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Una parola per Caino

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Testo: Genesi 4, 1-15 

Non è un caso che in 34 anni di ministero questa è probabilmente la prima volta che di questo testo faccio oggetto di predicazione. La ragione è che questo racconto, come quello narrato nel capitolo precedente, è semplicemente troppo. Troppo importante, troppo drammatico, troppo misterioso e troppo rivelatorio allo stesso tempo, troppo lontano e ahimè quanto vicino, spaventoso ma onnipresente nella vita di ognuno di noi in un modo o in un altro. Pone il problema di Dio e dell’umano in tutta la sua complessità, ognuno di noi in relazione con Dio, ma contemporaneamente noi in relazione con gli altri davanti a Dio. E siccome l’ho sempre percepito come troppo non ho mai osato cercare di renderlo fruibile attraverso una sola predicazione. Poi con il tempo mi sono resa conto che la predicazione può in alcuni casi rappresentare soltanto poco più che uno spunto, una traccia perché ciò che appare  una montagna troppo alta da scalare possa quanto meno essere esplorata in alcuni anfratti, un invito a questa umile e parziale esplorazione, un incoraggiamento a superare la paura di non potercela fare.

Bruggemann, esegeta e grande conoscitore della Bibbia, dice – e dovremmo ascoltarlo – che un testo così non si può spiegare, si può solo raccontare. Il racconto lo abbiamo ascoltato. Sulla scena del mondo compaiono i primi fratelli e questi fratelli curano la loro relazione con Dio. Offrono le primizie di ciò che hanno, del frutto del loro lavoro. Tutti e due lo fanno. I loro due lavori, quello da agricoltore e quello da pastore, non sono due lavori qualunque, sono professioni primarie distinte e spesso nella storia, anche nella storia biblica, in conflitto. Ma il racconto si focalizza su due individui fratelli e non su conflitti più ampi. 

I due fratelli sono presentati con i loro nomi. Caino ha un nome che richiama il verbo “acquistare” (qanah) e sembra che fosse stato chiamato così per esprimere lo stupore e la gratitudine a Dio per questa nascita, la prima, dunque per la sua mamma, miracolo e dono grande. Il nome Abel rispecchia invece il suo destino, è un nome che si può tradurre come “soffio”, quindi un nonnulla, un vapore evanescente. E’ la parola che nella Bibbia si usa per indicare la precarietà del vivere: “I giorni miei non sono che  un soffio” dice Giobbe (7, 16). O Giacomo: “Siete un vapore che appare per un istante e poi svanisce (4,14).

Il primogenito, da sua madre accolto con gratitudine, il secondo solo accennato. Ma come accade spesso nella Bibbia in cui il secondo scalza il primogenito (Giacobbe ed Esaù) così accade qua. Senza offrire nessuna spiegazione si dice che quando tutti e due i fratelli offrirono a Dio il meglio di ciò che il loro lavoro aveva prodotto - frutti della terra e primogeniti del gregge - Dio guardò con favore l’offerta di Abele e non quella di Caino. Di qui l’irritazione e il volto rabbuiato di Caino.

Fermiamoci per un attimo qui. 

Il testo non dice perché ciò avvenne, né come Caino e Abele compresero che Dio aveva accolto con favore oppure no la loro offerta. In alcuni versi del Nuovo Testamento questo dato scarno del racconto viene spiegato attribuendo a Caino una cattiva disposizione nella sua offerta ed innalzando Abele come uomo di fede. Gli scrittori del Nuovo Testamento scelgono così di accusare Caino per non accusare Dio di essere stato ingiusto e parziale (cf. Ebrei 11, 4; I Giov 3, 12; Giuda 11). Ma la realtà di questo testo in Genesi è che non è offerta alcuna spiegazione. Dio accoglie un dono con favore e non l’altro. Punto. Questo è il primo dato sconcertante su cui ritorneremo.

Il secondo quesito è: come comprese Caino che l’offerta di suo fratello era stata accolta con favore mentre la sua no? La risposta può essere trovata riflettendo sull’esperienza più antica dell’umanità, che è quella di lavori che hanno esiti diversi. Accade che un lavoro dia frutti, mentre l’altro ugualmente duro e impegnativo non ne dia. Il lavoro che ha successo viene compreso come lavoro benedetto  da Dio, il lavoro che produce insuccesso in tutta evidenza non ha goduto della benedizione divina. A parità di impegno l’uno va bene e l’altro no. Il diverso esito del lavoro viene quindi preso come un’ingiustizia e in ultima analisi questa disparità è attribuita a Dio.

Condensati in questi due scarni versetti c’è il grande mistero della diseguaglianza.

Ecco – dice il testo – la grande domanda presente nell’umanità fin dai primordi: perché la disparità? 

E se Dio c’è – e c’è -  il suo comportamento è parte integrante e cuore dell’enigma. Di più, Egli è autore e responsabile di questa disparità.

