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Il Digiuno vero e quello falso (I nostri interessi o quelli di Dio?) Isaia 58:1-14 (14/02/2021)

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Per cominciare a entrare nello spirito di questo passo bisogna prima specificare che cosa questo passo non sia: e nello specifico, è importante sottolineare come questo capitolo di Isaia non sia un classico esempio della critica profetica rivolta all’ipocrisia d’Israele. Conosciamo tutti molto bene infatti l’attacco rivolto dai profeti e poi da Gesù all’ipocrisia religiosa, alla spiritualità tutta di facciata dei “sepolcri imbiancati” che impressionano molto quando li si guarda di fuori, ma che all’interno sono ripieni di spazzatura. Quindi quando noi vediamo il titolo “il digiuno vero e quello falso” e poi leggiamo ai versetti 5 e 6 che Dio per bocca del profeta fa una distinzione tra un cattivo digiuno che consiste nel coprirsi di cenere e prostrarsi al suolo e un buon digiuno che invece consiste nel compiere opere di giustizia e di carità, il nostro cervello va in automatico, e decide che il contenuto di Isaia 58 consista nell’usuale critica di come i comportamenti esteriori del popolo di Dio siano scollegati dalle loro intenzioni e dalla “verità” di quello che hanno nel cuore. In altre parole potremmo dire che a una prima lettura questo passaggio sembra criticare uno scollegamento tra il culto della domenica – la pratica religiosa – e il culto degli altri sei giorni – appunto l’applicazione della nostra spiritualità al nostro contesto sociale.

Sarebbe però molto strano che Dio, che raccomanda il digiuno in molteplici occasioni – e basti come esempio ricordare il fatto che Gesù dà delle specifiche istruzioni su come digiunare nel Sermone sul Monte – qui d’improvviso affermi che il digiuno in quanto tale non gli sia cosa gradita. Inoltre dovremmo notare come le diverse abitudini degli israeliti descritte da Isaia non sembrino cose che di per sé vadano condannate. Per vederlo basta rivolgere lo sguardo al secondo versetto; gli israeliti cercano Dio “giorno dopo giorno”, “prendono piacere a conoscere” le vie del Signore, “prendono piacere ad accostarsi a Dio” e ovviamente, sono assidui nel digiuno (v.2). A questo aggiungiamo anche che il gesto condannato dal profeta, ossia quello di “sdraiarsi sul sacco e sulla cenere” risulta invece ben accetto altrove nella Bibbia (pensiamo per esempio ai niniviti nel libro di Giona). Ma allora dove sta la questione? Perché il problema non può stare nelle pratiche in sé – che nulla hanno di male – né in qualche modo nella coerenza degli israeliti, perché gli israeliti non si avvicinano a Dio con secondi fini se non quello di trovare piacere in Dio – non sono in altre parole come Giuda, che mangia il pane offertogli dal Signore pur avendo già in cuore di tradirlo e quindi il problema non può neanche essere semplicemente quello dell’ipocrisia religiosa.

In effetti se Isaia stesse parlando di una chiesa dei nostri giorni, davanti all’immagine di una simile congregazione potremmo quasi essere tentati di provare invidia: dove la si trova al giorno d’oggi una chiesa dove le persone in massa “prendono piacere ad accostarsi a Dio”, digiunino frequentemente, non manchino mai ai culti, abbiano una solida abitudine quotidiana di meditare le Scritture? Eppure su questa immagine, che a un osservatore poco attento potrebbe sembrare tanto idilliaca, si alza nella forma della voce del profeta la tromba del giudizio divino (v. 1) e, avendo pesato il peso del suo popolo, Dio lo trova gravemente mancante, perché in effetti ci viene detto che, nonostante le loro vite pie, questi israeliti sono sgraditi al Signore. Ma ancora una volta, dove sta il problema? Per poter rispondere a questa domanda dobbiamo gettare uno sguardo alla situazione storica in cui si colloca Isaia 58.

