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Fratello perduto – fratello ritrovato

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La storia di Giacobbe e i suoi complicati rapporti con suo fratello Esaù costituiscono una continuazione ideale al testo tragico che abbiamo letto domenica scorsa, quello che presentava la vicenda dei primi due fratelli, Caino e Abele. Le storie dei fratelli nella Bibbia non sono mai storie semplici, forse a dimostrazione che le relazioni umane, proprio a partire da quelle che cominciano dall’aver occupato lo stesso grembo, sono spesso conflittuali.

Oggi ripercorreremo solo alcune tappe di questa intricata storia di relazioni dominate da sentimenti forti. Per poter fare una panoramica che copre parecchi anni dei protagonisti leggeremo parecchia Bibbia e faremo pochi commenti a margine. La storia, proprio come accade spesso per i racconti biblici, si commenta in realtà da sola.

Esaù e Giacobbe erano gemelli e un solo grembo era già troppo stretto per i due piccoli abitanti. Uno dei due è chiamato Esaù perché era nato pieno di capelli e il secondo ebbe un nome che fu per lui quasi un destino “imbroglione, soppiantatore”. I due bambini diversissimi vivono dinamiche familiari molto malate perché uno, Esaù, era il preferito di papà Isacco e l’altro era il cocco di mamma. Questa dinamica fra genitori si ripercuote sui figli. Il primo testo si sofferma sul momento cruciale della benedizione da parte del padre verso quello che era considerato il primo figlio. E’ una storia antichissima.

Leggiamo La benedizione rubata Genesi 27, 1-29

Ecco evidenti le malattie della famiglia. Preferenza, competizione fra i figli, inganno, gelosie, inimicizia. Molti conflitti fra fratelli hanno la propria origine nella famiglia. La Bibbia lo sa e ce lo dice. In questo testo c’è una maniera arcaica di comprendere la benedizione. Isacco ormai anzianissimo e cieco sa che non vivrà a lungo e si appresta quindi a benedire il suo primogenito. La sua concezione della benedizione è esclusiva. Lui prima di morire sente che deve trasmettere la sua forza vitale alla generazione successiva. C’era evidentemente un rituale che prevedeva un pasto abbondante, del vino, un bacio, una gesto e una parola di benedizione. Tutto questo Isacco lo aveva destinato al figlio preferito, primogenito, valente cacciatore, e solo a lui. Ma sua moglie Rachele pensò bene di imbrogliarlo approfittando della sua cecità. Costrinse Giacobbe ad assecondarla nel suo piano e il giovane obbedì. La benedizione fu letteralmente rubata da Giacobbe a suo fratello. Isacco benedì Giacobbe e pronunciò una parola di sottomissione per Esaù.  In questo testo c’è la radice di un odio profondo che divise da allora in poi i fratelli. Giacobbe, minacciato di morte, dovette fuggire. La madre che aveva architettato il piano dovette rassegnarsi alla lontananza dal suo figlio prediletto. 

Fra il primo testo e quello che leggeremo ora sono passati molti anni. Giacobbe che era partito in fretta e furia per scampare all’odio di suo fratello ha vissuto a Caran con suo zio Labano che in fatto di imbrogli e inganni poteva dargli lezione! Tuttavia la benedizione del padre e di più ancora la protezione che Dio nonostante tutto non glia aveva mai fatto mancare, lo avevano trasformato in un mandriano di successo. Poi aveva anche avuto 13 figli da 4 donne diverse. Era diventato un uomo fisicamente forte che aveva dovuto affrontare una dura vita di lavoro. Ma era soddisfatto di sé. Se non fosse…. Se non fosse per quel pensiero che non lo abbandonava mai. E’ proprio vero che gli anni passano, noi cresciamo, maturiamo esperienze, impariamo a nostre spese la durezza della vita ma il passato irrisolto torna sempre nei pensieri e, prima o poi, ci viene incontro. I nodi arrivano al pettine, gli scheletri fanno capolino dagli armadi!!!

