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La terra, la bandiera e il paniere di frutti - una riflessione su Deuteronomio 26 1-15

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“Qualche minuto dopo essere scesi sulla Luna il 21 luglio 1969, gli astronauti statunitensi Neil Armstrong e Buzz Aldrin della missione Apollo 11 piantarono sulla superficie lunare la bandiera degli Stati Uniti, in quello che divenne uno dei momenti più famosi dell’esplorazione spaziale. Quella usata dagli astronauti fu la prima di sei bandiere disegnate e prodotte da un team di esperti appositamente per quella e per le successive missioni della NASA sulla Luna” (tratta da ilpost.it).
Le bandiere… sì, le bandiere sono un simbolo di appartenenza o anche di primato. Gli americani non potevano rivendicare il possesso della luna ma il fatto che vi erano arrivati per primi sì e così fecero. Simbolo potente, le bandiere sono segni convenzionali di un’identità nazionale ed esprimono orgoglio e appartenenza. Quando una terra è conquistata o riconquistata per prima cosa viene messa a sventolare la bandiera del vincitore: questa terra è nostra! Noi ce la siamo conquistata!

Quanto è diverso l’atteggiamento che viene espresso in questo testo che conclude e riassume una lunga parte del libro del Deuteronomio dedicato alle leggi e alla prescrizioni: “ Quando sarai entrato nel paese che il SIGNORE tuo Dio ti dà come eredità, e lo possederai e lo abiterai….” Che farai? Pianterai una bandiera e dirai “questo è mio?” Traccerai dei confini e dirai: qui non entra nessuno se io non voglio?  No! Dice: “Prenderai delle primizie di tutti i frutti del suolo da te raccolti nel paese che il SIGNORE il tuo Dio ti dà, le metterai in un paniere e andrai al luogo che il SIGNORE il tuo Dio avrà scelto come dimora del suo nome”.
Un cesto di frutti della terra da donare al posto di una bandiera da piantare. Tra queste due azioni c’è un abisso di differenza. In questi soli due versetti iniziali c’è due volte una frase che verrà ripetuta altre volte nel testo: “Il paese che il tuo Dio ti dà”. Il paniere viene preso dal sacerdote in carica e deposto davanti all’altare di Dio dopo che il credente o la credente avrà pronunciato queste parole: “Io dichiaro oggi al Signore tuo Dio che sono entrato nel paese che il SIGNORE giurò ai nostri padri di darci”. Questo veniva prescritto a tutti di tutte le generazioni. Tutti anche nel succedersi delle generazioni avrebbero detto: Io sono entrato nel paese che il Signore giurò di darci e oggi ci dà! Pensiamoci un attimo, perché questa dichiarazione parla anche a noi nel nostro tempo, per tutti i tempi. Ogni generazione riceve dalle mani di Dio la terra dove si trova, ogni generazione è chiamata a riconoscersi come fosse la prima. Nessun vanto, nessun orgoglio, nessuna boria da conquistatori, nulla di tutto questo, no! Io dichiaro che sono entrato nel paese che il SIGNORE giurò di darci! Non: io abito qui e questa terra è nostra da generazioni e mi spetta di starci per diritto di nascita, quindi non devo nulla a nessuno perché tutto l’ho conquistato con le mie mani. Questo avrebbero potuto dirlo – e tanta gente lo dice oggi come allora - eppure la frase da dire al sacerdote è: Io sono entrato nella terra che Dio ci ha dato e ci ha dato per essere stato fedele a un giuramento fatto ai nostri progenitori”.  Io porto i frutti del mio lavoro che la terra ha dato e lo faccio riconoscendo che questo è puro dono. Dio me lo ha dato. Io l’ho ricevuto e quindi do.
E nel versetto 5 c’è forse la confessione di fede più antica della Bibbia che comincia con “Mio padre era un arameo errante”, cioè: Mio padre era un nomade senza terra che con poche persone andò in Egitto e vi stette come straniero…”. E’ la storia di Giacobbe che venne salvato da una carestia andando come migrante economico in Egitto grazie ad una trama contorta e incredibile che ebbe suo figlio Giuseppe per protagonista. Qui il popolo prosperò e paradossalmente si compì in terra straniera una grande promessa: il popolo divenne grande e numeroso ma poi quella stessa nazione che aveva salvato loro la vita si rivoltò contro di loro e li maltrattò, li sfruttò e li rese schiavi.  E allora il Signore udì il grido degli oppressi e intervenne in maniera prodigiosa per liberarli fino a condurli nella terra di cui ora godevano i frutti.
Ancora una volta l’atto del dono fatto a Dio parte dalla identificazione con tutta la storia della salvezza in cui Dio ascolta, vede e agisce per liberare il popolo oppresso.
Il credente, la credente sono chiamati a questa identificazione e questo, anno dopo anno senza mai dimenticare.
Solo questa narrazione poteva costituire l’antidoto all’orgoglio nazionalista. Dio lo aveva escogitato facendo sì che un’azione cultuale, rituale annuale fosse riempita di significato e nutrisse la fede. Il gesto di dare un paniere pieno di frutti e metterlo ai piedi di un altare era pensato come un gesto pieno di gratitudine  di un popolo che da nomade era diventato stanziale, da senza terra era divenuto contadino e proprietario. Generazione dopo generazione ripetendo quell’antichissimo credo il popolo di Dio avrebbe potuto comprendere che tutto quello che aveva – pur frutto del proprio lavoro – era comunque stato, era ancora e sempre sarebbe rimasto, dono, puro dono di grazia e solo questo atteggiamento poteva salvarlo. Salvarlo da che? Salvarlo da un attaccamento malato alla terra. Salvarlo da ogni pretesa di merito rispetto ad altri. Salvarlo dalla amnesia tipica dei padroni quando dimenticano da dove vengono e trattano gli altri con sufficienza. Salvarlo dalla logica della bandiera piantata sulla luna… o sulla terra.