La situazione a cui ci troviamo di fronte in Isaia 58 è quella della comunità degli israeliti che, ritornata dall’esilio di Babilonia, deve ristabilire i ritmi e i meccanismi della vita sociale. In particolare c’è il grosso problema di dover ricostruire il tempio di Re Salomone che era stato a suo tempo distrutto dai babilonesi. Queste sono precisamente le “antiche rovine” e le “fondamenta” di cui si parla nel versetto 12, ossia proprio le antiche rovine e fondamenta del tempio di Salomone, il centro della vita cultuale e spirituale del popolo di Israele. La questione del tempio è fondamentale per una serie di motivi, ma essenzialmente possiamo dire che essa diventa un simbolo della priorità che il popolo dà e deve dare al proprio rapporto con Dio. Il punto però è che questo tempio non sta venendo ricostruito, gli israeliti pensano tutti ai propri affari e questo è testimoniato anche dalle gravi ingiustizie e dagli squilibri che si presentano nella vita comunitaria d’Israele – e infatti dai versetti 6-7 e 12 possiamo dedurre come vi fosse una situazione di diffusa indigenza, di mancanza di cibo, di case, di vestiario e come il paese non fosse di fatto abitabile.

Ecco quindi la questione di Isaia 58: gli israeliti mettono i propri interessi davanti a quelli di Dio e chiedono a Dio di santificarli, anziché mettere gli interessi di Dio di fronte ai propri, lasciando quindi che Dio cambi le loro vite di conseguenza, utilizzano Dio come un mezzo anziché rivolgersi a lui come un fine – e questo è evidente per esempio nel versetto 3 “nel giorno del vostro digiuno voi fate i vostri affari ed esigete che siano fatti tutti i vostri lavori”. Il punto quindi non è tanto quello che gli israeliti fanno o non fanno, bensì che cosa sia più o meno importante per loro. La logica della situazione richiederebbe infatti uno sforzo per ricostruire il tempio e ristabilire la vita in Israele secondo i comandamenti di Dio, il che peraltro sarebbe l’ovvia manifestazione della gratitudine da mostrarsi verso Dio per essere stati liberati dall’esilio a Babilonia e ricondotti nel paese natio. Al contrario gli israeliti si dedicano sì con grande vigore alla pratica spirituale ma lo fanno per fini del tutto egoistici e che poco hanno a che fare con la gloria di Dio.

Gli israeliti quindi hanno la lettera della pratica spirituale ma non ne hanno lo spirito e pertanto il loro modo di adorare e servire Dio ne suscita l’ira e il giudizio: a un certo livello si avvicinano a Dio obbedendo alla sua volontà nella misura in cui si attengono alle pratiche che lui ha prescritto – e lo fanno anche con gioia – ma allo stesso tempo vivono in modo tale che questo loro ricercare Dio vada in parallelo con tutto quanto il resto, vivendo quindi un’esistenza sdoppiata dove da un lato sono persone pie, religiose, spirituali, ma dall’altro sono litigiosi, spietati negli affari, possessivi, attaccati ai loro desideri, persone che tollerano che nella loro comunità ci siano profonde ingiustizie, che ci siano persone che non mangiano e che non hanno un tetto sopra la testa.

Ma come mai gli israeliti non riescono a cogliere la contraddizione che attraversa la loro vita? L’unica risposta plausibile è che per loro questa contraddizione non esista perché hanno piegato gli insegnamenti di Dio al loro volere; la contraddizione per loro non esiste perché per loro evidentemente Dio è in pace con la loro litigiosità e quindi vede di buon occhio e senza problemi il fatto che, sebbene si preghi, sebbene si sfaccia sfoggio di una grande conoscenza biblica e sebbene ci si sforzi grandemente nel digiuno, sia però perfettamente accettabile tollerare che i comandamenti di Dio siano così profondamente ignorati fuori dalla nostra porta di casa e che il suo tempio non sia ricostruito. In altri termini la contraddizione per queste persone non esiste perché nella loro mente confusa credono che Dio sia semplicemente lì, a disposizione, pronto a santificare i loro desideri e che le pratiche religiose di cui fanno tanto sfoggio non siano niente altro che un meccanismo per potenziare la loro capacità di ottenere questi desideri. Indi per cui in gran sintesi l’israelita di Isaia 58 ragiona così: “io voglio raggiungere i miei obbiettivi e Dio me lo concederà se io sono sufficientemente fedele nella pratica”.