Fu così che Giacobbe si mise in viaggio verso la sua terra d’origine. 

Dal capitolo 32 questo leggiamo i versetti 1-6; 9-11 e poi la lotta in 32, 24-32. 

Cuore di questo testo è l’imminenza dell’incontro fra i due fratelli che appare inevitabile e sotto una incombente minaccia di morte. Giacobbe mette in campo la sua strategia per ammorbidire la volontà vendicativa del fratello. Manda dei messaggeri di pace che tornano con un messaggio chiaro: Esaù ti viene incontro con un esercito di 400 uomini. Il terrore invade l’animo di Giacobbe e abbiamo in questo testo la preghiera più appassionata dell’intero libro della Genesi. Lui aveva cercato di preparare e pianificare l’incontro ma più che pianificare capisce che deve pregare.

Una parola vorrei rimarcare in questa preghiera: “Io sono troppo piccolo per essere degno di tutta la benevolenza che hai usata e di tutta la fedeltà che hai dimostrata al tuo servo” (vv. 10). Bontà e fedeltà saranno le caratteristiche costanti di Dio nel rapporto con il suo popolo. Anche in questa preghiera tuttavia Giacobbe è sempre se stesso. Pur ammettendo di essere troppo piccolo per meritare ciò che ha (e che sa di poter perdere completamente per mano di suo fratello), lui cerca di convincere Dio e di “ricordargli” le sue promesse, inventandone anche qualcuna (32, 9)! Dopo la preghiera affina la sua strategia, manda al fratello doni ricchissimi cercando di ammorbidirlo. Rinuncia cioè a parte di ciò che ha conquistato nella speranza di salvare qualcosa, ma è solo quanto accade dopo a cambiare del tutto il suo atteggiamento, di più, la sua vita.

Quello che veramente accadde quella notte in riva al profondo e tumultuoso torrente Iabboc è difficile da comprendere. Il testo anche nella sua attuale redazione lascia intatto il mistero. Quello che è certo è che fu un’aggressione improvvisa e una lotta durissima che durò l’intera notte. Giacobbe in qualche modo comprese che ad aggredirlo fu Dio stesso. Era Dio che non lo proteggeva più ma ora lo attaccava? Perché? Era il suo peccato e la sua colpa a condannarlo prima ancora che incontrasse suo fratello? Giacobbe è un lottatore che si sente incalzato dalla maledizione che certo suo fratello gli ha lanciato. Ma non demorde. Indebolito nel fisico, ricordando la benedizione rubata, Giacobbe chiede di nuovo con forza di essere benedetto dallo sconosciuto, anzi sembra quasi estorcere questa benedizione con la forza: “Non ti lascerò andare prima che mi abbia benedetto!” (v. 26). Voleva una benedizione che cancellasse la maledizione. Una promessa di vita che facesse scomparire le minacce di morte. Chiunque io sia, anche se non sono degno di nulla, sembra dire Giacobbe al Dio dal volto e dal nome sconosciuto, ti prego: benedicimi! 

A Mosè secoli dopo Dio avrebbe detto il suo nome. A Giacobbe no. Al contrario a lui viene cambiato nome e identità. “Ti chiamerai Israele perché hai lottato con Dio e con gli uomini e hai vinto”. E Giacobbe-Israele venne reso zoppo. 

Giacobbe dopo quella notte è ancora vivo ma è un uomo diverso. Porta ancora con sé il ricordo del suo tormentato passato, mette ancora in atto le sue strategie di avvicinamento al nemico-fratello, va incontro ad Esaù con lo stesso timore ma nel profondo è cambiato. 