Un gesto: raccogli le primizie e mettile in un paniere. Una dichiarazione: “Io sono entrato nel paese che Dio giurò ai nostri padri di darci” Un secondo gesto: deporre il paniere simbolicamente  davanti al Signore. Una seconda dichiarazione: “Mio padre era un senza terra e Dio ci ha ascoltato, liberato, benedetto, e ci ha dato una terra dive vivere”. E poi? E poi una prescrizione bella: “Adorerai il SIGNORE, il tuo Dio, ti rallegrerai, tu col Levita e con lo straniero che sarà in mezzo a te di tutto il bene che il SIGNORE tuo Dio avrà dato a te e alla tua casa”. Che prescrizione bella e anche impegnativa: ti rallegrerai (anche Gesù disse: Io sono venuto perché abbiano gioia!)  ma non da solo, con i leviti, che erano la tribù che non aveva terra e si dedicava al culto, al canto, alla Parola e poi?  E poi con “lo straniero che sarà in mezzo a te”.  E’la gioia dell’abbondanza condivisa, solidale, accogliente. Il levita e lo straniero anche se non possedevano la terra avevano il diritto alla condivisione perché la gioia non è gioia se non è condivisa. La gioia non condivisa è effimera, non riempie il cuore, la persona che non sa condividere è sola, spesso avara, triste, piena di paure, paura di perdere soprattutto.
E arriviamo alla quarta prescrizione: la prima, raccogli i frutti, la seconda, metti nel paniere e portala a Dio, la terza, fai festa condividendo con chi non ha nulla. La quarta prescrizione era per una volta ogni tre anni: l’anno delle decime. Anche qui il gesto si accompagna a una dichiarazione. Qui la persona dichiara di aver tolto dalla propria casa quella decima parte di tutto quello che possedeva per darlo ai leviti, allo straniero, alla vedova e all’orfano. Di nuovo le due categorie di prima, i senza terra, più altre due: gli orfani e le vedove, gli impoveriti a causa di eventi gravi della vita. La persona dichiara che questa parte del proprio guadagno non è stato sottratto al dono delle decime neanche in casi gravi perché era la parte consacrata al SIGNORE. La parte del SIGNORE è dunque la parte di condivisione!
La dichiarazione è seguita da una preghiera che chiude il nostro testo ma chiude anche la parte più antica del libro del Deuteronomio: “Volgi a noi lo sguardo dalla tua santa dimora, dal cielo e benedici il tuo popolo Israele  e la terra che ci hai data, come giurasti ai nostri padri, terra dove scorre il latte e il miele”.  Ritorna alla fine il ritornello pronunciato dall’inizio del nostro brano. “Benedici il tuo popolo e la terra che ci hai data!”
Questo brano è il coronamento delle prescrizioni che Mosè diede al popolo neonato, il coronamento liturgico che riassume il senso stesso dell’essere popolo di Dio. Il culto è gratitudine ed è dono condiviso. Il fine è la gioia e la vita con gli altri. Gesti e parole scelte con infinita intelligenza spirituale.

