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Identità o identificazione?

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Un sermone su Romani 6  di Massimo Aprile

"La lingua batte dove il dente duole" dice il proverbio.
Ed oggi la questione dell’ identità è un aspetto dolente.
Rispondere alla semplice domanda, "Chi sono?" andando un po’ oltre i dati anagrafici, sta diventando sempre più difficile.
Siamo molte cose e in rapida sequenza.
I nostri cambiamenti sono tanti e repentini  e la risposta di oggi non corrisponde necessariamente a quella di domani.
Cambiamo  città o addirittura Paese e cultura, cambiamo lavoro, e spesso cambiamo anche gli affetti.
In definitiva, le variabili della vita: lavoro, situazione affettiva, tipo di professione, aspettative per il futuro, sono talmente dinamiche che rispondere alla domanda sulla identità, cioè su cosa rimane identico di me, può essere impresa davvero ardua.
 
E' esattamente su questa fragilità nel nostro tempo, in particolare in Occidente,  che si è esposti alla seduzione di realtà che offrono una identità chiara e granitica.
Allora, ad esempio, se sei sportivo non ti accontenti di fare il tifo per una squadra, ma diventi un hooligan, per cui il confronto anche fisico col tifoso avversario, può diventare un punto di onore.
Se diventi cristiano, puoi cedere alle lusinghe di modalità fondamentaliste o integraliste, per le quali tutti quelli che la pensano diversamente da te, sono degli eretici o degli assatanati.
Se fai politica, accogli ideologie che esaltano la stirpe, l'appartenenza etnica, la superiorità della razza.

E' da questa ansia identitaria che sorgono molte fobie. Così succede che non sappiamo definirci se non per contrapposizione, talvolta anche violenta, ed ecco che abbiamo come approdo l'omofobia, l'islamofobia, la xenofobia e per alcuni la somma di tutte queste.
 
La strutturazione identitaria mediante l'adesione ideologica, avviene per mezzo di una appartenenza rigida senza ripensamenti. Bisogna obbedire al proprio modello di riferimento sempre e comunque. Per ogni obiezione esiste una risposta precostituita, alla quale attingere in maniera codificata..
 
Il testo che abbiamo letto ci offre un percorso diverso per poter dire "io".
Il capitolo ci suggerisce che non siamo tanto chiamati ad avere una "identità cristiana", quanto a identificarci con Cristo.
Il processo, in primo luogo non è di adesione ideologica ma di partecipazione esistenziale.
Il battesimo è testimonianza di uno scambio avvenuto ma ancora in atto tra la vita  di Cristo e la mia.
Se l'identità si pone la domanda, talvolta ossessiva: "Chi sono io?" La identificazione col Signore ci spinge a porci sempre e nuovamente la domanda "Chi è Cristo per noi?".
Mentre la ricerca della identità è spesso auto-centrata, la identificazione con Cristo è etero-centrata.
Dio non è semplicemente il prolungamento dell'Io, ma l’Altro,  che vi si pone in relazione.
Il battesimo è uno, tuttavia questo processo di identificazione dura tutta la vita.
 A proposito di questa identificazione Paolo dice almeno tre cose meritevoli di essere ricordate:
 
1.       La prima cosa è empatica.
Il battesimo è un atto col quale noi siamo TOTALMENTE uniti con lui nella sua morte.
 Si tratta di un processo empatico, per il quale ci immedesimiamo con le sofferenze e la pene di Cristo, nel suo essere accusato e condannato ingiustamente.
Ma c'è di più. Il processo di identificazione non è solo empatico ma teologico.
Infatti, Cristo che muore sulla croce è anche l'Agnello che prende su di sé la colpa di ciascuno di noi.
Qui, evidentemente, la questione non è tanto che noi ci identifichiamo con lui, ma che Lui si identifica con noi, caricandosi della nostra colpa. Questa identificazione di Cristo con noi è avvenuta sulla croce una volta e per tutte, ma per noi si rinnova ogni giorno nelle nostre scelte. Ogni giorno ci esercitiamo ad identificarci con quanto subiscono soprusi e ingiustizie.
Ecco perché il sacerdote e il levita della parabola non si fermarono a dare soccorso all’uomo aggredito sulla strada. Essi presumibilmente furono presi dalla loro ansia identitaria: “Se mi fermo cosa mi accadrà? Potrò svolgere le mie funzioni sacre, avendo avuto contatto con un cadavere?
Mentre il Samaritano, che aveva poco da perdere si pose la domanda che lo spinse ad un altruismo rischioso: “Se non mi fermo cosa accadrà di lui?”. Così egli ne ebbe compassione.
 