Ecco cosa accade la mattina dopo:  L’abbraccio Genesi 33, 1-4

Ora non dice soltanto di essere piccolo e indegno per ingraziarsi il favore di Dio, pensando che in fondo in fondo che se è diventato ricco è solo per la sua astuzia e il suo duro lavoro. Ora sa di esser piccolo davvero.  Ora sente la debolezza nelle gambe, nel suo incedere zoppicante, nella sua fatica a stare in piedi. E’ consapevole come mai prima della sua precarietà, della sua fragilità. Accetta  la sua nuova identità e questo gli consente di dire una frase che colpisce quando vede suo fratello e quando suo fratello gli va incontro per abbracciarlo. Gli dice: “Ho visto il tuo volto come uno vede il volto di Dio”. Dio che lo aveva affrontato nella notte aveva allora il volto di suo fratello Esaù?

Il testo è un testo aperto che non parla soltanto ad Israele di Israele, non c’è soltanto in tutta questa vicenda il compendio simbolico dell’intera storia del popolo di Dio con le sue altezze e i suoi abissi. Questo testo parla anche di noi, delle nostre relazioni difficili, della nostra tormentata preghiera a Dio quando siamo confrontati con il pericolo e la vicinanza della morte, delle incursioni di Dio nella nostra vita che non sempre sono pacifiche ma a volte sono battaglie di senso lunghe e dolorose. Quello che ci viene da questa storia è che viene un momento nella nostra vita in cui il Signore ci benedice con una rivelazione. Dio ci rivela la nostra stessa piccolezza. Non sentiamo più il bisogno di dissimulare la nostra fragilità. Così, resi più consapevoli delle nostre debolezze, riconciliati finalmente con quello che siamo, abbiamo una maggiore disponibilità a ritrovare il fratello perduto. A non vedere più il suo volto come una minaccia, a non proiettare su di lui i nostri sensi di colpa, a non vedere nell’altro o nell’altra qualcuno che ci ruba il posto che pensiamo ci spetti nel mondo, ma appunto a vederlo come avremmo dovuto fin dall’inizio, come un fratello, un compagno di vita, un dono di Dio. Come il volto benevolo di Dio stesso che ce l’ha dato. 

Giacobbe-Israele per la prima volta fece spazio a suo fratello nella sua vita. Quell’inchinarsi sette volte è segno ripetuto del fare spazio, del dare il passo al fratello, del dire: dopo tutto nel mondo c’è spazio per tutti e due, non c’è bisogno di rubare una benedizione. Nostro padre Isacco aveva solo una benedizione da dare ma Dio non ha limiti nelle sue benedizioni. Egli può benedirci entrambi.

La cosa particolare è che questo riconoscimento della nostra debolezza, del nostro essere piccoli e bisognosi del fratello che avevamo perduto non ci diminuisce. Questo è l’altro aspetto del mistero di questa storia dalle mille sfaccettature. Giacobbe-Israele non è stato mai così grande come quando ha smesso di voler essere il primo. E’ un lottatore, un combattente che vince quando perde e perde quando vince.

Forse la maturità di un essere umano, e di un credente in particolare,  consiste proprio nel comprendere questa verità al cospetto di Dio, comprenderla anche attraverso un travaglio doloroso che può avvenire nella notte della vita, quando i contorni sono indefiniti, il futuro è incerto, l’orientamento è perso e ci sentiamo attaccati e non sappiamo perché e da chi. La storia di Giacobbe ci mostra quanto questo sentirci fragili possa farci bene, essere perfino per noi una nuova benedizione che però non è mai esclusiva e che sentiamo possa abbracciare anche la vita degli altri come abbraccia la nostra.

Siamo tutti un po’ zoppi, abbiamo tutti le nostre incertezze, riconosciamolo, non sarà la nostra astuzia a salvarci. Ritrovare la comunione con gli altri fratelli e sorelle, solo questo ci darà pace.

Questa è opera di Dio, questa è la sconfitta gloriosa o la vittoria debilitante di cui abbiamo bisogno! Per vivere. Mai più soli.