Caino era “molto irritato” e “il suo viso abbattuto”.

Perché Abele è benedetto e io no? Perché lui è accolto e io no? Lui ha successo in quello che fa e io no? Dio ama lui e rifiuta me: perché? 

Semplicemente non è giusto! Dio non è giusto!

Caino era “molto irritato” e “il suo viso abbattuto”.  Le due reazioni opposte condensate in una: rabbia e depressione. Sono le reazioni mie, forse anche le tue. Caino siamo noi quando non abbiamo risposta alle nostre domande e il mondo ci sembra avvolto nelle nebbie del non senso. Tutto ci appare ingiusto. E noi e anche tanti altri ne siamo le vittime. Con chi ce la prendiamo?

Caino che non può prendersela con Dio, comincia a guardare Abele e prova invidia, prova gelosia. Io ho lavorato duro e una grandinata ha distrutto tutto il mio raccolto. Vedi lui beato con i suoi agnellini in braccio! Guarda quanti sono. Se io, Caino, non avessi avuto Abele, sarei stato solo, beato, e non ci sarebbe stato confronto, né questo senso di ingiustizia che mi rode. Perché è venuto questo fratello? Stavo meglio prima, stavo meglio senza fratello. 

Invidia e gelosia. Due sentimenti che fanno ammalare le relazioni, anche le più intime. Fanno ammalare anche noi a volte. Due sentimenti che nascono nel profondo, distruttivi e inconfessabili. 

La frustrazione nei riguardi della vita, o se vogliamo, la frustrazione nei riguardi di Dio, ingiusto e parziale, si rivolge contro il fratello che con la sua sola esistenza ha causato tanto dolore. 

Caino non parla, non sono riportate parole di Caino contro il fratello o contro Dio (Esaù invece espresse le sue intenzioni fratricide e la madre fece in tempo a spingere Giacobbe a scappare) ma cresce nel suo cuore un rancore sordo che piano piano occupa tutto il suo spirito.

Qui c’è il fulcro del racconto. Dio si rivolge al cuore tumultuoso di Caino per metterlo in guardia. Dio vede in Caino un pericolo grande e glielo indica. Lo fa con tre domande e uno svelamento che è anche un’esortazione. Le prime due domande sono queste:

Perché sei irritato? Perché hai il volto abbattuto?

Ma forse Dio non lo sa perché Caino è arrabbiato e depresso? Perché fa queste domande? E’ ironico? Non è Dio stesso la causa di tutto? Cosa vuole Dio da Caino con queste domande?

Forse Dio vuole che Caino se la prenda con Lui e lasci stare Abele! Forse Dio vuole ingaggiare un dialogo serrato con lui. Forse vuole che Caino faccia come Giobbe che esprime a muso duro tutti i suoi perché rivolti al cielo. Dio vuole che Caino parli, dica la sua, esca dal chiuso del suo rancore che Dio ha letto nel suo cuore e sa che è diretto al fratello. Dio non lo interroga per giudicarlo ma forse per aprirgli altri orizzonti di senso, più profondi forse di ciò che Caino aveva visto… Forse…

Potremmo dire parafrasando l’esperienza di Giobbe e la risposta di Dio: Il fatto che tu non sai il perché delle cose non significa che un perché non ci sia. Solo non lo conosci. Se non sai le risposte allora cercale! Sembra dire Dio.

Se agisci bene non rialzerai il volto? La terza domanda.

L’azione buona anche senza risultati concreti ha un valore di per sé, ti fa tenere la testa alta! Ascolta Caino! Ascolta la voce di Dio! 

Quanto significa questo per noi!!!! Oggi, nel tempo in cui l’agire bene, l’agire in onestà, l’agire secondo giustizia è degli stupidi, Dio ci dice: se agite bene rialzerete il volto! L’azione onesta, il lavoro fatto bene, il culto reso col cuore, tutto questo – anche senza immediati risultati apprezzabili -  ha un valore immenso, Caino, e ti fa tenere la testa alta! Non covare nel tuo cuore sentimenti distruttivi, non farti dominare da sentimenti che distruggono il tuo legame con tuo fratello e con Dio. Continua ad essere integro, agisci per il bene e guarirai! Non avrai il volto rabbuiato e il cuore tormentato, ma anche se per un po’ avrai vissuto col viso contratto e orizzonti chiusi poi rialzerai il volto e ritroverai la luce che ti sembra perduta per sempre. 

Ma se agisci male – ecco lo svelamento che è anche un’esortazione accorata e preoccupata – se agisci male il peccato è accovacciato come una bestia feroce alla tua porta pronta a ghermirti! Ma tu puoi dominarlo. 

Attenzione ai dissapori fra i fratelli! La rabbia e la depressione che vengono dalla frustrazione hanno un potenziale distruttivo immenso! Dio parla al cuore di Caino e glielo svela.