2.      La seconda cosa è partecipativa
Il battesimo però non è soltanto una  questione di immedesimazione. Se ci fermassimo qui, potremmo porci davanti alla storia di Cristo, come davanti ad una fiction alla televisione. Presi e commossi dalla storia, ma comunque distanti. Resteremmo cioè degli spettatori.
Ma questa identificazione con Cristo ci rende partecipi. Siamo partecipi di ogni movimento di liberazione e di affrancamento dalle forze del male, sia a livello personale che a quello collettivo. Sentiamo la necessità di una cittadinanza attiva e di affermare le ragioni del Vangelo rispetto al bene comune e al riconoscimento dei diritti della persona. Paolo scrive questo capitolo con lo scopo principale di dire questa cosa. La giustificazione per grazia mediante la fede, non è un alibi per  “rimanere nel peccato onde la grazia abbondi”  e per sottrarsi così ad una lotta contro le forze del male in noi stessi come nella società.  Non apparteniamo al mondo, è vero, ma vi partecipiamo sostenuti dai valori ispirati dall’evangelo di Cristo.
3. La terza cosa è escatologica
Col battesimo siamo dichiarati liberi dalla forza del destino, che vuole fare di noi piccole rotelline ubbidienti agli ingranaggi del conformismo, e diventiamo partecipi con  Cristo della sua destinazione. Come Cristo è destinato alla vita eterna mediante la resurrezione, così anche noi, malgrado le nostre stesse contraddizioni, e malgrado il potere delle forze del male che sembrano avere il sopravvento, anche noi siamo destinati alla vita, e alla vittoria sulla morte. In ogni momento della nostra vita, anche il più difficile e penoso, è necessario ricordare che nel battesimo, siamo resi partecipi di una promessa di vita che Dio ha realizzato in Cristo e ha messo in atto anche nelle nostre vite. La morte ha perso su di noi il potere dell’ultima parola, ma anche il potere della sua paura. Vi ricordate la frase di Falcone, il giudice antimafia:   ”Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”.  Quanto è più vero questo affrancamento dalla paura, se crediamo alla resurrezione dell’ultimo giorno?
 
L'altro giovedì, allo studio biblico, abbiamo ammirato il famoso quadro di Andrea Mantegna, del Cristo morto, e abbiamo visto come dalla prospettiva di scorcio, alle allusioni somatiche del volto di Cristo, Mantegna  si sia identificato col Signore. Questo quadro gli avrà dato forza nei momenti del dolore e nell'ora della sua fine (è l'unica opera che fu trovata nella sua stanza e che egli fece per se stesso e non per la committenza). Egli lo dipinse per meditarlo e per riceverne sostegno e conforto. E questo è quel che promette di fare per noi il ricordo del battesimo.
 
 Cari fratelli e sorelle che date la vostra testimonianza battesimale questa mattina,
lasciate che questo vostro atto sia l’inizio del vostro continuo esercizio a diventare persone empatiche, capaci  di entrare in risonanza con la vita e le difficoltà degli altri esseri umani. Vi costerà fatica, ma vi farà sentire in una profonda comunione con Cristo.
Siate e diventate sempre più persone appassionate per la vita del mondo, e per il suo bene. Non isolatevi, ma cercate la maniera di partecipare attivamente alla vita della città, anche quando sentite dentro di voi un istinto a ritrarvi e a sottrarvi.
Coltivate la serena fiducia che la vostra destinazione è la vita eterna. Cristo l’ha ottenuta anche per voi e niente e nessuna potranno portarvela via. Questo faccia di voi uomini e donne libere dalla paura.
 
E mentre il Signore benedice voi che passate attraverso le acque, rinnoverà la benedizione in tutti noi che ricordiamo quel giorno in cui demmo la nostra testimonianza e da quel giorno, possiamo dire con voi, che il Signore non ci ha mai abbandonati e si è preso cura delle nostre vite.