Tutti sappiamo che nonostante questo antidoto che Dio aveva  offerto per bocca di Mosè, il popolo di Israele si comportò quasi sempre proprio come tutti gli altri popoli. Preferì la bandiera al paniere e, anche quando recitò e confessò “Mio padre era un arameo errante…” ripetendo il rituale, visse spesso il paniere come una bandiera. Ripeté la sua storia non come una storia di grazia verso un popolo schiavo e senza terra ma come una storia di privilegio. I profeti richiamarono mille volte drammaticamente al senso di quei gesti e denunciarono tante volte che se ne era completamente perso il senso. Anche Gesù in quella scia denunciò che si poteva anche dare al tempio coscienziosamente la decima di tutto ma se poi non si era capaci di condivisione e solidarietà vera con lo straniero, l’orfano, la vedova, il malato, quelle azioni erano totalmente vuote, e siccome davano impressione di giustizia senza esserlo, diventavano dannose e blasfeme. Pagò con la vita le sue denunce.
Allora come oggi  anche i cristiani spesso vivono come gli altri, secondo la logica della bandiera. Difendono i confini della terra  come diritti di nascita, iscritti nella natura. Niente di più falso. Israele se ne accorse tante volte nella sua storia. Quella terra fonte di benedizione  che aveva ricevuto come un dono le fu tolta e ogni volta questa tragica crisi fu anche l’opportunità di riflettere sulla propria storia e tornare sui suoi passi.

E noi? Noi abbiamo oggi ripercorso  idealmente quei gesti e richiamato quelle parole. Noi, come gli altri, possiamo vivere la nostra appartenenza nazionale come un privilegio meritato. E’ la logica dello slogan mille volte ripetuto “prima gli italiani”. Prima gli italiani? Ma perché?
Come allora, anche noi oggi possiamo conservare la ritualità della fede cristiana ma dimenticarne il senso.
La proposta oggi ci giunge fresca: la terra che abitiamo è un dono immeritato. La storia recente o remota da cui veniamo è stata ininterrottamente una storia di immigrazioni ed emigrazioni, di vittorie e di sconfitte, di andate e di ritorni. Chi più chi meno ha vissuto movimenti in questa terra che è e rimane la terra di Dio e perciò di tutti.
Ecco il percorso di consapevolezza che vi proponiamo. La creazione è di Dio e va vissuta come un dono. Il nostro culto va vissuto con la consapevolezza di un racconto di fede che ci ha preceduto e che si propone come narrazione in cui identificarci come figli e figlie di un nomade senza terra.

Una nota conclusiva. Gli esperti dicono che le 6 bandiere a stelle e strisce che vennero piantate sulla luna oggi  sono probabilmente delle bandiere bianche, stinte dai raggi ultravioletti senza filtri. E va bene così. Noi come umani dovremmo alzare bandiera bianca verso la nostra terra come sulla luna. Essa ci è stata affidata per un tempo perché ne condividiamo i frutti con i nostri compagni di umanità, primi fra tutti non gli italiani, ma i senza terra, gli stranieri, gli orfani e le vedove, coloro cioè che il sistema attuale affama, dovunque nel mondo. Nessuno ne dovrebbe essere escluso. E questo per la nostra gioia. Una gioia vera, piena, abbondante.