Gli israeliti quindi non hanno capito niente. Non hanno capito assolutamente nulla di Dio e della sua natura e non hanno capito niente del vangelo, ossia del patto di liberazione che Dio fa con il suo popolo, che è sempre, sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento, un patto di obbedienza a Dio basato sul suo dono non meritato e che richiede che noi ci conformiamo alla Sua volontà e non sicuramente il contrario, cioè che ne trasformiamo gli insegnamenti per poter confermare e rinforzare quello che noi, secondo la nostra volontà, pensiamo che sia giusto e conveniente.

Oltre il suo contesto storico, questo passo dev’essere di grande avvertimento anche per noi che lo leggiamo oggi e ci deve portare a meditare su almeno tre questioni:

1. Ogni volta che la presunta volontà di Dio comporta essenzialmente che noi diventiamo più grandi, più forti, più famosi, senza che questo abbia comportato da parte nostra un adeguamento alla stessa volontà di Dio e senza che il nostro fine sia stato prima di tutto che il disegno di Dio si compia e che il suo nome diventi più noto tra gli uomini, allora possiamo stare certi di essere fuori strada e che siamo diventati compari degli israeliti di Isaia 58.
2. Questo non significa che Dio sia un tiranno che pensa solo ai propri interessi e che ci manovra come pupazzi, a scapito di qualunque bene umano e di qualunque nostra gioia e soddisfazione. Se rileggiamo tutta la seconda parte di Isaia 58 (versetti 8 e seguenti), possiamo renderci conto come Dio sia ben contento di benedire colui che si adegua alla sua volontà in maniera sincera e che si adopera con vigore perché i suoi disegni per il creato si realizzino. Questa è la lieta notizia che negare sé stessi secondo la volontà di Dio significa in realtà realizzare sé stessi e aiutare gli altri a fare lo stesso.
3. Dovremmo infine riflettere sull’importanza del digiuno, una pratica che forse è caduta troppo in disuso nelle nostre chiese. Sebbene come già detto il significato di questo testo non sia quello di discutere il digiuno in quanto tale, questo ci deve far riflettere su come nelle Scritture il digiuno sia presentato come un qualcosa di essenziale, punto e basta – sebbene ovviamente vada utilizzato al fine di dare gloria a Dio. Non è una pratica che abbia perso valore e lo testimonia il fatto che Gesù la pratichi, la raccomandi e la regoli e quindi ritengo rimanga pienamente valida e non opzionale anche per noi. Aggiungo che mettere da parte un tempo ogni settimana per digiunare – fosse anche solo di mezza giornata – è un modo piccolo ma pratico di fare esperienza di cosa significa negare sé stessi secondo la volontà di Dio.

In conclusione voglio finire con una parola su Gesù. Adoperarsi con sincerità per la volontà di Dio, negare sé stessi per la volontà di Dio, trovare gioia nella volontà di Dio, sono tutte cose che vanno al di là di noi perché noi fondamentalmente ci preoccupiamo di noi e abbiamo paura delle conseguenze qualora smettessimo di farlo. Quindi cercare di rivolgere la nostra attenzione fuori di noi e verso Dio ci sembra assurdo, ci spaventa, ci causa sofferenza e dolore. Ma la buona notizia è che non dobbiamo fare niente perché Dio ha già fatto tutto in Gesù Cristo, “che da Dio è stato fatto per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione” (1Cor. 1:30) e quindi è stato fatto per noi digiuno, negazione di noi stessi, gioia e desiderio di adeguarsi e di adoperarsi per la volontà di Dio. Chiedete queste cose con fiducia a Dio nel nome di Gesù e in Gesù, il quale, non essendo geloso, provvederà tutte queste cose vi saranno date. Amen.