfigge ogni male?

 Pensiamo alle ultime parole di Gesù sulla croce nella versione di Marco: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" A guardare bene queste parole non sono poi tanto diverse da quelle del versetto iniziale del brano letto, con l'aggravante che sono pronunciate da Gesù, colui che viene riconosciuto da alcuni come il Messia.

"Perché?".

La domanda non riceve risposta. E Marco non riferisce altre parole, come, ad esempio, quelle del perdono, riferite da Luca, che avrebbero potuto anche solo diminuire il peso di quel "perché?".

La fede cristiana sviluppa nella teologia della croce il tema delle Lamentazioni. La teologia della croce ne costituisce uno sviluppo.

 Se si percepisce la propria condizione come di persone abbandonate da Dio, si può arrivare a dire cose o fare domande "scandalose". La Scrittura non le teme. Dio non si offende.

 La salvezza cristiana non è solo annunciata, è sempre anche attesa.

Il Messia non è solo venuto, ma è anche sempre colui del quale si aspetta il decisivo ritorno.