Questo sito web utilizza cookie per fornirti la migliore esperienza di navigazione.

Oggi!

Share Button

Testo: Luca 4, 16-30

Era sabato e come era accaduto tante volte nella sua vita Gesù si recò nella sinagoga del suo paese. Lì era vissuto e in quella sinagoga aveva trascorso tante ore del suo tempo. Lì aveva imparato a leggere e lì aveva tante volte consultato gli antichi rotoli. Lo conoscevano tutti, era il suo paese, aveva lì la sua famiglia e i suoi amici e lì aveva esercitato per tanto tempo il suo mestiere di falegname. Quella sinagoga era proprio come la sua casa e ci era tornato davvero con piacere. Quando era tornato in paese gli amici gli avevano fatto festa. Manchi da tanto. Dove sei stato? Lui aveva spiegato del grande movimento di Giovanni il battezzatore, ai più vicini aveva riferito anche del suo battesimo e di come quella esperienza l’aveva segnato per sempre – aveva detto. Aveva anche raccontato ai più vicini a lui di come Giovanni, il profeta Giovanni, aveva dovuto sopportare critiche e opposizioni da tante parti, specie da scribi e sacerdoti e di come alla fine era stato arrestato da Erode, il tetrarca. Una brutta, triste storia. Non aveva detto niente dei giorni difficili che aveva lui stesso poi trascorso nel deserto, della fame e della sete di quei 40 giorni, del sole senza riparo, dei serpenti e degli scorpioni, dei conflitti interiori, delle battaglie spirituali che aveva dovuto affrontare, delle meditazioni sofferte, delle decisioni che aveva preso… quelle erano cose profonde e personali… non ne parlava con chiunque… E poi, e poi i suoi compaesani avevano sentito dire che a Capernaum e negli altri paesi vicini Gesù si era fatto un nome come maestro di Bibbia ed erano perciò davvero curiosi di ascoltarlo. Certamente dopo un viaggio così importante avrebbe raccontato loro tante altre cose. La terra d’Israele, se pur occupata dall’esercito romano, era pur sempre una terra di gente fiera che conservava le proprie tradizioni e non aveva mai rinunciato al desiderio di libertà e anche loro come tanti altri aspettavano tempi migliori e si informavano con piacere di cosa bolliva in pentola in altre zone del paese. Anche loro aspettavano il messia che avrebbe liberato Israele. Quel sabato alla sinagoga c’era perciò  una particolare eccitazione. Si era sparsa la voce: Gesù è tornato. Spalti pieni si direbbe oggi, nella piccola sinagoga del villaggio. E Gesù aveva partecipato con gli altri al culto del sabato con la sua consueta serietà, attento e partecipe alle preghiere, assorto nei suoi pensieri. Nella seconda parte del culto ecco che viene preso il libro del profeta Isaia. Sul testo di quel giorno aveva tanto tanto meditato:
“Lo Spirito del Signore è sopra di me;
perciò Egli mi ha unto per evangelizzare i poveri;
mi ha mandato ad annunciare la liberazione ai prigionieri,
e ai ciechi il recupero della vista;
a rimettere in libertà gli oppressi,
a proclamare l’anno accettevole del Signore”. (Luca 4, 18-19, cf. Isaia 61, 1-3)
Ecco, era il momento: Gesù  chiuso il libro e resolo all’inserviente si mise a sedere e gli occhi di tutti erano puntati su di lui. Non volava una mosca, il tempo era come sospeso.
Ecco che finalmente inizia a parlare. Dice: “Oggi”, “Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi udite”.

La prima parola che Gesù pronunciò quel giorno fu “oggi”. La prima parola di tutte le parole che Gesù avrebbe pronunciato da allora in poi nel Vangelo di Luca fu “oggi”. Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi udite. Gesù era a casa sua, nella sua terra e dice: qui e ora si adempie una parola di promessa che Dio secoli fa aveva affidato al suo profeta e che da allora ad oggi non ha mai dimenticato. Dio non dimentica le sue promesse. Oggi la parola antica diventa nuova, l’antica parola di attesa è adempiuta, è riempita, è completata. Oggi è l’oggi di Dio che ricorda e agisce, del Dio che resta fedele.