Qui il peccato non è una trasgressione formale ad una legge, qui il peccato è una pulsione aggressiva sempre in agguato, è qualcosa che coviamo nel cuore chiuso, che nel buio si ingigantisce e come un animale feroce ci salta addosso e ci sbrana. Questa pulsione aggressiva è presente in tutti noi perché tutti noi possiamo vivere nella frustrazione, nel sentimento di essere vittime di ingiustizia. Tutti noi prima o poi nella vita ci sentiamo traditi da Dio perché qualcun altro ci supera e noi siamo certi che non lo meritava, o certo non lo meritava più di noi. La collera magari non la facciamo trasparire, non parliamo con nessuno e cresce e cresce e prende sempre più posto nel nostro cuore fino a fare sparire tutto il resto.

Le cose raccapriccianti di cui sentiamo, i feroci femminicidi con annessi commenti: “Ma erano persone normali, tanto gentili”, le liti da condominio che sfociano in assurdi assassinii, ma anche la violenza in tutte le sue infinite varianti, hanno qui in questo racconto antico il loro prototipo. Il fratello che odia il fratello. Il fratello che pensa sia meglio non avere più quel fratello. Il fratello che fantastica di uccidere l’altro fratello. Il fratello che è preda di quell’animale selvaggio e mortifero che gli rode l’anima e distrugge il fratello e mentre distrugge il fratello anche distrugge lui.

Attenzione, Dio ti parla, ascoltalo per favore, non ti distruggere! Quella pulsione mortifera tu la puoi dominare. Sì, è possibile! Ti prego. Fallo!

Il Deuteronomio dice da parte di Dio: “Io ti ho messo davanti il bene e il male, la benedizione e la maledizione. Ma tu scegli la vita perché tu viva, tu e la tua discendenza, amando il Signore,  tuo Dio, ubbidendo alla sua voce e tenendoti stretto a lui poiché Egli è la tua vita!”.

Sappiamo che Caino non ascoltò la voce del Signore, vinse in lui la voce degli istinti bestiali e violenti, e da allora in poi dovette vivere senza più un fratello, visse come un fuggiasco inseguito dai suoi rimorsi nel paese di Nod, il paese dell’inquietudine, il paese dell’eterno esilio, il paese senza approdi.  Nonostante tutto Dio non lo abbandonò mai, anzi lo protesse ma sulla continuazione della storia non abbiamo il tempo di trattenerci oggi. Potremo farlo un’altra volta.

Alla tragica e triste storia di Caino Dio sempre contrappose la sua proposta, quella dei fratelli che si ritrovano, che si perdonano, si riconciliano, si amano e vivono in pace. 

Questa volontà divina riecheggia nel salmo tanto caro al nostro cuore, il 133:

“Com’è buono e com’è piacevole che i fratelli dimorino insieme. E’ come olio profumato che sparso sul capo, scende sulla barba di Aronne, che scende fino all’orlo dei suoi vestiti; è come la rugiada dell’Ermon che scende sui monti di Sion, là infatti il Signore ha ordinato che sia la benedizione, la vita in eterno”

Dio l’ha desiderato sin dal primo nato, sin da allora. Ma i fratelli hanno continuato a covare gelosie, invidie, desiderio di potere. Sempre.

E allora nella pienezza dei tempi, nel cuore della storia, Egli mandò suo figlio. Ma la storia si ripeté, sempre uguale a se stessa. Gesù fu quel fratello che l’umanità non volle accogliere, la cui vita ebbe la consistenza di un soffio. Gesù fu il fratello perso, ucciso dalla belva che prese il sopravvento sull’umanità un lontano venerdì. Come il sangue di Abele anche il sangue di Gesù gridò dalla terra a Dio. Dio ascoltò quel grido, Dio ascolta sempre il grido del dolore. Ma quella volta qualcuno ci portò l’annuncio buono. Cristo è risorto e vive per sempre. 

Come avvenne per Caino, Dio continuò ad amarci. Odiò il peccato ma amò appassionatamente i peccatori. Rinunciò al giudizio, e non ci condannò. Al contrario Egli ci offrì il perdono e la sua grazia fu immensa: in Cristo risorto Egli ci restituì il fratello perduto. Forse quel giorno in Cristo anche Caino ritrovò il suo fratello perduto e finalmente l’abbracciò!

Caino sono io perché nonostante ogni apparenza io non sono molto diversa da lui, ma Dio mi parla al cuore. Nella parola che Dio mi rivolge e nel pensiero di Gesù mio fratello, il tumulto del mio cuore si calma e rialzo la testa. La bestia è scomparsa. Resta soltanto Gesù che dice:  Ecco, Io sono alla porta e busso. Lasciami entrare. Io starò con te e con te cenerò. Staremo insieme. Non avere paura: non ho mai smesso di amarti!