I presenti ne furono stupiti. Il testo ci dice che ascoltarono “Le parole di grazia che uscivano dalla sua bocca”. Nella sinagoga ci fu un mormorio crescente, le voci si intrecciarono, chi diceva una cosa, chi diceva un’altra… poi qualcuno chiese a voce alta: “Ma non è costui il figlio di Giuseppe?”. La domanda suonò retorica e un po’ beffarda. Come sono strane e sempre simili le dinamiche di gruppo! Sì - gli rispose qualcun altro – sì certo. E’ uno di noi, uno dei nostri figli, lo conosciamo da quando è nato… Beh, e allora come può affermare quello che ha appena detto?
Cosa pretende di fare? L’“anno di grazia” è l’anno giubilare, l’anno in cui tutti tornano in possesso dopo 50 anni della propria terra, della propria libertà. Ma quando mai questa parola è stata messa in pratica? mai a nostra memoria. E adesso questo qui è tornato da chissà quali giri strani per sconvolgere la nostra vita tranquilla, gli equilibri che viviamo, mettere in pericolo la nostra economia. Liberazione dei prigionieri, la vista ai ciechi… ma quando mai? L’anno accettevole… dai, parlerà  bene, per carità, conoscerà le scritture certamente ma sempre un falegname e figlio di falegname senza uno straccio di terra è! Come può uno così dire che oggi comincia il giubileo? Ci vogliamo far ridere dietro? Chi potrà prenderlo sul serio fra quelli che contano qui in paese? E’ andato via di casa per un po’ ed ecco, si monta la testa… ma va, torna a bottega che è meglio…

La scena come ce la racconta Luca è andata più o meno così. Gesù rispose alla reazione dei suoi compaesani con due proverbi. Disse: “Certo, voi mi citerete questo proverbio: ‘Medico cura te stesso!’ Fa’ anche qui nella tua patria tutto quello che abbiamo udito essere avvenuto a Capernaum”. L’altro proverbio è: “Un profeta non è ben accetto nella sua patria”. E poi aggiunse: “Anzi vi dico in verità che ai giorni di Elia quando il cielo fu chiuso per tre anni e mezzo, vi fu grande carestia in tutto il paese c’erano molte vedove in Israele, eppure a nessuna d’esse fu mandato Elia, ma fu mandato ad una vedova in Sarepta di Sidone e anche al tempo del profeta Eliseo, c’erano molti lebbrosi in Israele, eppure nessuno di loro fu purificato, lo fu solo Naaman il siro”.

Quella mattina c’era stata aspettazione, curiosità per le parole di un compaesano che altrove si stava facendo un nome, ma quella stessa mattina – ci narra Luca – quella predisposizione all’ascolto si trasformò in rifiuto, opposizione, condanna, tumulto. Subito dopo le sue parole rivelatorie, Gesù fu infatti trascinato sull’orlo di un burrone, scampò per un soffio a un linciaggio. Il testo infatti si conclude così: “Si alzarono, lo cacciarono fuori dalla città, e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale era costruita la loro città per precipitarlo giù. Ma egli, passando un mezzo a loro, se ne andò”. 

Che era successo? Perché andò tutto storto quella mattina? Gesù aveva riservato quella rivelazione “Oggi, si è adempiuta questa Scrittura che voi udite” ai suoi amici, alla sua famiglia, ai suoi vicini. Era tornato a casa per condividere il senso profondo e la direzione della sua speciale vocazione cui era giunto dopo lungo travaglio. Avrebbe voluto da loro una benedizione, una preghiera speciale, un accompagnamento alla missione di liberazione degli oppressi che quel giorno cominciava ma ne ottenne un rifiuto violento, una minaccia di morte. Era l’ombra della croce che si estendeva dal futuro su quel presente incerto e difficile, era il travagliato inizio di una breve vita pubblica che un giorno non molto lontano sarebbe stata strappata via con violenza. Questo l’evangelista Luca lo sapeva e lo sappiamo anche noi.

Ma cerchiamo di andare un po’ più in fondo a cosa accadde a Nazareth quella mattina. Cosa si agitò nel cuore dei nazareni che si trasformò in collera e in un possibile omicidio?
Noi ci stiamo soffermando in queste settimane sul tema dell’accoglienza. Due settimane fa abbiamo parlato della difficile accoglienza del profeta Elia da parte di una vedova di Sarepta. La cita anche Gesù. Uno straniero ebreo accolto da una poverissima donna pagana. Fu un accoglienza che portò benedizione ad entrambi.
Ora qui a Nazareth avvenne l’opposto. Gesù era a casa sua, fra i suoi cari, e da casa sua fu cacciato via. Quel giorno Gesù uscì da Nazareth e non ci tornò mai più. Divenne un senza casa quel giorno Gesù, bisognoso ogni sera di un riparo offerto da qualcun altro, uno che non ebbe più un luogo suo dove posare il capo. Perché?

Possiamo dire che fu per invidia? Forse anche. L’invidia, la meschinità che abita il cuore umano può aver suscitato quella domanda beffarda: Ma non è costui il figlio di Giuseppe? L’umile Giuseppe, il falegname? Dunque chi si crede di essere questo qui di più dei nostri figli? L’invidia è un sentimento potente e distruttivo che agisce nel profondo, partorisce sentimenti inconfessabili che sminuisce l’altro, tende ad annullarlo e infine genera violenza. Abele ne fu la prima vittima. Per quanto riguarda Gesù, l’evangelista Marco individuò nell’invidia uno dei moventi che condusse alla condanna di Gesù (15, 10). Dunque meschinità e invidia generarono quella prima reazione che si sposò con la superficialità degli altri e sparse scetticismo e sospetto sull’integrità stessa di Gesù. Cosa sta dicendo questo qui? “Lo Spirito del Signore è sopra di me….Oggi si è adempiuta la Scrittura che voi udite” Ma chi ci crede?
Ecco che Gesù comprese l’implicita pretesa che lui portasse le prove di quello che stava dicendo. Abbiamo sentito dire che a Capernaum hai fatto grandi cose. Bene! Com’è che qui non fai niente di straordinario? I nazareni consideravano Gesù un uomo ordinario, adesso volevano dimostrazione da lui di Spirito e di potenza. Gesù riconobbe la tentazione che aveva incontrato nel deserto: Se sei figlio di Dio, fai questo, fai quello. Dai! Stupiscici!
Ma non era questo che Gesù aveva deciso di fare della sua vocazione. Non era e non sarebbe stato mai un mago da baraccone!
Nella sinagoga di Nazareth quella mattina avrebbe potuto  cominciare l’anno di grazia. Ai nazareni Gesù aveva donato una parola di rivelazione, dalla sua terra poteva iniziare l’avvento del Regno di Dio se solo avessero creduto in lui, invece Gesù fu cacciato via e non poté ritornarvi mai più.

Cosa dice a noi quella storia di incredulità, di mancata accoglienza, di tragico rifiuto?
Questa storia rappresenta per noi un monito, una sfida e un incoraggiamento.
E’ un monito perché come i nazareni anche noi possiamo pensare di conoscere bene Gesù e che non ci sia nulla di nuovo di sapere di lui. Per i nazareni era il figlio di Giuseppe, per noi è il figlio di Dio di cui abbiamo sentito parlare sin da quando eravamo piccoli. Cosa c’è di nuovo da sapere di lui che non sappiamo già da sempre? I nazareni conoscevano la parola di Dio ma non si aprirono al nuovo che c’era nascosto nell’antica parola di Isaia. Conoscevano Gesù ma non avevano fiducia che lui potesse mettere ad effetto la parola annunciata o dare un significato nuovo a una parola vecchia. E anche noi che conosciamo Gesù possiamo non aspettarci nulla dall’antica parola che ci viene trasmessa e possiamo non credere che qualcosa di nuovo possa accadere a partire da quella parola.
Ma c’è un oggi, un “oggi” che Gesù pronunciò allora e pronuncia ora che rende nuova, rivoluzionaria, deflagrante quella parola! Anche oggi lo Spirito è presente in Gesù per liberare gli oppressi, oggi Egli può restituire ai ciechi la vista, oggi può rivoluzionare l’economia, oggi Gesù può restituire libertà e integrità ai rapporti  fra le persone. Oggi siamo sfidati a credere in questa parola e fondare la vita su questa parola. Oggi non domani! Oggi! Anche se è difficile perché siamo scoraggiati, oggi, anche se siamo tentati di pensare che non cambierà mai niente.
L’oggi di Gesù ci incoraggia a fare noi quello che i nazareni non riuscirono e non vollero fare: aprirci all’opera di salvezza e di liberazione che Gesù può compiere in mezzo a noi.
Da quando a Nazareth Gesù fu cacciato via da casa sua lui ha sempre cercato una casa che lo accogliesse. E da allora ci furono molte altre occasioni in cui lui ha pronunciato quell’ “oggi” che rese così speciale e così sprecato quel giorno a Nazareth. Ricordate Zaccheo? A Zaccheo arrampicato sull’albero Gesù disse: “Zaccheo scendi presto, perché oggi debbo fermarmi a casa tua” e poi dopo quella ospitalità Gesù disse di nuovo: “Oggi la  salvezza è entrata in questa casa!” (Lc 19, 5 e 9).
Se accogliamo Gesù nel nostro cuore e ne facciamo la sua casa, se accogliamo la sua parola e ne facciamo il programma della nostra vita, Gesù viene a stare con noi e la salvezza entra nella nostra casa.
E non è mai troppo tardi. Se infatti ci facciamo caso, una delle ultime parole che Gesù pronunciò sulla croce fu ancora e sempre una parola di salvezza quando disse a chi era crocifisso accanto a lui e gli chiedeva conforto: “In verità ti dico che oggi sarai con me in paradiso” (23,43).
Dunque “oggi se udite la sua voce non indurite il vostro cuore”. Gesù oggi, proprio oggi ci coinvolge nel suo piano d’amore e di giustizia, ce ne rende partecipe. “Oggi si adempie questa Scrittura che voi udite!”